Morto Huang Yong Ping. Il ricordo del curatore Maurizio Bortolotti

Un uomo gentile dall’arte potente. Così Maurizio Bortolotti, tra gli ultimi curatori a lavorare con Huang Yong Ping ricorda l’artista cinese naturalizzato francese.

Installation view, from left:Michelangelo Pistoletto, La Habana–Venere Cubana, 2015Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / HabanaVEX.2018.1.3Huang Yong PingCaverne 2009, 2009Pinault Collection © 2018 Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris VEX.2018.1.2Joseph Kosuth Intellect to Opinion, 2017 Courtesy of the artist© 2018 Joseph Kosuth VEX.2018.1.413.Installation view, from left:Paul ChanLe Baigneur 1, 2016Courtesy the artist; Greene Naftali, New York; and Regen Projects, Los AngelesVEX.2018.1.6Whitney McVeigh Divine Rules, 2018 Courtesy of the artistVEX.2018.1.1
Installation view, from left:Michelangelo Pistoletto, La Habana–Venere Cubana, 2015Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / HabanaVEX.2018.1.3Huang Yong PingCaverne 2009, 2009Pinault Collection © 2018 Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris VEX.2018.1.2Joseph Kosuth Intellect to Opinion, 2017 Courtesy of the artist© 2018 Joseph Kosuth VEX.2018.1.413.Installation view, from left:Paul ChanLe Baigneur 1, 2016Courtesy the artist; Greene Naftali, New York; and Regen Projects, Los AngelesVEX.2018.1.6Whitney McVeigh Divine Rules, 2018 Courtesy of the artistVEX.2018.1.1

Huang Yong Ping fa parte della generazione apri-pista dell’arte cinese in Europa, di quella generazione eroica che ha costituito il riferimento per le generazioni successive di artisti cinesi che sono andati all’estero. Uomo mite, che non mostrava mai il successo che aveva ottenuto, era un grande costruttore di metafore del mondo contemporaneo. Nelle sue installazioni metteva insieme elementi linguistici presi della cultura cinese, dandogli la potenza di metafore che rappresentavano i complessi problemi dell’umanità: la guerra, i cambiamenti climatici, le differenze culturali e ideologiche.

L’INCONTRO CON HUANG YONG PING

All’inizio del 2016, arrivando da Shanghai, mi fermai a Parigi per incontrare Kamel Mennour, il quale mi accompagnò nello studio di Huang a vedere il progetto dell’opera che stava preparando per l’edizione di Monumenta di quell’anno, chiedendo la mia riservatezza poiché il progetto era ancora segreto. L’incontro con Huang e la figlia fu caloroso e vedere come il mondo quotidiano dell’artista era un ambiente famigliare nel quale il suo lavoro appariva raccolto e concentrato creava uno strano contrasto con la scala gigantica del progetto esposto in seguito al Gran Palais. Quel pomeriggio vidi il modello del progetto e l’ambiente nel quale l’artista lavorava. E quella differenza dà la misura di quanto il mite Huang Yong Ping fosse un visionario nel momento in cui il suo lavoro entrava nello spazio della mostra. Il ruolo che lui ha svolto non è solo quello di aver aperto la strada all’arte cinese in Europa, ma, per la posizione centrale che occupa, il suo lavoro ci spinge oggi a chiederci continuamente qual è il ruolo dell’arte cinese nel mondo e il suo rapporto con l’arte internazionale. La primavera scorsa l‘ho invitai a Milano, insieme al direttore del MAXXI Hou Hanru, a parlare della prima ondata degli artisti cinesi all’estero e durante la conversazione è emersa una questione chiave dell’arte cinese contemporanea: la mancanza di un rapporto profondo di questa con la lezione delle avanguardie internazionali. L’arte cinese contemporanea, di cui Huang può essere considerato uno dei principali esponenti, ha raccolto solo superficialmente alcuni spunti delle avanguardie ma non ne ha integrato la lezione. Ed è questo, paradossalmente un grande vantaggio dell’arte cinese, che svincolata dai pregiudizi delle avanguardie può muoversi più liberamente dell’arte occidentale verso la produzione di un’arte contemporanea. La sua stessa grande capacità di narratore esula dalle prospettive dell’avanguardia, la cui eredità negli ultimi decenni è stata raccolta dall’arte americana, che è molto più focalizzata sul qui e ora e sul suo accadere in relazione a un contesto specifico. Huang Yong Ping nel suo lavoro recupera la Narrazione come struttura portante dell’opera, che trova un certo grado di diffusione in tutta l’arte asiatica, e attraverso di essa ha reinventato alcuni codici linguistici che possono essere annoverati tra le novità che l’arte che proviene dall’Asia ha introdotto oggi nel dibattito internazionale. L’uso della metafora e la struttura narrativa come i due elementi principali di rinnovamento del linguaggio artistico contemporaneo proposti da Huang Yong Ping.

UN RICORDO UMANO

La sua gentile e mite figura umana, in contrasto con la potenza della sua arte e la forza della sua narrazione, ci insegnano qualcosa di importante oggi, non solo dell’arte cinese ma anche dell’arte asiatica in generale. È la capacità di questa di porsi molto più liberamente di quanto possa fare l’arte in Europa e negli Stati Uniti nel reinventare un linguaggio contemporaneo che non teme la complessità del mondo, ma che anzi sa integrarla al suo interno. Senza preoccuparsi di seguire la strada di un linguaggio ormai codificato che riempie le gallerie e i musei nel mondo, ma che è fatto più di precetti che di novità.

-Maurizio Bortolotti

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Maurizio Bortolotti
Maurizio Bortolotti è un critico d’arte e curatore nato a Brescia nel 1961 che attualmente vive a Milano. È stato “Director of Research and Public Program” all’ Himalayas Museum di Shanghai (2015-2016). In questa posizione ha lavorato sia all’organizzazione del nuovo progetto di Biennale chiamato “Shanghai Project” che alla riorganizzazione del Museo. È stato il primo curatore italiano a lavorare in un museo cinese. Dal Maggio 2019 è membro del Consiglio di Amministrazione delle Gallerie Estensi. Ha lavorato come curatore indipendente in Italia e in altri paesi, focalizzando il suo lavoro sull’interazione tra arte e processi sociali sullo sfondo della globalizzazione, con particolare attenzione al rapporto tra arte e architettura all’interno dello spazio urbano e in relazione all’organizzazione dei rapporti sociali in esso. Negli ultimi 15 anni ha dedicato particolare attenzione all’arte in Asia e ha lavorato in Corea del Sud, Cina e India. Ha curato, tra gli altri, progetti e mostre di Yona Friedman, Peter Eisenman, Rirkrit Tiravanija, Dan Graham, Tomas Saraceno, Olafur Eliasson, Ai Weiwei. È stato nominato nel Dicembre 2018 curatore della 6 ° edizione della Biennale della Mongolia, LAM360, che si inaugurerà nell’Agosto del 2020 e alla quale sta attualmente lavorando.