Arti minori e arti maggiori. Un dibattito secolare in mostra a Ravenna

Cosa accomuna un anello a una scultura? Ed è più preziosa un’opera in vetro o una in bronzo? Un’insolita mostra allestita al Museo Nazionale di Ravenna si pone queste e altre domande, cercando di dare risposta alla secolare querelle sulla distinzione tra le arti maggiori e minori.

Daniela Banci, Fiamma, collana, cm 26 x 20. Oro giallo, argento, argento brunito. Proprietà dell'artista
Daniela Banci, Fiamma, collana, cm 26 x 20. Oro giallo, argento, argento brunito. Proprietà dell'artista

Un museo vasto, che comprende un lapidario, una raccolta di antichissimi tessuti, una collezione di bronzetti, e poi avori, mobili rinascimentali e molto altro: questo è il contesto ricco di “arti decorative” in cui, sotto la direzione scientifica di Emanuela Fiori, è stata allestita la mostra Il mestiere delle arti, un progetto che intende dimostrare come “molti tra i massimi artisti contemporanei sappiano muoversi con agilità tra dimensione monumentale e il piccolo formato, colloquiando con marmi purissimi, bronzi arricchiti di suggestive patine, legni intagliati, ceramiche lustrate, sete vellutate, pigmenti evocativi, ori e coloratissime pietre” (Ornella Casazza).

ARTI MINORI E ARTI MAGGIORI

In sostanza, la riapertura di una vecchia questione che ha fatto scervellare generazioni di storici dell’arte: esiste una netta distinzione tra le arti maggiori – storicamente la pittura, la scultura e l’architettura – e quelle minori, cioè tutte le altre? Il Novecento sembrava che avesse già risposto al fatidico quesito con una netta negazione, tuttavia la mostra in corso vuole puntualizzare alcuni aspetti che ancora oggi possono confondere chi non conosce il dibattito critico dell’ultimo secolo: in particolare sottolinea come gli artisti che firmano opere monumentali – assenti nell’allestimento ed evocate solo per via di citazione – non disdegnano affatto il confronto con le piccole dimensioni: esempio emblematico Igor Mitoraj, che dalle imponenti sculture è passato alla realizzazione di alcuni minuscoli e deliziosi gioielli, traducendovi le stesse tematiche, lo stile e il mestiere.
Nel percorso espositivo ha grande rilievo la sezione dedicata ai gioielli: i nomi dei loro artefici in molti casi si ritrovano nelle sale successive dedicate alla pittura (Angela De Nozza, che produce anche arazzi), alla scultura (Gigi Guadagnucci) fino all’architettura, visto che Daniela e Marzia Banci sono laureate proprio in architettura. Non stupisce allora trovare, da una sala all’altra, esposti con pari dignità, bracciali e sculture, collier e dipinti, anelli e vasi dalle forme creative.

Angela de Nozza, Circle, cm 300 x 250. Tappeto annodato a mano con tecnica tibetana fatto realizzare dalla Galleria Boralevi di Firenze. Proprietà dell'artista
Angela de Nozza, Circle, cm 300 x 250. Tappeto annodato a mano con tecnica tibetana fatto realizzare dalla Galleria Boralevi di Firenze. Proprietà dell’artista

LA MATERIA PRIMA DELL’ARTE

Aver esposto le opere – quasi tutte di proprietà degli artisti o provenienti da collezioni private – in sezioni dedicate a ciascun materiale, e quindi non seguendo il percorso lavorativo dei singoli artisti, rende un po’ difficoltoso istituire collegamenti tra nomi, non sempre molto noti, che ricompaiono a fianco di oggetti radicalmente differenti. Ma la scelta risponde al secondo proposito del progetto: documentare che non sono i materiali usati a rendere più o meno preziosa un’opera e a conferirle lo status di arte, ma la creatività e la poetica del suo artefice. Anche in questo caso non è certo una novità l’uso di materiali “poveri”, come ben illustra il contributo di Claudio Spadoni in catalogo: solo per parlare di Novecento si citano Fortunato Depero, i cubisti con i loro collage, Marcel Duchamp e i dadaisti (“cercavamo nuovi materiali su cui non gravasse la maledizione della tradizione pittorica”, citando Arp). Tra la varietà sterminata, perché l’arte contemporanea ci ha insegnato che si può generare valore estetico con tutto, si sono scelti i metalli preziosi, le resine, i tessuti, le ceramiche e le terrecotte, il vetro, la pietra, il legno, oltre agli inevitabili bronzi e marmi.
A sintetizzare l’idea della mostra, una parete accoglie due immagini simili, lontane però quattro secoli: il Cristo coronato di spine, un olio su tela di Guido Reni del 1639, si specchia nell’Ecce Homo di Luigi Ontani recentemente realizzato con il mosaico tipico di Ravenna e circondato da una cornice in ceramica dorata di Faenza: una trasposizione attuale, con materiali e idee diversi, che rende “preziosa, sensuale e ironica un’iconografia che nell’originale trasuda sofferenza e lirismo”.

Marta Santacatterina

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Marta Santacatterina
Giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte – titolo conseguito all'Università degli Studi di Parma con una tesi in Storia dell’arte medievale –, svolge da molti anni la professione di editor freelance per conto di varie case editrici ricoprendo anche, dal 2015 all’inizio del 2018, il ruolo di direttore editoriale del marchio Fermoeditore e della rivista collegata “fermomag”, sulla quale si è dedicata alle rubriche di arte, fotografia e mostre. Scrive per “Artribune” fin dalla nascita della rivista nel 2011, mentre più recenti sono le collaborazioni con il sito “Art&Dossier” – sul quale recensisce progetti allestiti in gallerie private –, con “La casa in ordine”, dove si occupa di designer emergenti e autoprodotti, e con la rivista “Dolcesalato”, su cui propone ai pasticceri suggestioni tratte dall'arte contemporanea. Scrive inoltre testi storico-artistici e sul fumetto per case editrici italiane (Giunti editore, Grafiche Step editrice ecc.) e statunitensi (Fantagraphics Books). Ha partecipato come giurata a concorsi di arte o fotografia e raramente cura delle mostre per artisti che riescono a convincerla grazie alla qualità dei lavori e alla solidità della loro poetica. Per la sede di Parma del Boston College, si occupa inoltre di attività di tutoring sull'arte contemporanea per studenti americani.