L’Italia bella e cattiva della fantasia e del piombo. A Pistoia

Palazzo Buontalenti, Pistoia ‒ fino al 6 gennaio 2020. Secondo capitolo di “Italia Moderna 1945–1975. Dalla Ricostruzione alla Contestazione”, con le opere della Collezione Intesa Sanpaolo. Marco Meneguzzo ha creato una mostra con accostamenti interessanti, che punta ad avvicinare il pubblico alla conoscenza dell’arte italiana del secondo Novecento, più che a “sbalordire” con i grandi nomi. Il risultato, un’ampia panoramica sulle fasi artistiche specchio di un Paese che dall’ottimismo della fantasia al potere precipitava verso i cupi Anni di Piombo.

Fra il 1960 e il 1969, l’Italia attraversa una fase politica e sociale tumultuosa: il 68’, Piazza Fontana, la Fiera Campionaria di Milano, la minigonna, la Zanzara e molto altro ancora. In mezzo, c’è l’arte che s’interroga sulla società che nasce dalle radici della contestazione e del benessere economico raggiunto. Con rigore filologico, Meneguzzo riparte da dove aveva lasciato: Scheggi, Castellani, Bonalumi, Uncini, sono i “figli” di Fontana che saggiano le possibilità espressive della forma e della “quarta dimensione”, un andare oltre che è specchio delle forze propulsive della società in piena espansione. In questo clima, si cercano nuove frontiere da varcare: i primi esperimenti di “arte programmata” cercarono di misurare l’arte e le sensazioni che regala, e, grazie alla tecnologia Olivetti nel campo dei minicalcolatori (all’epoca all’avanguardia nel mondo), Boriani realizzò una Superficie magnetica che dimostrava come anche l’incalcolabile fosse programmabile, mentre Massironi, De Vecchi, Chiggio lavorarono sulle capacità riflettenti della superficie, che cambia a seconda del punto dal quale viene osservata. L’emozione, la portata dell’azione, divengono allora (o sembrano divenire) misurabili, quasi una rinnovata ebbrezza neo-positivista.

LA SOCIETÀ E IL SUO SPECCHIO POP

Non solo esperimenti formali; gli Anni Sessanta videro anche in Italia la nascita di un “romanzo popolare” pittorico. A Roma si formò la scuola Pop di Piazza del Popolo. Tacchi, Pascali, Schifano raccontano la società fra cronaca e immaginario, a volte anche omaggiando la tradizione artistica nazionale, come l’omaggio di Festa a Michelangelo, o di Tadini a Carrà. Il figurativo non muore, nonostante ve ne sia il timore, ma acquista una potenza concettuale che venti anni prima non avrebbe potuto avere: è lo specchio di una società frenetica, consumistica, con il mito dell’immagine e della “dolce vita”, ma in fondo inquieta e malinconica. Così come inquieto e malinconico era il mondo dell’arte, che faticava a prendere posizione obiettiva sulla contestazione, che nel 1968 era argomento à la page, e per artisti e intellettuali non era ammissibile non schierarsi in suo favore. L’unico che ne ebbe il coraggio fu Pier Paolo Pasolini (che compare in mostra in una gigantografia che decora il percorso) con Guareschi l’intellettuale più scomodo d’Italia, e che disapprovò energicamente sul Corriere della Sera gli universitari che avevano lanciato pietre contro la polizia a Valle Giulia; la questione sociale per la quale si diceva di combattere non poteva essere risolta aggredendo quei poliziotti che erano “figli del popolo”, uomini giovani e meno giovani che lavoravano per mantenere le rispettive famiglie.

Emilio Tadini, Archeologia, 1973. Collezione Intesa Sanpaolo

Emilio Tadini, Archeologia, 1973. Collezione Intesa Sanpaolo

LE RIFLESSIONI DI POVERISTI E ANALITICI

Dopo l’autunno caldo, arrivano gli Anni Settanta. Una società opulenta, ma anche violenta, quale era divenuta l’Italia dei primi Anni Settanta, vide incrinarsi alcune delle precedenti certezze. Il gruppo dell’Arte Povera, con, fra gli altri, Pistoletto, Kounellis, Merz, Boetti, proponeva un “ritorno alle origini”, alla semplicità, a un radicalismo che restituisse il significato di azioni, parole, sentimenti; a partire dalla pratica artistica, si cercò di riscoprire la “povertà” di gesti e materiali, creando opere che in parte anticipavano le performance (la prova d’artista nel bosco di Penone ne è un esempio). Più raffinato, in chiave comportamentista, il ragionamento di Mario Merz sulla serie di Fibonacci, che, misurando la matematica espansione dei fenomeni umani, ne stigmatizza l’omologazione.
A un livello più tecnico e concettuale, il gruppo della Pittura Analitica s’interrogava sul rapporto fra artista e opera, sul senso del gesto pittorico in sé. Si tratta di un dialogo fra l’artista e l’arte, apparentabile all’ars maieutica di Socrate, ovvero un provocare una risposta da parte della pittura, attraverso un procedimento che “stimola” colori e materiali a reagire, a mettersi in discussione davanti all’osservatore. In questo modo la pittura diventa un mezzo espressivo di portata epocale.
Ma l’arte è ormai in secondo piano: la Biennale del ’72, la strage dell’Italicus, il delitto Pasolini, la Banda della Magliana e il terrorismo nero e rosso. L’Italia ha altro a cui pensare.

Italia moderna 1945-1975. Dalla Ricostruzione alla Contestazione. Il benessere e la crisi, 2019. Exhibition view at Palazzo Buontalenti, Fondazione Pistoia Musei, Pistoia 2019. Courtesy Fondazione Pistoia Musei

Italia moderna 1945-1975. Dalla Ricostruzione alla Contestazione. Il benessere e la crisi, 2019. Exhibition view at Palazzo Buontalenti, Fondazione Pistoia Musei, Pistoia 2019. Courtesy Fondazione Pistoia Musei

UN ALLESTIMENTO CON VALENZA CRITICA

Percorrendo la mostra, si scoprono interessanti accostamenti curatoriali che svelano artisti più vicini di quanto la vulgata o “piccole rivalità personali” vogliano far credere; ad esempio, nelle loro opere, Gianfranco Baruchello e Gianni Emilio Simonetti quasi sembrano lo stesso artista. O ancora, i geometrismi di Umberto Mariani degli Anni Settanta dialogano piacevolmente con i segnali di Kounellis di dieci anni prima. Un accostamento che mostra le opere sotto un’inusuale luce di confronto, utile e capire relazioni e ispirazioni fra i vari artisti di quel quindicennio, e proponendo nuovi sentieri critici. E fra le righe, sovrapponendo le opere in mostra ai filmati d’epoca in apertura di percorso e alle gigantografie che decorano le pareti di alcune sale, si possono cogliere tutte le contraddizioni di un’Italia dove, per citare Longanesi, “si vive alla giornata fra l’acqua santa e l’acqua minerale”.

‒ Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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