Quando l’arte ambientale è una minaccia per l’ambiente

C’è un confine sottile tra arte ambientale e interventi che mettono a repentaglio gli equilibri del contesto naturale in cui prendono forma. Marcello Faletra approfondisce la questione

Alberto Burri, Grande Cretto di Gibellina, 1985-2015
Alberto Burri, Grande Cretto di Gibellina, 1985-2015

1972. Christo e Jeanne-Claude montano nella Valley Curtain (Colorado) un gigantesco telone plastificato che si stende sul paesaggio come un muro che divide la valle. Dura solo 28 ore. Un forte vento che supera i cento chilometri all’ora costringe gli artisti a mollare i cavi d’acciaio per evitar danni. Inoltre era stato installato un sofisticato sistema di onde radar per modificare il senso di orientamento degli uccelli i quali, però, si sfracellavano contro il telone.
1984-89. A Gibellina, Alberto Burri – un artista che ho sempre amato ‒ concepisce una grande colata di cemento su un ammasso di rovine, celebrata come Land Art. Cosa disse Burri in proposito? In una rara intervista (1995), curata da Stefano Zorzi, è riportata la seguente testimonianza: “Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco… Io farei così: compattiamo le macerie, che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento”. Sorprende la naturalezza con la quale Burri dichiara che “le macerie sono un problema per tutti”, mentre il cemento che si appresta a sostituirle no. È chiaro che non si trattava di macerie industriali o di una Černobyl’, ma di un vecchio paese di pietra, immerso in un paesaggio arcaico.

Christo & Jeanne Claude, Wrapped Reichstag, Berlino, 1971 95
Christo & Jeanne Claude, Wrapped Reichstag, Berlino, 1971 95

MEMORIA O NARCISISMO?

Certo, il nome di Burri (a perenne ricordo) resterà nella storia dell’arte anche per questa impresa, mentre in tutto questo cemento non si è reso disponibile un angolo per ricordare le quasi quattrocento vittime del terremoto; i loro nomi giacciono ignoti sotto la colata. E pure di cemento è punteggiata Fiumara d’arte in Sicilia, le cui opere sfregiano la dolcezza del paesaggio collinoso che si bagna nel Tirreno. In ogni caso siamo davanti a soprusi ecologici (non i soli) giustificati dall’incontinenza narcisistica di mecenati e artisti, legittimati da cause civili. Sfugge il fatto che la natura e la memoria possano essere soggetti, anziché inerti scenari dove installare “opere”. In fondo questi luoghi, a modo loro, respirano, parlano, emanano una concentrazione di vita, morte e rinascita. Evocano memorie storiche e tracce mnestiche del genius loci. Tutto ciò li rende superiori a qualsiasi opera che ha la pretesa di sostituirvisi. E la loro naturale bellezza, dolce o tragica che sia, che a volte sorge dal fascino delle rovine, come osservò già Goethe, non ha bisogno di quella supplementare dell’arte.

Sfugge il fatto che la natura e la memoria possano essere soggetti, anziché inerti scenari dove installare ‘opere’”.

Sorge una domanda: gli artisti che non resistono al fatale richiamo di materie sintetiche e del cemento fanno “Arte Ambientale”? Se l’ambiente è il luogo di un insieme di relazioni, quali materie si scelgono per concretizzare queste relazioni? D’altra parte, è sempre necessario fare interventi artistici in luoghi sensibili e fragili? In altre parole, la materia in quanto tale è un medium che condiziona un luogo. A quale idea di “bellezza” – parola quanto mai inflazionata oggi – si riferiscono coloro che vantano con orgoglio opere d’arte calate dall’alto situate in scenari naturalistici, e che vedono come materia-medium il brutalismo del cemento?
A scanso di equivoci: il timore di dire che il cemento celebra l’immagine del degrado ambientale agisce come un tabù estetico per zittire posizioni critiche. Questo autoritarismo camuffato dalla presunta “libertà” dell’artista è una specie di passaporto che legittima l’uso sconsiderato di materie inquinanti in luoghi dove la massiccia vanità dei segni dell’arte, come in questi casi, annienta quelli fragili del paesaggio.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #62

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.