Il gioco dell’artista. Le riflessioni di Pino Boresta

L’artista Pino Boresta riflette sulla fisiologica determinatezza della vita umana. Provando però a immaginare un gioco a base di eternità. Quale sarebbe il ruolo dell’arte?

Pino Boresta, GiocoVita, 2020
Pino Boresta, GiocoVita, 2020

La vita ha senso se si riesce a trasformare la morte in vita”. Non è forse quello che spesso tentano di fare gli artisti? Non è questo il loro gioco?
Scrive Enzo Paci: “La concretezza del processo della vita è ciò che è veramente storico. La Lebenswelt (mondo della vita) è Lebensvorgehen (vita che procede) di cui il senso è dato dalla temporalità nella misura in cui la temporalità può realizzare un télos. E poiché la temporalità è consumo e morte, la vita ha un senso se riesce a trasformare la morte in vita”.
Quando poi ho letto, da qualche parte, che nella durata limitata della nostra vita è rinchiuso il senso stesso della nostra esistenza, ho capito per quale motivo non sarebbe divertente, né piacevole, vivere in eterno.

LA VITA COME GIOCO

Pensate al mondo (al nostro mondo) come fosse il tabellone di un gioco in cui noi siamo i concorrenti (forse siamo solo i segnalini, ma apriremmo un capitolo di riflessione troppo ampio per essere qui sviluppato). La nostra esistenza sarebbe giustificata e vincolata alla necessità di partecipare a questo gioco, che come ogni gioco che si rispetti ha le sue regole, prima fra tutte la certezza, prima o poi, di morire e uscire dal gioco.
Il tempo limitato entro il quale fare delle scelte, senza avere la possibilità di tornare indietro, è una regola fondamentale, dalla quale non si può derogare in questo gioco chiamato “Mondo”. Quindi, se un concorrente fosse in grado di vivere in eterno, trasgredirebbe una delle regole fondamentali del gioco della vita, poiché potrebbe raggiungere facilmente qualsiasi obiettivo si prefiggesse. Questo non farebbe venire meno il motivo e il bisogno stesso del giocare? Perdendo la voglia di giocare, la partita non diverrebbe inutile? Conoscere, infatti, fin dall’inizio il vincitore rende inutile qualsiasi partita. Un po’ come nel campionato di calcio italiano.
Allora, forse, l’unica possibilità che ci rimarrebbe per trovare la forza per continuare a vivere, se fossimo dotati di vita eterna, sarebbe quella di porsi come osservatore, tentando d’appagare la nostra congenita curiosità per un futuro che non si conosce. Questa, a mio avviso, potrebbe essere l’unica residuale pulsione in una situazione di eternità. Ma anche questa potrebbe comunque risultare noiosa, se non si possiede la capacità d’immedesimarsi nelle vicende a cui si assiste. Perché, il più delle volte, tentare di comprendere qualcosa che in qualche modo non si è vissuto sulla propria pelle nella “vita reale” diventa molto difficile, se non impossibile. Voglio dire: un’entità umana che non fosse in grado di capire e percepire paure, necessità, dubbi, incertezze, insicurezze, gioie, amori, dolori ecc. potrebbe capire e quindi provare emozioni per qualcosa di cui non comprende né percepisce le reali sensazioni che queste procurano?

Pino Boresta, GiocoVita, 2020
Pino Boresta, GiocoVita, 2020

L’UMANITÀ E L’ESPERIENZA EMOTIVA

Cercando una soluzione a una così determinante imperfezione umana, ho pensato che si sarebbe potuto ovviare a tale mancanza facendo vivere al nostro soggetto, che un domani diverrà eterno, un periodo della propria esistenza esattamente come comune mortale, offrendogli la possibilità di acquisire, così, tutte quelle informazioni e conoscenze emotive, sensoriali e magari filosofiche/riflessive che poi in un secondo momento, divenendo immortale, potranno in lui stimolare quell’interesse anche fisico che come osservatore insensibile gli sarebbe stato negato.
A questo punto il nostro eterno spettatore sarà pronto a collocarsi fuori dal tempo che scorre e dura, e compiacere la sua innata curiosità in un futuro che non conosce potendone apprezzare appieno la visione, visto che ora sarà in grado di comprendere anche emotivamente tutte le fondamentali sfaccettature emotive di ciò di cui sarà testimone come in una sorta di infinito serial tv. Ma anche così non sappiamo se alla lunga, avendo l’eternità davanti a sé, la noia possa comunque sopraggiungere. Senza disturbare Dio, dovremmo, forse, chiederlo a qualche casalinga con la dipendenza da soap opera o telenovela?

TEMPO E ARTE

Ma se fosse vero, come sostengono alcuni filosofi, riguardo alla metafisica immanente alla rappresentazione spaziale del tempo, che ciò che chiamiamo lo scorrere del tempo altro non è se non lo scivolare continuo dello schermo e la visione gradualmente ottenuta di ciò che, nella sua globalità aspetta nell’eternità, cosa altro ci resterebbe da fare a noi artisti, e a noi tutti se non vivere, vivere, vivere, vivere e basta, o piuttosto giocare, giocare e basta?

Pino Boresta

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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.