L’assalto al cielo. Che cosa significano i grattacieli?

Quanto rivelano i grattacieli della società nella quale sorgono? E quale legame hanno con antropologia ed economia? Le riflessioni di Marcello Faletra.

Lo skyline di Dubai con il Burj Khalifa
Lo skyline di Dubai con il Burj Khalifa

Il Burj Khalifa di Dubai è ancora il grattacielo più alto del mondo con i suoi 829 metri. La Shanghai Tower è alta 632 metri. L’Abraj Al Bait a La Mecca è alto 601 metri. A Jedda (Arabia Saudita) nel 2019 è iniziata la costruzione della torre che sarà alta 1.008 metri. Il sogno di Frank Lloyd Wright, di una torre alta un miglio, si sta realizzando. Ma Wright osservava pure: “Tutti i bei valori architettonici sono valori umani, oppure non hanno valore”.
Cerchiamo di essere più chiari: l’architettura, nella grandiosa concezione di Wright, guardava alla democrazia, ma queste hypertorri, il cui eccesso verticale si configura come un assalto al cielo, sono “democratiche”? È come se certi architetti cercassero di edificare degli alter ego immortali, fuori dalla gravità della storia.

GRATTACIELI E SOCIETÀ

Nella loro virile elevazione – il manhattismo di cui sono affette – appaiono scenograficamente sincere. Cioè spudorate. Queste torri, affiancate le une alle altre, fanno subire all’architettura un’inversione di significato che Rem Koolhaas chiama “incubo semantico”: illeggibile come significato sociale, ma decisamente cinematografico come effetto speciale.
La loro megacrescita tecnologica contrasta con il resto delle città, che appaiono come un residuo storico, destinate a ruotare come satellizzate intorno a esse.
Lo storico dell’arte Cesare Brandi, nel suo Eliante o dell’Architettura (1955), associava la prima generazione di queste torri ai monumenti megalitici, dove l’autorità è diretta verso il cielo. Notava, inoltre, che la loro larghezza è “irrelativa” all’altezza e a sua volta alla strada.
Se l’architettura è lo specchio anche ideologico di una società, queste torri rappresentano bene la nostra che si vuole globale: chiusa verso il basso della socialità comune, aperta verso l’alto del potere. Per altri aspetti sono “oggetti singolari”, come li chiama Baudrillard, che sovrastano e miniaturizzano la percezione soggettiva, e per questo sono senza l’altro, sono celibi. Passandovi sotto, all’istante della percezione diretta delle superfici e dei volumi, si ha la sensazione che sfuggano al tempo giornaliero, che si sottraggano all’esperienza quotidiana: non saranno mai vicini.

Le torri più alte del mondo nel 2021. Infografica © Artribune MagazineL’AUTOREFERENZIALITÀ DEI GRATTACIELI

Delegittimano scenograficamente ogni antropologia, deregolamentano la scala delle relazioni umane, per coincidere cinicamente col tempo della speculazione finanziaria.
Queste torri si vezzeggiano nella certezza della loro inutilità sociale. La loro attualità sfoggia prepotentemente un’isteria di autoreferenzialità, danno a vedere il narcisismo senza limiti di una élite. Tutto ciò fa pensare al racconto biblico della Torre di Babele con la conseguente confusione delle lingue per via di un gesto arrogante: “Supponendo di poter raggiungere il cielo”, si chiedeva in proposito Roger Caillois, “non è detto che si raggiunga Dio”.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #59

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.