Il boom delle rotatorie a regola d’arte

0
7161

Autentico landmark del paesaggio italiano, le rotatorie diventano sempre più spesso luoghi di espressione di un’arte opinabile. Ma perché non lasciarle vuote?

Qualche giorno fa mi sono svegliato accaldato e agitato, avevo fatto un terribile incubo. La missione era compiuta. Con un equipaggio preparato e numeroso, con mezzi e strumentazione all’avanguardia avevamo finalmente conquistato il Pianeta Rosso. Unico neo di quella straordinaria operazione internazionale – in cui il sottoscritto era coinvolto – nonché motivo che mi aveva causato i sudori freddi nella tuta spaziale (e sotto le lenzuola): invece dell’acqua, al posto di chissà quali materie riutilizzabili, su Marte avevamo scoperto solo uno sterminato agglomerato di rotatorie, bellamente “decorate” da supposte opere d’arte di dubbio gusto.

Massimo Sansavini, Rotonda dei fiori, 2021. Fondzione Dino Zoli, Forlì. Photo Andrea Fiumana
Massimo Sansavini, Rotonda dei fiori, 2021. Fondzione Dino Zoli, Forlì. Photo Andrea Fiumana

L’ANNOSA QUESTIONE DELLE ROTATORIE

Delle inquiete notti di chi scrive a nessuno interessa, ma sul fattore scatenante del brutto sogno forse si può dire qualcosa. “C’è stato un tempo Prima della Rotatoria e un tempo Dopo la Rotatoria”: esordisce così Emanuele Galesi in quel prezioso volume che è l’Atlante dei Classici Padani, opera a più mani nata da un’idea di Filippo Minelli. “L’espressione massima della rotonda è raggiunta però con l’opera d’arte al centro”, continua Galesi, “la scultura finanziata per accogliere il viaggiatore, per installare un simbolo della zona, per celebrare la potenza dell’imprenditore, per dimostrare una vitalità creativa mai sopita”.
Nella “Macroregione” che – nata dall’idea di una possibile affiliazione politica di stampo leghista di aree del Piemonte e del Veneto alla Lombardia – si è espansa oltre i suoi confini naturali e artificiali, le “rotonde” (così vengono chiamate in tono confidenziale) sono ormai un landmark eccezionale. La loro diffusione e la loro popolarità, verrebbe da dire, è diffusa su tutta la Penisola, con aree ad altissima densità, come quella della Via Emilia per esempio, a cui Maurizio Finotto sta dedicando una ricerca che confluirà nel road movie Miraggi di Pianura. Nelle immagini del film, definito così perché tecnicamente girato in Super8, alcuni rondò occupati da oggetti plastici che fatichiamo a definire “installazioni” si succedono uno dopo l’altro dispiegando una varietà di mezzi, supporti e ipotesi compositive più vicine alla fiera dell’edilizia che al parco di sculture.

Maurizio Finotto, Miraggi di Pianura, 2021, film still
Maurizio Finotto, Miraggi di Pianura, 2021, film still

ROTATORIE E ARTE

Quand’è che è stato deciso che ogni spazio di questo tipo dovesse accogliere un’opera? Come si è passati dalla manutenzione privata di un luogo pubblico alla possibilità di utilizzarlo come cartellone pubblicitario? Certo, alcuni esempi illuminati non mancano, di recente proprio sull’asse emiliano romagnolo lo ha fatto la Fondazione Dino Zoli a Forlì con l’opera di Massimo Sansavini, ma le percentuali sono ahinoi di gran lunga a favore dell’altro versante. Ora la soluzione più semplice potrebbe essere quella seguita in molti casi simili di arte nello spazio urbano, lasciare spazio ai giovani attraverso chiamate aperte e investimenti risibili. E invece no, perché non sfruttare l’occasione per provare a proporre una riflessione sulla dissennata estetizzazione di infrastrutture e arredi urbani? Perché non fermarsi, per una volta, ad ammirare il vuoto?

Claudio Musso

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #61

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
AutoriMaurizio Finotto, Filippo Minelli , Massimo Sansavini
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Claudio Musso
Critico d'arte e curatore indipendente, la sua attività di ricerca pone particolare attenzione al rapporto tra arte visiva, linguaggio e comunicazione, all'arte urbana e alle nuove tecnologie nel panorama artistico. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Archeologia e Storia dell’arte presso l'Università di Bologna, ateneo dove aveva precedentemente conseguito la laurea triennale e specialistica. Attualmente è docente di Fenomenologia delle arti contemporanee e di Teoria della percezione e psicologia della forma presso l’Accademia G. Carrara di Belle Arti di Bergamo dove ricopre il ruolo di Coordinatore del corso di Pittura, insegna inoltre Linguaggio della visione presso Spazio Labo’ a Bologna. Tra il 2007 e il 2011 ha collaborato con il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna per la ricerca scientifica e per l'organizzazione di conferenze e incontri. Ha partecipato in qualità di curatore e di membro di giuria a festival internazionali (LPM - Live Performers Meeting, Roma – Minsk; roBOt - Digital Paths into Music and Arts, Bologna) ed è stato invitato come relatore a convegni e conferenze in Italia e all’estero (tra le altre AVANCA | CINEMA International Conference Cinema, Art, Technology - Cineclub Avanca, Portogallo; VIII MAGIS – International Film Studies Spring School - Università di Udine, Gorizia; Artscapes - An Interdisciplinary Conference on Art and Urban Scapes - University of Kent, Canterbury). Dal 2004 al 2011 è stato collaboratore di Exibart.com e Exibart.onpaper, dove dal 2008 dirigeva la rubrica visualia. Prende parte al network Digicult e collabora con il magazine di cultura digitale Digimag. Scrive regolarmente per Artribune. Ha pubblicato numerosi articoli, testi critici e saggi, il più recente si intitola Dalla strada al computer e viceversa (Libri Aparte, Bergamo 2017).