Il sublime (era) ora. L’editoriale di Marco Senaldi

Il filosofo Marco Senaldi cerca i significati del sublime nel linguaggio visivo contemporaneo.

Una scultura di Arne Quinze alla Ciutat de les Arts i les Ciències di Valencia. Photo Marco Senaldi
Una scultura di Arne Quinze alla Ciutat de les Arts i les Ciències di Valencia. Photo Marco Senaldi

Sono passati diversi anni da quando, nel 1993, Massimo Carboni ci ha spiegato attraverso quali vicissitudini il sublime fosse sopravvissuto nel cuore dell’arte contemporanea (Il sublime è ora, Castelvecchi). Nel recente Il genio è senza opera. Filosofie antiche e arti contemporanee (Jaca Book, 2017) prosegue nel suo itinerario e svela sia gli echi dell’antico nel contemporaneo che le anticipazioni storiche dell’attualità (imperdibile la sua rilettura di Rousseau come performer).
Ma per constatare come il sublime persista nel godere di una irresistibile popolarità, basta una rapida rassegna di alcuni esiti del contemporaneo, dall’architettura alla pubblicità, dall’arte al cinema.
Il lungometraggio di Gianni Troilo Le ninfee di Monet. Un incantesimo di acqua e luce (2018, approdato nelle sale a fine novembre) sfoggia tutte le possibili forme di ripresa – da quelle subacquee a quelle con i droni – per raccontare, svelare e coinvolgere chi guarda in uno dei momenti più tipici del sublime contemporaneo, cioè la famosa “installazione” delle Ninfee, oggi esposte negli spazi dell’Orangerie parigina. Persino l’attrice Elisa Lasowski racconta le vicende intrecciate di Monet, di Giverny (la casa dove si fece costruire uno stagno artificiale pieno di ninfee) e di Clemenceau (il primo ministro amico di Monet) con una tale dovizia di particolari, e persino con delle esitazioni così ben calcolate, da lasciare interdetti. È tutto talmente… sublime che a un certo punto si vorrebbe una sporcatura, una ripresa sbilenca, ma anche un bell’errore pacchiano per non soffocare in tanta perfezione.

MARTONE E GUADAGNINO

Di altro respiro sono invece due recenti film, Capri Revolution di Mario Martone e Suspiria di Luca Guadagnino, anche loro però irretiti dalla tentazione del sublime. Il primo non si fa scrupolo di citare il pezzo profetico di Beuys Capri Battery del 1985 (una lampadina che dovrebbe accendersi grazie all’energia elettrica fornita da un limone), pur essendo ambientato nei primi anni del Novecento. Martone si concede questi anacronismi per sviscerare la capacità liberatoria dell’utopia, concentrandosi sulla presenza di una comune anarchico-steineriana-ecologista a Capri; per farlo, però, paga il prezzo di trascurare la storia e di sconfinare nel poetico. Invece di raccontare le vicende reali di Karl Wilhelm Diefenbach (pittore tedesco nudista e pacifista, umanamente bizzarro quanto artisticamente greve), il film idealizza persone e cose, finendo per trasformarsi quasi in una parodia delle installazioni alla Eija Liisa-Ahtila, con la protagonista che “vola” come spesso vediamo fare ai personaggi dell’artista finlandese.
Ma anche Guadagnino, lungi dal limitarsi a un remake dell’originale di Dario Argento, sviscera nel suo Suspiria tutto il sottotesto politico che nei precedenti film horror Anni Settanta era solo accennato. Qui il regista mostra con innegabile abilità che la vera violenza dei tardi Anni Settanta (quelli a cui appartiene storicamente il film di Argento, del 1977), “sublimata” nelle tre Madri delle tenebre, è invece quella di una società che “suicida” i suoi oppositori (nel caso specifico, la banda Baader Meinhof). Guadagnino dunque sembra “desublimare” lo specifico repertorio horror, esponendone la metafora nella sua cruda verità, al punto che la proverbiale “scuola di danza” diventa davvero un luogo di crudele apprendistato dominato da una Tilda Swinton che non fa mistero di ispirarsi a Pina Bausch. Solo che così, senza più sottotesto a far da salvagente interpretativo, ci troviamo a dover “credere a ciò che vediamo” e a innalzare a realtà ciò che, nell’horror tradizionale, era fin troppo apertamente un gioco di simboli.

SUBLIME O KITSCH?

Insomma – da che il bello non fa più notizia, il sublime è una tentazione irresistibile e non solo nel cinema: basta fare un giro alla Ciutat de les Arts i les Ciències di Valencia, un super-sito archittonico progettato da Santiago Calatrava e Félix Candela e accessoriato dalle sculture di Arne Quinze per averne la controprova.
È proprio osservando queste arditezze formali, queste sfrontatezze funzionali e queste “pose inesplose” (Battisti-Panella) che si viene assaliti dal dubbio se il sublime non sia oggi un’ennesima metamorfosi del kitsch.

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #49

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Marco Senaldi
Marco Senaldi, laureato in filosofia, a partire dagli anni 80 si occupa di critica e teoria dell’arte contemporanea. Negli anni 90 ha insegnato Estetica al Politecnico di Milano e allo IULM; è stato docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea e di Estetica all’Accademia di Belle Arti “Carrara” di Bergamo; dal 2003 insegna Cinema e Arti Visive all’Università Statale di Milano Bicocca. Suoi testi e saggi sono apparsi in numerosi cataloghi e volumi collettivi (AA.VV., Scrivere sul fronte occidentale, Feltrinelli, 2002; A. Somaini, a c. di, Il luogo dello spettatore, Vita e pensiero, 2005, N. Dusi, A. Spaziante, a c. di, Remix Remake, Meltemi 2006, ecc.), oltre che in riviste d’arte e design (Juliet, Flash Art, Exibart, Tema Celeste, Around Photography, Arte Mondadori, Interni, FMR) e quotidiani (il manifesto; Corriere della Sera; D-donna- la Repubblica). Sul free magazine Exibart Onpaper cura dal 2005 la rubrica hostravistoxte. Ha tradotto e curato l’edizione italiana di testi di Gilles Deleuze, (Spinoza, filosofia pratica, Guerini 1991), di Arthur Danto (L’abuso della Bellezza, Postmediabooks, 2008) e Slavoj Žižek (Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, antologia di scritti, Feltrinelli, 1999; Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, 2002; L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, 2004; Credere, Meltemi, 2005; Il cuore perverso del cristianesimo, 2006). E’ stato autore di primi programmi televisivi culturali dedicati all’arte contemporanea per Canale 5 e Italia Uno (L’Angelo, 1994/95; Le notti dell’Angelo, 1995/97) e Rai Tre (Onda Anomala; 1998/99; Cenerentola, 1999/2000), e collabora tuttora con RadioRai Tre Suite. Ha curato diverse mostre d’arte contemporanea tra cui Cover Theory. L’arte contemporanea come re-interpretazione, (maggio-giugno 2003), catalogo Libri Scheiwiller, Milano, 2003; Il marmo e la Celluloide – Arte contemporanea e visioni cinematografiche, Villa La Versiliana, Marina di Pietrasanta (catalogo Silvana editoriale, 2006); Paolo Gioli (in programmazione presso Treinale Bovisa), ottobre 2010. Da molti anni tiene conferenze e incontri in Italia e all’estero (Arte contemporanea e filosofia, Spazio Oberdan, Milano, maggio 2007; Art and Tv, Symposium “Visual Construction of Cultures”, Zagreb, nov. 2007; Festival Architettura, Roma, MACROfuture, 2010, ecc.). E' membro fondatore del gruppo di ricerca sull'immaginario contemporaneo GRICO; è membro della Società d'Estetica Italiana (SIE); fa parte delle reti accademiche Cinéma et Art contemporaine, Sorbonne Nouvelle Paris 3, e NECS European Network for Cinema and Media Studies.