Superare la pandemia abbattendo tutti i confini

Le riflessioni del filosofo Marco Senaldi muovono dalle idee dello psicologo Hugo Münsterberg: far scomparire i confini per ottenere la pace internazionale. Anche Duchamp era d’accordo. E oggi, in piena pandemia?

Marcel Duchamp. Disegno © Alessandro Naldi
Marcel Duchamp. Disegno © Alessandro Naldi

Nel suo semidimenticato saggio War and America, scritto nel 1914, a ridosso della Prima Guerra Mondiale, il più celebre psicologo d’America, Hugo Münsterberg, espone coraggiosamente le sue idee pacifiste. “Da parte mia vedo una sola possibilità”, dice, “la guerra potrebbe essere fermata solo se le sue condizioni fondamentali fossero volontariamente cambiate. Le guerre fra nazioni sono state lotte per conquistare territori o per privare altre nazioni del loro territorio. Le guerre internazionali scomparirebbero solo se le nazioni non possedessero i propri territori”.
La sua presa di posizione è chiara, ma anche assai problematica poiché lui stesso, benché trasferitosi negli USA da vent’anni, era (e restava) un tedesco, legato alla sua cultura e alla sua patria d’origine. Ma proprio la sua situazione di intellettuale “de-territorializzato” è quella che gli permette di formulare un autentico “internazionalismo pacifista” a cui lui dà il nome di cosmocorismo. Per capire di cosa si tratti basta confrontarlo col cosmopolitismo kantiano: per Kant i confini esistono, e ciò che si invoca è il diritto di oltrepassarli liberamente; per Münsterberg il cosmocorismo significa la fusione totale dei territori e la scomparsa di tutti i confini, che, semplicemente, devono cessare di esistere.
In altri termini, mentre per Kant l’uomo coincide con la propria azione morale, per lo psicologo esso è anche il prodotto dinamico delle idee che crea o subisce; se l’uomo dunque si liberasse dall’idea di essere definito dal suolo su cui è nato, le guerre scomparirebbero.

Labor Day Parade, New York City, 14 settembre 1918. Photo International Film Service
Labor Day Parade, New York City, 14 settembre 1918. Photo International Film Service

L’APOLIDE DUCHAMP

Certo, in quei frangenti storici, pochissimi erano disposti a sostenere simili posizioni – tranne un artista francese, anch’egli “apolide”, che, pochi mesi dopo, nel 1915, su un quotidiano americano a grande tiratura afferma di ammirare quelli che combattono le guerre “con le braccia conserte”. Quell’artista pacifista era Marcel Duchamp.
Non sappiamo se Duchamp e Münsterberg si siano mai conosciuti, eppure molte circostanze sembrano avvicinare questi due personaggi tanto diversi e tanto simili, tra cui il fatto che il termine “ready-made”, prima che Duchamp se ne appropriasse, fosse stato impiegato ripetutamente da Münsterberg in molti suoi libri.
Ma c’è anche un altro elemento che avvicina Duchamp allo psicologo tedesco-statunitense, cioè la radicale dis-appartenenza culturale. Tra le tante avventure duchampiane, una, meno nota, è una preziosa testimonianza in tal senso. Nel gennaio 1917, Marcel, con l’attivista Gertrude Drick, il pittore John Sloane e altri, salì nottetempo sulla sommità del Washington Arch, nell’omonima piazza a Manhattan, per proclamare la Repubblica Indipendente del Greenwich Village. Il gesto potrebbe passare per una mera goliardata, ma se si pensa che ebbe luogo appena prima dell’entrata in guerra degli USA (nell’aprile dello stesso anno), sembra piuttosto una sorta di “Not In My Name” ante litteram. Non solo. Nell’insurrezione “poetica” di Duchamp e soci si percepisce il riverbero dell’idea “cosmocorista” di Münsterberg: infatti, dichiarando l’“indipendenza” del Village dal resto degli States, i cospiratori della Repubblica di Greenwich esprimevano il non senso di ogni appartenenza territoriale, e quindi il non senso di ogni conflitto nazionalista.

Abbiamo edificato una civiltà planetaria basata sulla ripartizione dello spazio solo per poi trovarci davanti a un nemico universale contro cui quella stessa suddivisione non può nulla”.

Se si pensa che da quella leggendaria nottata è passato più di un secolo, si resta quasi senza parole nel dover constatare quanto poco ci siamo distaccati dalla obsoleta nozione di “territorio nazionale” a cui gli Stati, ancora in pieno XXI secolo, sono ancorati, o per meglio dire asserviti. Nel pieno dell’attuale pandemia tutto ciò a cui riusciamo a pensare è di chiudere dogane, confini, frontiere, e istituire visti, passaporti, permessi, come se non sapessimo che il virus, con ogni evidenza, se ne fa beffe. Ci troviamo così in un curioso paradosso: abbiamo edificato una civiltà planetaria basata sulla ripartizione dello spazio (terra, proprietà, Stato) solo per poi trovarci davanti a un nemico universale contro cui quella stessa suddivisione non può nulla. E se fosse giunto il momento di ripensare a un nuovo cosmocorismo?

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #59

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Marco Senaldi
Marco Senaldi, PhD, filosofo, curatore e teorico d’arte contemporanea, ha insegnato estetica e arte contemporanea in varie istituzioni accademiche tra cui Università di Milano Bicocca, IULM di Milano e Accademia di Brera. Ha curato mostre internazionali fra cui "Critical Quest" (1993), "Cover Theory" (2003), "Il marmo e la celluloide" (2006), "Fuori Fuoco – visioni video" (2012). Ha pubblicato numerosi saggi mettendo a confronto filosofia, cinema e arte, tra cui "Enjoy! Il godimento estetico" (2003, 2006 II ed.), "Doppio sguardo. Cinema e arte contemporanea" (2008), "Arte e Televisione. Da Andy Warhol a Grande Fratello" (2009), "Definitively Unfinished. Filosofia dell’arte contemporanea" (2012), "Obversione. Media e disidentità" (2014) e recentemente "Duchamp.La scienza dell’arte" (2019). È autore televisivo di programmi culturali per Canale 5, Italia Uno e RAI Tre e sta realizzando il programma a puntate "Genio & Sregolatezza su arte e storia in Italia" per RAI Storia; suoi articoli sono apparsi su il manifesto, Corriere della Sera, D-donna – la Repubblica, Interni, Alfabeta2 ; collabora dagli Anni Novanta con Flash Art; firma la rubrica “In fondo in fondo” su Artribune.