L’Italia e la rigenerazione urbana

Secondo Stefano Monti, nonostante i molti progetti avviati, in Italia gli interventi di rigenerazione urbana non risultano efficaci.

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Una delle tematiche che con più ricorrenza è entrata nel dibattito pubblico (ancorché tecnico) degli ultimi anni è la necessità di avviare una sostanziale riflessione sulla gestione degli spazi urbani.
Al centro di tale interesse sono molteplici fattori: il processo di urbanizzazione globale, la necessità di rimodernare le infrastrutture (materiali e immateriali) del contesto urbano, le sempre maggiori esigenze in termini di mobilità e l’impellenza di rendere sempre più “abitabili” le città, soprattutto nelle cosiddette periferie.
A partire dal 2000, tutte queste istanze hanno trovato una potenziale risposta nel concetto di rigenerazione urbana.
In Italia, questo “trend” ha seguito delle traiettorie piuttosto particolari: mentre a livello internazionale la rigenerazione urbana è stata fortemente collegata a un nuovo umanesimo, in Italia è stata principalmente gestita attraverso un piano, principalmente dedicato al co-housing o all’housing sociale, sostenuto da Cassa Depositi e Prestiti.
Nel frattempo, il dibattito si è spostato su due versanti che, nel nostro Paese, hanno seguito due percorsi piuttosto distanti: l’avvento del paradigma della smart city da un lato, e il fenomeno dei vuoti urbani dall’altro.
Nel frattempo, altrove, in Paesi “lontani lontani” (direbbero nelle fiabe) si creavano progetti integrati che si occupavano di riconversione di interi quartieri a partire dalle infrastrutture materiali (strade, reti fognarie, installazione di smart-grid per la gestione efficace dell’energia elettrica, ecc.) per poi passare alle infrastrutture immateriali (creazione di centri di cittadinanza attiva, istituti culturali, strutture per il tempo libero).

È necessario avviare una progettazione qualificata, che tenga conto non solo delle fasi di creazione, ma anche delle fasi di manutenzione”.

In Italia, invece, le nostre città non hanno avuto la stessa sorte. La smart city e tutto ciò che di “tecnologico” potesse essere destinato alle città sono stati demandati ad aziende speciali regionali, con i loro iter politici e le loro modalità d’azione; la creazione di centri volti a costruire e lasciare emergere il senso di cittadinanza è invece stata appannaggio (spesso in maniera del tutto spontanea) di organizzazioni private o, ancor più spesso, del terzo settore.
Sono nati così tantissimi tentativi di rendere più vivibili le nostre città: una nuova era di centri polifunzionali ha attraversato i viali alberati che dal centro storico accompagnano fino ai confini urbani.
Con essi, e accanto a essi, si sono affermati i processi di “innovazione sociale” che hanno spesso coinvolto artisti, con “opere” anticonvenzionali (dall’arte relazionale alla Street Art).
Soprattutto quest’ultima tecnica espressiva ha riscosso notevole successo: anche perché, dal punto di vista pragmatico, un’opera di Street Art può coprire anche l’intera superficie di un palazzo di 6-7 piani, riqualificando l’intera facciata con una sola opera. Pratico, economico e, soprattutto, trendy.
Le opere di Street Art sono spuntate come funghi nelle nostre città, e operazioni (anche importanti) hanno visto l’entusiasmo e l’impegno di cittadini, organizzazioni e istituzioni.
Ottimo.
Il problema è che ci troviamo di fronte a una “lasagna decostruzionista”. Gli ingredienti per ripensare il nostro tessuto urbano ci sono tutti: sensibilità artistica, sociale, project financing per infrastrutture materiali, ecc., ma non ci sono progetti integrati che riescano a generare il giusto valore aggiunto all’intera operazione di riqualificazione.
E senza un vero grande chef, più che una lasagna decostruzionista sembra piuttosto un pot-pourri.

Gli ingredienti per ripensare il nostro tessuto urbano ci sono tutti, ma non ci sono progetti integrati che riescano a generare il giusto valore aggiunto all’intera operazione di riqualificazione”.

È un peccato. Perché al riguardo molti sforzi, progetti e investimenti sono stati fatti.
Ma ancora una volta (ricordate l’abuso dei contributi in conto capitale a discapito dei contributi in conto esercizio della prima tornata di finanziamenti UE, che ha creato soltanto cattedrali nel deserto?) l’Italia sembra non stia imparando dai propri errori.
È necessario avviare una progettazione qualificata, che tenga conto non solo delle fasi di creazione, ma anche delle fasi di manutenzione. L’adozione di strategie che riescano a fare in modo che tutti gli interventi realizzati possano generare un valore aggiunto (anche economico) e non soltanto un costo di investimento per le Pubbliche Amministrazioni.
Iniziare a considerare la “spesa pubblica” come investimento (capace di generare un rendimento nel medio periodo) è sicuramente un’innovazione rispetto alle attuali logiche di spending review, che prevedono il taglio dei costi superflui.
Se non ci riusciamo in questo settore (con tutti gli interessi che investitori privati, real estate developer e imprese possono nutrire), allora sarà difficile, molto difficile, farlo in altri.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.

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