La medievista Chiara Frugoni ripercorre la storia delle epidemie dall’epoca medievale a oggi. Individuando una serie di corsi e ricorsi e offrendo qualche spunto per non incappare nei pregiudizi del passato.

Il notaio piacentino Gaetano Mussi ricevette certamente da un suo concittadino commerciante notizie di prima mano su come era cominciata l’epidemia nel 1348 a Caffa in Crimea, dove per l’appunto approdavano anche imbarcazioni di piacentini.
La città era assediata dai Tatari (più noti come Tartari perché per la loro violenza e crudeltà vennero assimilati ai diavoli del Tartaro, dell’inferno). E i Tatari si erano ammalati di peste, portata da mercanti mongoli. Atterriti e scoraggiati per le tante morti decisero di fuggire, ma per vendetta catapultarono i cadaveri dentro le mura di Caffa rendendo l’aria irrespirabile. I commercianti italiani, vista la situazione, decisero di fuggire a loro volta, non sapendo che sulle navi erano saliti anche i ratti ammalati di peste. A ogni approdo marinai e commercianti diffondevano il morbo. Così scrive Gaetano Mussi dando voce ai marinai: “Parenti e amici e vicini da ogni parte ci venivano incontro per accoglierci. Ma ahimè, noi portavamo i dardi della morte. Durante i baci e gli abbracci, mentre parlavamo, inevitabilmente versavamo il veleno. Allo stesso modo loro, tornando a casa, ben presto avvelenavano tutti i loro familiari; e nello spazio di tre giorni, dopo che la loro famiglia era stata colpita, soggiacevano al dardo della morte”. Allora nessuno aveva capito il reale meccanismo del contagio (è una pulce che abbia morso un ratto ammalato che inocula il batterio nell’uomo), ma si erano accorti che la prossimità fra le persone era fatale.
Quando il Covid-19 si diffuse un anno fa, anche noi non conoscevamo nulla di questo virus e proprio come nel Medioevo non avevamo medicine per combatterlo. (In effetti ancora oggi non c’è un farmaco specifico, anche se per fortuna stanno arrivando i vaccini [il saggio è datato 31marzo 2021, N.d.R.]).

LA PESTE, LA FUGA E IL CASTIGO DI DIO

Nel Medioevo la gente cercava la salvezza abbandonando la città e così non faceva altro che aumentare la diffusione della malattia. La fuga fu duramente biasimata dal Boccaccio nel Prologo del Decamerone. Alcuni erano “di più crudel sentimento, come che per avventura più fosse sicuro, dicendo niun’altra medicina essere contro alle pestilenze migliore né così buona, come il fuggire loro [i cadaveri] davanti, e da questo argomento mossi, non curando d’alcuna cosa se non di sé, assai e uomini e donne abbandonarono la loro propria città, le proprie case, i loro luoghi i lor parenti e le lor cose, e cercarono l’altrui o almeno il lor contado, quasi l’ira di Dio a punire le iniquità degli uomini con quella pestilenza non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor città si trovassero”. Lo stesso espediente è adottato ancora oggi da molti che accorrono a riaprire le seconde case delle vacanze, facendo aumentare il tasso di mortalità.
Il Boccaccio, a differenza dei cronisti suoi contemporanei, non credette che i decessi fossero soltanto la risposta irata di Dio per i troppi peccati degli uomini o che fossero dovuti alla congiunzione negativa degli astri, perché ritenne che molti malati sarebbero sopravvissuti, se fossero stati soccorsi. “Che più si può dire, lasciando stare il contado e alla città ritornando, se non che tanta e tal fu la crudeltà del Cielo, e forse in parte quella degli uomini, che in fra ’l marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati ne’ lor bisogni per la paura ch’aveano i sani, oltre a cento milia creature umane si crede per certo dentro alle mura della città essere stati di vita tolti”.
Oggi molti medici riconoscono gli errori compiuti, certo in buona fede, di fronte a un male sconosciuto. Ma si sono commessi altri sbagli che si sarebbero assolutamente potuti evitare, come far ospitare nelle case di riposo i malati di Covid-19. Una direttiva che comportò una falcidia altissima degli anziani e del personale sanitario: di medici e infermieri che si occupavano, spesso non adeguatamente protetti, sia dei degenti ricoverati sia dei malati contagiati.
Notava ancora il Boccaccio che, mentre alcuni dei concittadini avevano deciso di vivere in modo cauto e moderato, altri invece “affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando attorno e sollazzando e il soddisfare d’ogni cosa allo appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi essere medicina certissima a tanto male”.
C’erano anche persone che finito il contagio non si erano affatto ravvedute ‒ per cui, “dimenticando le cose passate come state non fossono, si dierono a ppiù sconcia e disonesta vita che prima non avieno usata. Però che vacando in ozio usarono dissolutamente il peccato della gola, i conviti, taverne e dilizie con dilicate vivande, e giuochi”: lo nota con stizza Matteo Villani, il quale continuò la Cronaca di Firenze là dove l’aveva lasciata interrotta il fratello Giovanni, morto anch’esso di peste nel 1348.

Ruota degli Umori tratta da Johannes de Ketham, Fasciculus Medicinae, Venezia, Giovanni e Gregorio de’ Gregori, 1494, II ediz. Courtesy Fondazione Querini Stampalia, Venezia
Ruota degli Umori tratta da Johannes de Ketham, Fasciculus Medicinae, Venezia, Giovanni e Gregorio de’ Gregori, 1494, II ediz. Courtesy Fondazione Querini Stampalia, Venezia

DAL MEDIOEVO AI GIORNI NOSTRI

Oggi, dopo un anno di pandemia, le persone sono provate per i tanti sacrifici e per i disagi patiti per la prolungata clausura. Eppure, anche se i contagi sono ancora altissimi, molti sostengono: “Basta, basta restrizioni, bisogna potere vivere!”. Oppure altri sono convinti che per gioventù o prestanza fisica non si ammaleranno. Ed ecco i continui assembramenti, i ragazzi stretti intorno a un tavolo al bar, senza mascherina, le strade affollatissime.
I picchi di mortalità dopo poco risalgono e sembra che questo tunnel da cui dovremmo uscire si allunghi sempre. Ricordiamo un anno fa le scritte luminose sui palazzi di Bergamo: “Bergamo non molla mai!”. Povera città così duramente colpita poi dal dilagare della pandemia! Tutti noi abbiamo presenti le file di camion che portavano via le bare che i cimiteri non potevano più ricevere e il silenzio nelle strade perché, per non scoraggiare ulteriormente la popolazione, le autoambulanze correvano senza sirene e le campane tacevano.
Una situazione analoga a quella medievale. Scrive il cronista senese Agnolo di Tura del Grasso, che non era più possibile seppellire i morti degnamente e con una cerimonia religiosa in chiesa: i defunti erano portati “alla fossa senza prete, né uffitio alcuno, né si sonava campana; e in molti luoghi in Siena si fe’ grandi fosse e cupe per la moltitudine de’ morti e morivano a centinaia il dì e la notte e ognuno [si] gittava in quelle fosse e cuprivano a suolo a suolo, e così tanto che s’empivano le dette fosse, e poi facevano più fosse”.
Lo ribadisce il cronista fiorentino Marchionne di Coppo Stefani: “Costava le panche, che si pongono a morti, uno sfolgoro, e ancora non bastava tutte le panche ch’erano il centesimo. Lo sonare delle campane non si potevano li preti contentare; di che si fece ordine tra per lo sbigottimento del sonare delle campane e per lo vendere le panche e raffrenare le spese, che a niuno corpo si sonasse, né si ponesse panche, né si bandisse, perocché l’udivano gli ammalati, sbigottivano li sani, nonché i malati”.

Kader Attia, The Repair from Occident to Extra-Occidental Cultures, 2012, materiali vari, dimensioni variabili. Exhibition view at dOCUMENTA (13), Kassel 2012. Courtesy Galleria Continua. Photo © Ela Bialkowska
Kader Attia, The Repair from Occident to Extra-Occidental Cultures, 2012, materiali vari, dimensioni variabili. Exhibition view at dOCUMENTA (13), Kassel 2012. Courtesy Galleria Continua. Photo © Ela Bialkowska

CAPRI ESPIATORI E COMPLOTTI

Ma oltre al castigo divino c’era anche qualcuno che contribuiva al diffondersi della pandemia? Certamente sì, pensavano e pensano in molti.
Nel Medioevo furono gli ebrei che nel 1348 vennero accusati di diffondere l’epidemia. Già nel luglio del 1348 a Vizille, non lontano da Grenoble, un gruppo di ebrei era stato processato perché accusato di avere avvelenato con polveri le fontane, i pozzi e i cibi dei cristiani. Il 6 luglio e di nuovo il 16 ottobre papa Clemente VI intervenne con decisione contro la tesi del complotto, ricordando che anche gli ebrei morivano di peste e che l’epidemia si era propagata in regioni dove erano assenti. Ma l’ondata di violenza non si placò, anzi si allargò all’intera Europa e l’isteria collettiva massacrò, torturò, mandò al rogo migliaia di ebrei, nella speranza di arrestare il contagio.
Anche oggi c’è chi è convinto dell’esistenza di un complotto. Ad esempio, c’è chi sostiene che il virus sia stato creato apposta nei laboratori e sia un’arma per la guerra batteriologica cinese; cambiando continente, al contrario, c’è chi è convinto che i laboratori siano negli Stati Uniti con biologi al lavoro per colpire la Cina attraverso un’arma assai più micidiale di dazi e tariffe, oppure ancora che le case farmaceutiche si siano messe d’accordo per diffondere il virus per poi guadagnare miliardi con i rimedi. Naturalmente non mancano diete miracolose a base di origano o di aglio. Il complotto è un grande sollievo per una società impaurita perché la ricompatta, offrendo una strategia e una soluzione. Una volta individuato il capro espiatorio, lo si deve combattere e distruggere e certamente tutto il male si allontanerà.
Oggi nessuno pensa più che le epidemie siano un castigo di Dio, ma un’eccezione c’è. Si tratta di un pastore della Florida, Rick Wiles, secondo il quale gli ebrei si ammalano di Covid-19 perché Dio li castiga per non avere riconosciuto in Cristo il Messia. La cosa grave non è tanto che questa sia la convinzione del predicatore, ma che i fedeli lo ascoltino, convinti. Come rimediare? Leggere, leggere, essere un po’ più colti ed esercitare il senso critico, ma costa fatica e invece è così facile e consolante credere alle fake news!

Chiara Frugoni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #59

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Chiara Frugoni
Medievista, Chiara Frugoni (1940). Ha insegnato alle Università di Pisa e Roma Tor Vergata. Scrive su La Repubblica e il manifesto. Fra i suoi ultimi libri, "Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini" (Bologna, Il Mulino, 2017), "Uomini e animali nel Medioevo. Storie fantastiche e feroci" (Bologna, Il Mulino, 2018), "Paradiso vista Inferno. Buon Governo e Tirannide nel Medioevo di Ambrogio Lorenzetti" (Bologna, Il Mulino, 2019), "Paure medievali. Epidemie, prodigi, fine del tempo" (Bologna, Il Mulino, 2020).