Non basta l’intenzione di voler riaprire musei e luoghi di cultura, bisogna confrontarsi anche con la domanda e le esigenze del pubblico, modificate dalla pandemia.

Musei e biblioteche aperte a maggio? Pare di sì. Il mese prossimo potranno riaprire “quei siti in grado di rispettare le prescrizioni di sicurezza indicate dal comitato scientifico”. Ma quali sono queste “prescrizioni“? E poi, quali saranno i luoghi in grado di rispettarle? In quali regioni apriranno (apriranno su base regionale e non su base nazionale?). E poi, quale sarà la risposta dei pubblici a tale riapertura? Quanti vorranno tornare al museo o andare in biblioteca in queste condizioni? Tante domande (ancora) senza risposta. L’orizzonte è incerto e il post pandemia resta una incognita ancora tutta da interpretare. Eppure la necessità di garantire certezze e “percezione di sicurezza” non è solo un affare delicato, è una questione fondamentale, soprattutto oggi che timidamente ci stiamo riaffacciando al mondo dovendo convivere con una situazione ambientale percepita comunque come potenzialmente ancora pericolosa.
Perché parlando dei luoghi di cultura non parliamo semplicemente di “negozi” con delle “merci” ma di luoghi di contatto, di scambio e incontro: la cultura e i suoi luoghi sono indissolubilmente legati alla relazione fisica e di prossimità. In questo senso alcuni fattori ambientali svolgeranno un ruolo più importante di altri nel far sentire di nuovo a proprio agio le persone. Allora va considerato che è molto probabile che le persone si sentiranno più inclini a visitare alcune imprese culturali più di altre. Quindi diventa fondamentale capire come le potenziali apprensioni che circondano le esperienze culturali, soprattutto quelle “indoor”, influenzeranno la domanda di cultura, probabilmente ridistribuendola lontano da istituti percepiti “a rischio” di maggiore diffusione del virus: come ad esempio quei luoghi chiusi che coinvolgono molte persone in spazi ristretti e a contatto (situazione tipica delle arti dello spettacolo o delle esperienze teatrali). Stando a questo allora è probabile che la domanda iniziale favorirà quelle entità che consentono una maggiore libertà di movimento, e in particolare quelle con accesso allo spazio esterno (aree archeologiche? Anfiteatri all’aperto? Rassegne e spettacoli teatrali “in piazza”? Drive-in?).
Particolare attenzione, allora, dovrà essere messa nell’individuare specifiche attuabili e sostenibili, e laddove non lo siano si dovrà pensare a sostenerle con fondi ad hoc. Anche perché parliamo di norme e regole con pieghe specifiche per “luoghi particolari” come sono quelli della  cultura. Non basterà proporre decaloghi “generici” o vademecum validi per aziende, supermarket, fabbriche e uffici. Non sarà possibile né pensabile trattare musei e biblioteche come un qualunque altro luogo di lavoro.

Servirà allora curare non solo gli aspetti culturali in sé ma anche quelli percettivi, di sicurezza, di comunicazione e informazione, misurando i livelli di comfort in essa percepiti e non solo quelli di gradimento”.

Quindi prima ancora di parlare di riaperture, forse, servirebbe parlare delle necessità e delle possibilità di poter riaprire. Ad esempio partendo dal definire nuove procedure e controlli, tanto interni quanto nelle modalità di accesso alla visita dei diversi luoghi della cultura, soprattutto per la gestione delle distanze di sicurezza e della fluidità di visita senza assembramenti. Allora si dovrebbe parlare anche della accresciuta necessità di personale di controllo, ma anche della sua formazione e dalla sua idoneità a operare nel nuovo contesto; o ancora dall’individuazione degli strumenti opportuni e necessari in questa fase complessa; senza parlare del personale di pulizia, impegnato come sembrerebbe in una continua opera di sanificazione di ambienti e superfici. Andrebbero poi valutate anche quali reazioni potrebbero avere pigmenti pittorici, materiali marmorei e lignei a queste continue procedure di sanificazione; o alle mutate condizioni di climatizzazione e microclima delle sale con ricircolo di aria (serviranno nuovi filtri specifici?). Lo stesso poi varrà anche per i vari dispositivi elettronici e gli apparati tattili per ipovedenti e non vedenti: possono tutti essere sanificati allo stesso modo? E quegli istituti culturali che non sono dotati di mezzi o personale per affrontare tutto questo, come faranno?
In questo senso poi, ancora, anche ammesso che si sia dotati di tutto il necessario, andrà compreso come procedere fisicamente all’apertura e poi alla visita, a come gestire i flussi e i tempi, gli orari (che potrebbero variare per permettere maggior possibilità di visita, o contrarsi, qualora la domanda non risponda adeguatamente) anche in vista di chi ha esigenze di visita diverse dagli altri?
Perché il punto è che si sta guardando (ancora) all’offerta senza minimamente considerare la domanda, pensando (ancora) in modo unilaterale, semplificando l’esperienza culturale a “entrata, sosta davanti alle opere, uscita”, come se si fosse in un supermercato e La tempesta del Giorgione fosse una scatola di cereali, dando (ancora) per scontato una impossibile omogeneità di fruizione, creando (ancora) ulteriori potenziali barriere di “separazione”.
Il nuovo contesto percettivo, inoltre, creerà nuovi bisogni anche extra-culturali nella domanda: la conoscenza delle procedure di sanificazione e di che tipo, o la presenza e disponibilità di presidi personali di protezione ‒ gel, guanti e mascherine su tutti ‒diventeranno richieste ordinarie (almeno per un po’) e con queste anche la necessità di modificare le esperienze cui esse sono legate. Servirà allora curare non solo gli aspetti culturali in sé ma anche quelli percettivi, di sicurezza, di comunicazione e informazione, misurando i livelli di comfort in essa percepiti e non solo quelli di gradimento. Occorrerà rivedere alcuni contenuti, imparare anche un vocabolario nuovo, sanitario, e servirà creare una comunicazione integrata in tal senso in un processo che, almeno all’inizio, sarà dirimente nelle scelte di partecipazione dei pubblici: l’attenzione nella scelta non riguarderà più solo “il cosa”, l’oggetto culturale, ma anche “il come” entrarvi in contatto. Il contesto emotivo sarà cruciale e bisognerà rassicurare gli ospiti prima di informarli, a solo poi provare a convincerli; e tutto questo senza tralasciare il sentimento di accoglienza e vicinanza fondamentale per l’accessibilità dei luoghi della cultura. Il rischio di non considerare queste variabili sarà creare ulteriori potenziali barriere di “separazione” che aumenterebbero una oscillazione pericolosa nella platea culturale che potrebbe acuire squilibri e differenze tra istituti.

FASE 2: I RISCHI DI UNA RIAPERTURA NON RAGIONATA

Aprire in queste condizioni, oggi o domani, allora potrebbe avere risvolti imprevedibili, anche dal punto di vista economico: la risposta all’offerta potrebbe non stare in piedi, essendo gran parte delle spese certe (con la perdita dei benefici di sostegno oggi previsti) contro un rientro del tutto ipotetico se non addirittura “simbolico” (per i libri ad esempio va anche considerato che già in tempi normali i lettori latitavano). Voler colmare rapidamente il vuoto monetario attraverso la sola bigliettazione (in gran parte l’unica fonte di rientro del sistema museale, ad esempio), potrebbe spingere ad azioni frettolose e scomposte, col rischio di creare forti squilibri tra gli altissimi costi di gestione e il ridotto numero di accessi, quindi acuendo (se possibile) le conseguenze del  COVID-19; ma anche creando ulteriori divari tra complessi grandi e piccoli, o tra quelli aperti e quelli semi aperti, tutti indistintamente legati a un unico bacino potenziale composto da flussi “interni” e pochi rientri effettivi. E tutto questo, ovviamente, di riflesso vale anche per il turismo. Piazze deserte, spiagge vuote, montagne silenziose ci hanno ricordato come questa “parentesi” possa essere l’opportunità di ripensare il turismo che vorremo. Crearne uno nuovo, dal valore aggiunto e non più take away, consapevole e di qualità, che ricerchi “nell’esperienza culturale” la propria nuova raison d’etre. Perché può essere balneare, montano, enogastronomico, religioso, termale, slow, cicloturismo, green, ma in Italia nessuno di questi turismi “vale” quanto quello culturale.
Detto questo, individuare oggi una qualsivoglia strategia di riapertura del settore culturale (hard o soft che sia) deve giocoforza considerare e implementare nuove vie di sostenibilità alternativa. Ma per far questo servono indici e analisi da comparare, purtroppo a oggi pochissimi. Ecco allora un punto fondamentale da cui ripartire nel post-pandemia: capire la composizione della “catena del valore” propria del settore culturale. Perché non basta dire di voler riaprire per poter riaprire o riattivare meccanicamente un’offerta azzoppata per stimolare automaticamente la domanda: il rischio è una débâcle (anche economica).

Massimiliano Zane

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Massimiliano Zane
Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.