Spazi matriarcali, parte seconda (II). La fine del patriarcato

L’apertura è una delle componenti chiave degli spazi matriarcali presi in esame da Christian Caliandro nella sua nuova serie di saggi.

Carol Rama, Bricolage, 1967
Carol Rama, Bricolage, 1967

9 settembre 2020. Orizzontalità. Sistema orizzontale. Non l’eroe, la storia lineare, il verticalismo, il patriarcato, il paternalismo, il maschilismo, ma una rete. Niente centro, solo orizzonte.
Le storie sono indipendenti.

6 novembre 2018. Spingere – spingere ancora, per conquistare il ‘fuori’ – per costruire questo fuori mentre ancora non esiste, e non esisterà per chissà quanto. Nel bel mezzo di una distopia interiore ed esteriore, pienamente dispiegata, che cos’è questa tristezza euforica, questa gioia straziata che mi separa, che mi avvolge? È capire oscuramente che devo accettare, accettare ciò che succede, la confusione che io sono, l’assenza e la mancanza e il vuoto – accettare tutto questo non come difetto, o errore, ma come forma di esistenza. Costruire in questo vuoto, in questa scomparsa. Farne uno spazio, una dimensione mia e nostra. Tutti stanno, stiamo vivendo così. La “pienezza” non ha senso, la pienezza mancherà sempre; la pienezza forse non è neanche così interessante.
Sbatacchi, sbatti come una falena – qui e lì – oscilli, non sai dove andare – ma questo che stai creando, così otturato e sovraccarico e trasparente, è lo spazio che ti serve.
Sdoppiato. Raddoppiato. Cerchi di divincolarti – e non ci riesci. Volete qualcosa di più “saggistico”, di meno “frammentario”? Volete qualcosa che si incaselli meglio, che torni con ciò che vi aspettate? Non torna niente – questa è la notizia.
Immergersi nel caos – questo, forse, va bene. Ogni riferimento è saltato, sta saltando. E io non voglio, non voglio corrispondere alle attese, a ciò che ci si aspetta, a quello che è considerato “normale”, o “giusto”, o “educato”. A che serve, infatti? A sprofondare sempre di più? (Onde di synthwave per avvolgere questi pensieri frantumanti, frammentati, scheggiati.)
Kubrick era un ‘anarchico conservatore’. È difficile da capire, ma era veramente entrambe le cose: anarchico nel senso che detestava l’autorità, era contro ogni forma di potere. Ma allo stesso tempo non credeva nel progresso degli esseri umani, non credeva in nessun cambiamento, per lui gli esseri umani sarebbero rimasti sempre gli stessi. Era spaventato dall’ordine, che tutto paralizza, ma allo stesso tempo sapeva bene che il disordine è incontrollabile” (Michel Ciment, in “Filmaker’s Magazine”, a. 2, n. 9, ottobre 1999, via Carlo Michele Schirinzi).

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Lee Krasner, Gothic Landscape, 1961. Tate
Lee Krasner, Gothic Landscape, 1961. Tate

10 settembre 2020. Anche questo tentativo di “pensare come una donna”, di definire che cos’è lo “spazio matriarcale”, è una prova un pochino patetica, da parte dell’uomo che è stato spesso descritto come uno “stronzo patentato”… Da più parti, peraltro, in luoghi e in tempi diversi – e questo, lungi dall’essere strano, si qualifica invece come una vera e propria conferma. Perciò, lo dico io prima che lo diciate voi: è vero, non ho alcun titolo per parlare di pensiero femminile (figuriamoci poi per pensare femminilmente). E sì, può darsi che io sia quanto di più lontano possibile da una mente femminile… OK, è tutto vero. Questa serie di tentativi potrebbe e potrà benissimo risolversi in un nulla di fatto, e in una sequenza di fallimenti banali e ridicoli. Però, detto questo, mi e soprattutto vi chiedo: non è importante invece che proprio uno come me, uno con queste caratteristiche strutturali (una certa ottusità; il non trovare mai niente – anche ciò che ho davanti agli occhi; l’essere votato biologicamente all’infelicità; il vizio di parlarmi spesso addosso; ecc. ecc.) si lanci – in maniera anche spericolata e incosciente – esattamente in questo tipo di tentativi? Non è l’ennesima prova, questa, che l’evoluzione in effetti è partita, e il maschilismo / sessismo / paternalismo / patriarcato non ci può fare proprio nulla, ormai?

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La vita non conclude. È aperta, sempre aperta (come il finale de L’animale morente di Philip Roth). Ed è questa apertura che va salvaguardata anche nell’arte e nella scrittura.
Approfondire questa apertura, specificare questa apertura, descrivere questa apertura, definire questa apertura, indagare questa apertura, amare questa apertura. Lo spazio matriarcale vive di questa apertura – è questa apertura, in effetti.

Helen Frankenthaler, Jacob's Ladder, 1957. MoMA, New York
Helen Frankenthaler, Jacob’s Ladder, 1957. MoMA, New York

11 settembre 2020. Smarginatura, indistinzione, sdefinizione, perdita di confini e di limiti: questa è una delle caratteristiche principali dello spazio matriarcale (di contro alla limitazione/delimitazione maschile, alla definizione, alla linearità, alla verticalità). In Kill Bill Vol. 2 (2004), Beatrix Kiddo salva la figlia da un futuro con Bill perché altrimenti “sarebbe nata nel mondo sbagliato”. EVOLVERE = crescere, cambiare, invertire la rotta, migliorare.
Fino a qualche anno fa, uccidevo insetti e bombi – ora li accarezzo, lascio che mi finiscano addosso mentre svolazzano, li salvo, li accompagno in giardino comodamente adagiati su uno Scottex.

Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

Spazi matriarcali, parte seconda (I). Il pensiero femminile

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).