In risposta all’emergenza coronavirus e alla chiusura di tutti i luoghi dedicati alla cultura, i musei stanno sfruttando il web per aprire le loro porte. Ma è sufficiente? O ci sono delle strategie da impostare oggi per realizzare importanti cambiamenti domani?

Molti musei italiani hanno risposto prontamente al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che prevede la chiusura dei musei sino al 3 aprile 2020 aprendo virtualmente le porte ai visitatori. Promozione delle visite online, rubriche tematiche sui social, video per veicolare collezioni e contenuti, sono solo alcune delle azioni impiegate dalle istituzioni culturali italiane per diffondere cultura. Ma saranno sufficienti queste iniziative per mantenere alta l’attenzione dei pubblici consolidati e coinvolgerne di nuovi? Sino a quando durerà la chiusura delle strutture e che ne sarà poi delle attività? Quel che è certo è che questa situazione che sta mettendo a dura prova chi già abitualmente si trova a lavorare in ambienti complessi e con scarse risorse dovrà trasformare il modo con cui si pensa l’organizzazione e la comunicazione delle attività, anziché essere una fase passeggera. Occorrerà ragionare sempre più in profondità su cosa si comunica (i contenuti), a chi (i pubblici, sì, ma quali?) e con quali intenti. Andranno ripensati gli schemi di attribuzione di valore e le logiche di coinvolgimento, in linea con quanto già stava emergendo nel dibattito su accessibilità ed engagement nell’era digitale ma che ora costringe gli operatori (sia nel settore culturale ma anche dell’educazione) a una formazione accelerata. Ecco quattro spunti, o meglio quattro nodi, su cui riflettere.

IL NON PUBBLICO

I contenuti sui canali social e le visite virtuali raggiungono perlopiù chi già si interessa a un’istituzione. Pensiamo alle persone che non appartengono alle nostre communities: perché mai dovrebbero guardarsi un video sulle nostre collezioni su YouTube? Pensiamo alle persone che non utilizzano i social come strumento di informazione e in particolare agli anziani. È a questa categoria di non visitatori che i musei dovrebbero rivolgere ora l’attenzione. In queste settimane molti anziani vivono in condizioni eccezionali di isolamento, auto-protezione, solitudine ma anche paura. Occorre quindi ragionare attentamente sugli strumenti (i social non sono sinonimo di accessibilità e fruizione universale) e sulle finalità. Perché comunicare agli anziani? Per informare, incuriosire o divertire? In questo momento difficile in cui ogni telegiornale è per una persona anziana un bollettino di cronaca nera rispetto ai deceduti nella propria cerchia, occorre individuare modalità per tenere alto l’umore. Perché non immaginarsi gag e barzellette via radio da trasmettere anche nei supermercati? Il format già esiste ma solitamente viene impiegato con finalità di fundraising.
Viene poi alla mente un progetto imponente, che potrebbe essere reiterato su scala più piccola e con partner locali, ovvero A History of the World in a 100 Objects messo in piedi dalla BBC e dal British Museum nel 2010. Si trattò di una serie di cento brevi storie finalizzate a tracciare una storia dell’umanità a partire dalle collezioni del museo. Grazie alla radio i contenuti raggiunsero gli inglesi in luoghi e momenti inaspettati: a casa durante l’ora del tè e in macchina nel tragitto per andare a lavoro. La serie riscosse gran apprezzamento anche fra chi aveva visitato solo una volta il British Museum, raggiungendo l’obiettivo di risvegliare curiosità e incentivare nuove visite. Certamente questo era un progetto su larga scala, ma perché non immaginarsi azioni simili con partner locali, come le radio delle università? Da notare però che il focus narrativo non deve riguardare le collezioni in sé, ma la connessione dei suoi significati con storie più ampie che riguardano tutti.

Mariateresa Sartori, Tutti quelli che vanno. Piazza san Marco, per 3 minuti e 5 secondi, 2019, site specific. Fondazione Querini Stampalia, Venezia. Courtesy Galleria Michela Rizzo, Venezia. Photo Michele Alberto Sereni
Mariateresa Sartori, Tutti quelli che vanno. Piazza san Marco, per 3 minuti e 5 secondi, 2019, site specific. Fondazione Querini Stampalia, Venezia. Courtesy Galleria Michela Rizzo, Venezia. Photo Michele Alberto Sereni

LA SOSTENIBILITÀ

Like e commenti sui social sono un aspetto importante di una strategia digitale ma non sostanziale. Soprattutto, in questa fase di incertezza anche economica che riguarda sia l’oggi sia il domani, occorre valutare anche la sostenibilità delle azioni e ipotizzare canali nuovi per promuovere le entrate. Se lo streaming offre una risorsa decisiva per veicolare contenuti di qualità, va riconosciuto che condividerli gratis non può essere una soluzione, specie nel lungo termine. Perché non immaginarsi corsi di storia dell’arte e in più discipline, anche in collaborazione fra più istituzioni, da offrire a pagamento alle università straniere? In tutto il mondo la maggioranza delle università che affrontano discipline storico-artistiche trattano la storia dell’arte italiana organizzando anche viaggi estivi nei musei. Quelle in previsione nel 2020 verranno cancellate, perché non fare di questa perdita un’opportunità percorrendo anche un taglio comunicativo finalizzato alla richiesta di sostegno in un momento di difficoltà?

LE VOCI

Sino a ora abbiamo ascoltato in streaming figure ai vertici delle strutture, o facenti parte dello staff, raccontare le opere e gli ambienti. Nel 2020 però la comunicazione non può essere articolata esclusivamente dal punto di vista di chi ha potere. Occorre condividere autorità e spostare i punti di vista. Perché non chiedere ai visitatori di raccontare le visite più emozionanti? O domandare ai volontari e agli iscritti ai programmi di membership le ragioni dietro all’amore e al sostegno per un luogo? I risultati sarebbero diversi da quelli di una comunicazione strettamente culturale ma comunque utili, sia dal punto di vista della partecipazione sia dei possibili impatti.

I CONTENUTI

Ma i musei possono favorire apprendimento solo sulle rispettive discipline di riferimento? Ovviamente no. Un aspetto importante che sta emergendo nelle diverse narrazioni attorno all’emergenza COVID-19 riguarda il valore delle singole professionalità: medici, infermieri, anestesisti, ma anche operatori ecologici, commessi e postini. In modi diversi tutti svolgiamo compiti che forniscono servizi alla collettività e in questo momento è giusto raccontare e valorizzare diversi mestieri. Pensiamo ai ragazzi a casa da scuola con pochi stimoli. Come e perché dovrebbero occuparsi di cultura? Quali sono i possibili percorsi in questi ambiti?
Raccontiamo le professioni e i percorsi professionali di chi oggi si muove nel settore culturale e diamo occasioni e strumenti per permettere alle nuove generazioni di reinventare queste professioni un domani.
L’emergenza COVID-19 sta mettendo tutti a dura prova. Per i musei può essere un’opportunità per accelerare cambiamenti che già erano nell’aria, ma occorre pensare in modo strategico, strutturato e anche creativo. Servono professionalità sulla comunicazione, il coinvolgimento, l’accessibilità, i pubblici e il digitale… e speriamo che i musei potranno avvalersi di nuove collaborazioni perché le competenze non si inventano dall’oggi al domani.

Nicole Moolhuijsen

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Nicole Moolhuijsen
Nicole Moolhuijsen è ricercatrice e freelance, specializzata in Museum Studies presso l’Università di Leicester (UK). Si occupa di studi sui visitatori, interpretazione e audience development con un focus sui musei d’arte. Ha collaborato con istituzioni in Italia e all’estero e attualmente è responsabile dello sviluppo di allestimenti in ottiche di accessibilità presso We Exhibit. Collabora con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove per il Dipartimento di Management è cultrice della materia in Economia e Gestione delle Produzioni Culturali. Nel 2019 ha vinto un bando di ricerca sulle questioni di genere e conduce la sua attività fra l’Italia e i Paesi Bassi. È membro del board della commissione internazionale di ICOM per i musei d’arte (ICFA).