4 interrogativi sui musei. L’opinione di Hou Hanru, direttore artistico del MAXXI

Hou Hanru, direttore artistico del MAXXI, raccoglie le riflessioni di Sylvain Bellenger, Sergio Risaliti e Giovanni Iovane lanciate nel manifesto pubblicato dal nostro giornale, e lancia alcune proposte per ridefinire l’identità dei musei.

Roma, MAXXI. ®Hufton-Crow
Roma, MAXXI. ®Hufton-Crow

Credo che si possa iniziare con l’affermare che siamo tutti d’accordo con le questioni esposte dai nostri colleghi. Ci sono però quattro ulteriori interrogativiche vorrei sollevare e a cui il MAXXI cerca costantemente di trovare risposte attraverso i suoi programmi, azioni e pratiche sociali – sia in presenza che online. Interrogativi che si fanno più pressanti a causa dell’attuale crisi, la cui natura più che artistica è sociale, economica, politica e culturale:

  1. L’interrogativo sulla mission, il ruolo e il valore di un museo in una società incline alla privatizzazione, sia essa apertamente “neoliberale” o ufficialmente “social-democratica”, è un interrogativo di lunga data. Come fare per continuare a fungere da foro pubblico, fucina di idee, espressioni e progetti creativi volti a presentare e preservare la produzione artistica e culturale “più avanzata”? E come condividerla? Con quali supporti? In altre parole, in un mondo che somiglia a un “inferno”, con divisioni sociali e disuguaglianze sempre più marcate, in che modo possiamo preservare, e magari migliorare, quegli spazi in cui è ancora possibile provare gioia, nutrire speranze e persino ritrovare una sorta di “paradiso” temporaneo dove vi sia ancora posto per il piacere dell’intelletto e dell’immaginazione? L’esistenza di musei ci consente di contare sulla speranza e il sogno di vedere questo “paradiso” concretizzarsi. Uno dei tanti paradossi che l’attuale crisi innescata dal COVID-19 ha determinato è il fatto che, dopo anni di contrazione dei poteri pubblici di fronte alla globalizzazione della “forza di mercato”, le autorità pubbliche hanno ora ripreso il controllo di molte cose, in particolare delle decisioni economiche e della distribuzione delle risorse finanziarie, oltre a definire la sicurezza e il controllo sociale e, ancora, imporre nuove regole biopolitiche. In molte società, ciò ha consentito alle istituzioni culturali e artistiche di sopravvivere e, cosa ancor più importante, ha mantenuto viva la speranza di un nuovo sviluppo futuro. Le problematicità dell’attuale sistema economico sono oggetto di seri dibattiti e critiche. Un fenomeno che si è acuito nel tempo e che si è esteso a livello planetario. Questa è una buona notizia. Abbiamo bisogno di nuovi e ulteriori immaginari per trovare una via d’uscita, senza restare intrappolati in dibattiti puramente teorici. Ora più che mai, la società necessita di musei, perché questi sono gli unici luoghi rimasti in cui poter ancora nutrire speranze e sognare… e immaginare “soluzioni”!
Hou Hanru, ©Musacchio & Ianniello
Hou Hanru, ©Musacchio & Ianniello

MUSEI E INTRATTENIMENTO

  1. Per definizione, il museo è un’istituzione che offre forme di “intrattenimento”. Tutti noi abbiamo bisogno di intrattenimento affinché la nostra vita non sia monocolore. Negli ultimi decenni, abbiamo assistito in tutto il mondo a un boom dei musei, quali massima espressione della proliferazione dell’”industria culturale”. Al contempo, il fatto di essere popolari e, di conseguenza, valutabili sulla base dei numeri (di visitatori, delle collezioni, dei volumi architettonici, della copertura mediatica, ecc.) è divenuto un prerequisito indiscusso e indiscutibile del loro successo… perlomeno per gran parte degli “azionisti”. Come in politica, dove raggiungere il successo senza cadere nella trappola del populismo resta una grande sfida. E bisogna essere accorti, affinché la linea di demarcazione tra i due non si assottigli fino a divenire impercettibile. Ciò riapre il dibattito sul significato di “essere pubblico”… I musei sono uno dei pochi luoghi nella società in cui, in nome del pensiero e dell’azione creativa, possiamo ancora sperimentare con cose che esulano dalla norma, che sono provocatorie e persino “folli” – e quindi, belle! Ci sono cose che non possono essere fatte in nessun altro luogo se non in un museo. Queste cose spesso non hanno un impiego diretto nella “pratica quotidiana”, per non parlare di eventuali ritorni economici o politici. Eppure, ci offrono dei modi unici di guardare al mondo con fiducia, libertà, differenza e tolleranza… valori che sono più che mai cruciali ma condivisibili. La capacità di istruire, o per meglio dire di ispirare, è una funzione fondamentale dei musei. Al tempo stesso, il museo non è soltanto una scuola che impartisce i saperi “corretti”: questo, piuttosto, promuove punti di vista e approcci immaginativi che mettano in discussione questi saperi “corretti” e, più in generale, il concetto stesso di correttezza. Si tratta di un laboratorio in cui il “giusto” e lo “sbagliato”, il “reale” e l’”irreale”, l’”alto” e il “basso”, il “passato” e il “presente”, il “qui” e il “là” sono presentati, rappresentati e giustapposti secondo diversi gradi di tensione, producendo, attraverso le interazioni tra elementi contraddittori, proposte per un “mondo migliore” che andrebbero condivise con un pubblico quanto più vasto possibile, non come prodotti finiti, bensì come domande aperte… interrogare noi stessi, o meglio, interrogarci sul perché sia necessario sollevare degli interrogativi, è l’esperienza in assoluto più divertente. L’immaginazione e la creatività scaturiscono sempre da interrogativi di questo tipo… la sostenibilità è una tematica filosofica, politica, economica e culturale ampiamente accettata. La più sostenibile delle azioni è essere capaci di continuare a porre domande, aiutando così a creare un’”ecologia dell’arte” realmente sostenibile.

  

  1. Per tradizione, i musei sono un luogo di memoria resa possibile dalla raccolta, il deposito, la conservazione e la presentazione di oggetti, ovvero di “opere d’arte”, affinché da un lato si scriva una specifica versione della storia dell’arte, in funzione del contesto e delle condizioni proprie di quel dato luogo, mentre dall’altro, quest’interpretazione degli sviluppi artistici viene percepita, compresa e riesaminata dal pubblico (di vari livelli). Aspetto centrale rimane ancora comprendere in che misura questa forma di conoscenza possa essere vista e “utilizzata” come una conoscenza vivente… in che misura la storia possa e debba essere costantemente arricchita e, in un momento dato, riscritta, non solo per “migliorarla”, bensì per renderla più aperta e incerta, e quindi capace di innescare riflessioni, stimolare l’immaginazione e, infine, il piacere “estetico”. “Non basta ricordare”. Occorre anche collocare questa “memoria” (incarnata dalle collezioni, dagli archivi, ecc.) nello slancio del presente per interrogarsi e discuterne i reali significati e il vero valore.

LA RIVOLUZIONE DEI MUSEI 

  1. I musei hanno sempre saputo trasformarsi e finanche rivoluzionarsi grazie alle possibilità offerte dai progressi tecnologici. Oggigiorno, attraverso il ricorso a tecnologie digitali avanzate, è ormai la normalità per un museo trasformarsi in un’”istituzione online”. Ciò sta radicalmente modificando la nozione stessa di istituzione d’arte, non solo in termini di struttura spazio-temporale e di modalità operativa, ma anche di “impalcatura” concettuale. Ricerca, espressione, rappresentazione e comunicazione si dispiegano in modo simultaneo sulle piattaforme digitalizzate – e, in quanto tali, “immaterializzate” – contaminandosi reciprocamente, mentre i confini geografici vengono smantellati e aperti “all’infinito”. In ultimo, un interrogativo sollevato da molti e con sempre maggior frequenza è se un museo fisico, con i vari “spettacoli” in esso messi in scena, costituisca ancora un’opzione necessaria. Possiamo essere digitali senza essere digitalizzati? La domanda è aperta, e sarei propenso a rispondere “Sì, possiamo”. Perché siamo ancora vivi e vivere è un’esperienza fisica, corporea. È una questione di qualità di percezione e, soprattutto, di qualità della vita.

– Hou Hanru

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Hou Hanru
Hou Hanru è un critico e curatore che vive tra Parigi e San Francisco. Nato nel 1963 a Guangzhou, in Cina, si è laureato all’Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino. Dal 2006 al 2012 è stato “Director of Exhibitions and Public Programs” e “Chair of Exhibition and Museum Studies” al San Francisco Art Institute. Ha curato numerose mostre in tutto il mondo e diverse Biennali, tra cui, alla Biennale di Venezia, il Padiglione Francese nel 1999, la mostra Z.O.U – Zone of Urgency nel 2003 e il Padiglione Cinese nel 2007; la Biennale di Shanghai nel 2000, quella di Tirana nel 2005, quella di Istanbul nel 2007 e quella di Lione nel 2009. Co-direttore del primo “World Biennale Forum” di Gwangiu nel 2012, è il curatore della quinta Triennale di Auckland (maggio-agosto 2013, Auckland, Nuova Zelanda). È stato consulente in numerose istituzioni internazionali, tra cui Walker Art Center (Minneapolis) e Solomon R. Guggenheim Museum (New York). Collabora regolarmente con riviste internazionali d’arte, tra cui "Flash Art International", "Art in America", "Art Asia Pacific", "Yishu", "Art-It”.