Il mondo dell’arte italiana prenda esempio dalla Nazionale di calcio

L’artista Pino Boresta prende spunto dalle vicende degli ultimi Campionati europei per mettere a confronto mondo del calcio e art system. E se il panorama dell’arte italiano si comportasse come la nostra Nazionale?

Pino Boresta, Campioni d'Europa, opera digitale n.1
Pino Boresta, Campioni d'Europa, opera digitale n.1

Forse è ora di smetterla con questo famigerato fair play inglese, sono esattamente come noi, se non addirittura peggio. Lo dico con la morte nel cuore, perché io, come sapete, a Londra ho vissuto per tre anni e ci ho lasciato un pezzetto del mio cuore d’artista. Quando tornai, per molti anni mi sono portato dentro una sorta di magone, una specie di mal di Londra (così come esiste il mal d’Africa), che non ho mai superato del tutto.
Ma fischiare l’inno italiano (come facemmo noi con l’Argentina all’Olimpico). Togliersi dal collo la medaglia (come facemmo noi qualche anno fa dopo essere stati sconfitti), loro che sono i discendenti di quei famosi pirati dei quattro mondi, a dire il vero giusto 4 o 5 giocatori, perché senza gli emigranti difficilmente la squadra britannica avrebbe ottenuto questi risultati. E poi, tutti gli spettatori inglesi che si dileguano prima della premiazione. I reali che, immersi nella loro mestizia, dimenticano di salutare il nostro presidente Mattarella. Ebbene, queste e altre sgarberie, per non parlare degli atti di razzismo contro i tre rigoristi di colore che hanno sbagliato il penalty, dimostrano la meschinità di un popolo o solo l’amarezza di un’enorme delusione? Io non ho gli studi e le qualifiche per dare giudizi, però lasciate che mi domandi: dove è finito il famoso fair play inglese? È poi realmente esistito? Una cosa è certa, questo comportamento è stato una mancanza di rispetto per chi ha vinto e non renderà di certo gli inglesi più simpatici al resto del mondo. E pensare che anche dopo la Brexit, io qualche dubbio ancora lo nutrivo, dicendomi: “E se avessero ragione loro?”.  In fin dei conti sono un popolo che, neanche tanto tempo fa, conquistò quasi un terzo del mondo, e ora la loro lingua è praticamente quella ufficialmente parlata nel resto del globo. Nei tre anni vissuti in Inghilterra non ho mai frequentato molto gli inglesi, anche perché essendo astemio e pacifico non apprezzavo molto il loro stile di vita, che consiste nel riempirsi lo stomaco di birra, e poi, con un pretesto qualsiasi, trovare qualcuno con il quale fare a pugni. Ciononostante li ho sempre stimati e apprezzati per la loro caparbietà e tenacia, e per come sanno autopromuoversi. Come ho già scritto, solo loro avrebbero potuto far diventare cabine telefoniche, cassette postali e mezzi di trasporto pubblici attrazioni turistiche.

Pino Boresta, E il Fair Play inglese?, opera digitale
Pino Boresta, E il Fair Play inglese?, opera digitale

DAL CALCIO AGLI ARTISTI

E allora, che sia tempo di rivedere qualcosa, anche artisticamente? Poiché da più parti leggo critiche che sostengono che gli YBA (ossia gli Young British Artist) stanno creativamente perdendo colpi, cominciando proprio da quel Damien Hirst di cui io sono un grande fan. Forse è ora che l’art system internazionale incominci a guardare altrove, dove, nascosti da una cortina d’indifferenza, ci sono artisti con opere veramente innovative e rivoluzionarie, che fino a oggi, a causa della sopravvalutazione evitabile di altri artisti in altri luoghi, non sono riusciti a ottenere la giusta attenzione. Ma, si sa, ognuno tifa per i propri artisti. Se però ciò avvenisse, potrebbero cominciare proprio dagli artisti italiani, ora che dalle ceneri siamo risorti, diventando i Campioni d’Europa, dimostrando che, mettendo le persone giuste nei posti giusti, i risultati arrivano e si vedono. Roberto Mancini e Gabriele Gravina, due persone oneste, non succubi dei presidenti delle squadre di calcio o dei procuratori, così come dovrebbero esserlo i direttori artistici e i presidenti delle biennali d’arte in giro per il mondo, che dovrebbero svincolarsi dalle influenze di galleristi, mercanti e collezionisti. Ebbene, io che ho smesso da anni di seguire il campionato di calcio, perché falsato è condizionato da troppe lobby e interessi economici, non pensavo mi sarei ritrovato a fare questo tipo di raffronto: sostenere che dovremmo prendere esempio dalla nostra Nazionale di calcio per ricostruire, riordinare e riorganizzare la gestione dell’arte contemporanea italiana, in quanto siamo un Paese dove agli artisti veramente meritevoli non si vuole dare lo spazio e l’attenzione che meritano.

Pino Boresta, Matteo Berrettini, ritratto digitale
Pino Boresta, Matteo Berrettini, ritratto digitale

RIPARTIRE DAGLI ARTISTI ITALIANI

Molto probabilmente, anche questa volta non si riuscirà in questa impresa. Qualcosa proveranno a farla, ma, come sempre accade, continuando a mettere persone sbagliate nei posti sbagliati, persone sbagliate anche quelle che io stesso un tempo pensavo giuste. Per cui forse è meglio che perda per sempre ogni speranza e che mi rassegni ad assistere all’avvicendarsi ai vertici del sistema dell’arte italiano di personaggi che continueranno a curare i propri interessi personali e quelli di una loro ristretta cerchia di amici. Fortunatamente, da queste pagine, riesco, di tanto in tanto, a lanciare un urlo di battaglia, proprio come hanno fatto i nostri calciatori a Wembley e il nostro Matteo Berrettini a Wimbledon che, perdendo contro quel marziano di Novak Đoković, ha dimostrato al mondo intero che, anche nel tennis, potremmo, finalmente, in futuro scrivere qualche pagina importante. Speriamo che questo possa succedere anche artisticamente, visto che artisti meritevoli ci sono, e non bisogna neanche fare tanta fatica a cercarli, bisogna solo trovare il coraggio di sostenerli, proprio come è stato fatto con Berettini. E a noi non rimane che andare avanti, altrimenti non sapremo mai fino a dove potremo arrivare.

Pino Boresta

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AutoreDamien Hirst
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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.