Neocolonialismo estetico. Manifesta secondo Marcello Faletra

Una riflessione sulla biennale che quest’anno ha fatto tappa a Palermo. Sollevando dubbi su un approccio forzatamente globalizzato.

Manifesta 12 Palermo Piazza Magione 2017. Photo by CAVE Studio
Manifesta 12 Palermo Piazza Magione 2017. Photo by CAVE Studio

Come un etnorama globale, Palermo – per via di Manifesta 12 e dei suoi effetti collaterali – sta godendo di grande visibilità. Dopo tre mesi, fra queste due realtà è nato un doppio legame: da un lato la città si trova sotto l’ingiunzione di apparire come serbatoio di differenze, dall’altro deve essere una macchina per l’inclusione. Elogio della pluralità e “approcci inclusivi” affiancati da “un programma educativo molto intenso e site specific” (Hedwig Fijen) mirano a fare dell’alterità di Palermo un’integrità culturale, nello spirito estetico del multiculturalismo. Un tratto che accomuna molte opere è quello di “inserirsi” nella città: alcuni artisti hanno la velleità di trovare soluzioni a questioni di cui la politica è stata incapace sin dall’unità d’Italia. È la presunzione di opere che “dialogano” con il luogo per sollecitare un mutamento, attingendo a stereotipi riverniciati con la formula del site specific. Ci sono strade che non hanno ancora le fogne (Danisinni) ma per questi artisti diventa l’occasione per guardare dalla finestra i drammi sociali, come fanno quei turisti che guardano il mondo con un clic. Qui l’arte di sopravvivere non ha nulla da apprendere dagli “artisti” per decreto di Manifesta e dei suoi “eventi collaterali”. La globalizzazione della cultura o l’estetica colonialista arriva al punto di “comunicare” la propria azione “sensibile” con dépliant dove la lingua è perentoriamente l’inglese. In luoghi dove a stento si parla la neolingua italiana promossa dal gergo televisivo, l’uso dell’inglese costituisce un rapporto autoritario.

Le derive storiche della città diventano un repertorio di forme di consumo che si sommano al repertorio di formule estetiche, creando una sfera trascendente della cultura che a fine anno scomparirà come fumo al vento“.

La non-contemporaneità di queste vite escluse dalla storia per alcuni mesi è forzatamente inclusa nella “contemporaneità” onnivora dell’arte. Quando la parola ‘arte’ è calata dall’alto, con i suoi sacerdoti che dispensano “soluzioni creative” di fronte a problemi strutturali, è più vicina alla truffa che all’arte. “L’opera d’arte”, osserva Boris Groys, “oggi non manifesta l’arte, la promette”. Come Manifesta, che sembra una messinscena planetaria: un caleidoscopio di banalità, furbate e qualche idea forte. La sua ideologia sta nell’arte a domicilio, che coniuga assistenzialismo estetico e miseria, per un turismo intellettuale che assapora il tratto esotico di un luogo nel quale si possono ammirare, come in un set cinematografico, i palazzi bombardati della Seconda guerra mondiale. Le derive storiche della città diventano un repertorio di forme di consumo che si sommano al repertorio di formule estetiche, creando una sfera trascendente della cultura che a fine anno scomparirà come fumo al vento. E in un’epoca dove stentano a sopravvivere le credenze religiose, figuriamoci quelle artistiche nate in nome della “coesistenza”, ma funzionali al capitale globale, come Manifesta 12.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #45

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Evento correlato
Nome eventoManifesta 12 Palermo
Vernissage16/06/2018 ore 20 Cerimonia ufficiale di apertura di Manifesta 12 in PIAZZA MAGIONE, alla presenza della direttrice di Manifesta Hedwig Fijen e del Sindaco Leoluca Orlando.
Duratadal 16/06/2018 al 04/11/2018
Generearte contemporanea
Spazio espositivoTEATRO GARIBALDI
Indirizzovia Castrofilippo 30 - Palermo - Sicilia
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Marcello Faletra
Marcello Faletra è autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la filosofia. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009), “Grado Zero” (Navarra Editore, 2011), “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Disimparare Las Vegas. Camp, Postcamp e altri feticci” (in “Feticcio”, Grenelle, 2017). “Memoria ribelle. Breve storia delle Comune di Terrasini e Radio Aut nel ‘77” (Navarra, 2018), “Nomi in rivolta. Il demone del graffitiamo”, in “Sporcare i muri” (Derive Approdi, 2018). È stato animatore e redattore di Cyberzone ed è editorialista di Artribune. Insegna Fenomenologia dell’immagine ed Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.
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  • Alfonso Leto

    Fatte le personali valutazioni su quella che ai più, e anche a Marcello Faletra, è sembrata sostanzialmente una mera ondata di “neocolonialismo”, senza alcuna ricaduta positiva per la città, ammesso che il tema sia veramente questo (cioè i “conquistati” e i “conquistatori”) mi è venuta spontanea la risonanza di una frase presa da un noto film (Apocalipto) in cui, un gruppo di indigeni del cosidetto ‘mondo nuovo’ interrompono una furibonda lite corpo a corpo, nell’ attimo in cui, dall’oceano, due giganteschi velieri spagnoli si avvicinano alla riva con tutto il carico di ignoto e di soverchiante stupore. In questo istante, si vede scorrere sullo schermo il seguente monito che è anche l’incipit del racconto: “Una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno”.
    Ecco, mi vedo costretto a muovermi sul dorso di un’iperbole perché fino ad oggi ho letto diverse critiche iperboliche a Manifesta, quasi mai equilibrate, quasi sempre condotte sull’onda di un risentimento; critiche che a me, pur incline a non favorire in blocco tutte le mostre e interventi visti, appaiono spesso come viziati da una vecchia nostrana mentalità pregiudicatrice, che non fa altro che schiacciare artificiosamente nella bidimensionalità etico-morale (facile esercizio retorico) tutto quel dilagante ed eterogeneo spiegamento di forze, di mezzi e di spazi affidati al programma di Manifesta, che invece andrebbe letto meno schematicamente, e più, nella sua tridimensionalità artistica-civica-turistica, come avviene in altre città del mondo in cui l’arte è usata (e lo è sempre con suo consenso e guadagno) per rinsanguare un tessuto urbano e culturale, magari atrofizzato o ripiegato su se stesso, oppure nei casi più fortunati, per potenziare una vitalità già esistente.
    Anche io, a dire il vero, ho provato per mia indole e sensibilità una certa diffidenza, quasi fastidio, sia per alcune assenze e disattenzioni verso meritevoli personalità artistiche che per eventi installativi e performativi che hanno forzato l’eticità dei contenuti propinendosi come “messinscena” (per usare le parole di Faletra) di valori civili, in realtà ammiccanti il mercato, se non radicati nel sistema dello spaccio globale dell’arte, non sempre con espressioni originalissime e autentiche (“attingendo a stereotipi riverniciati”).
    Va bene, tutto questo lo sappiamo, ma non potevamo certo immaginare che la totalità degli interventi soddisfacesse in pieno i nostri gusti e le nostre sensibilità. O almeno crediamo di saperlo tutti coloro i quali, incarnati nei linguaggi dell’arte contemporanea per studio o per mestiere, riteniamo di avere le attrezzature mentali ‘in dotazione-di serie’ per fare questo tipo di valutazioni tranchant e selettive.
    Ma siamo abbastanza laici da considerare la nostra visione personale come un confine valicabile? O anche nell’arte ci sentiamo in diritto di mettere il filo spinato a difesa delle nostre lapidarie interpretazioni? Pensare, per esempio all’esperimento di Danisinni (chissà perché tra i tanti citare proprio il più umile e sincero?-) come a qualcosa di ininfluente perché lì “ci sono strade che non hanno neanche le fogne”, o irridere, come ha fatto qualche saccente, l’impianto di alberi in un luogo degradato della Zisa, come una operazione insignificante, mi sembra un declassare su basi moralistiche non adeguate un esperimento di vitalità multimediale (nel senso della pluralità dei linguaggi) che non è nato lì “per fare le fogne” o raccogliere la spazzatura; ma magari –è lecito pensare- in un luogo, se porti prima la creatività e l’amore, le fogne prima o poi qualcuno ce le porta. Parabola: Un famoso campione di cricket afgano intervistato su come ci si sentisse a giocare mentre fuori c’era la guerra così rispose: “Caro amico, il mio paese è in guerra da cinquant’anni, se dovessimo aspettare la pace, noi quando potremo giocare?” . Spiegazione: Non è giusto gravare sulle spalle dell’arte e degli artisti, tutte le frustrazioni e le incompiutezze che appartengono ad un’intera città, alle sue storie interrotte, alle sue mancanze storiche, alle sue rovine civili. Bisognerebbe smetterla di pensare agli artisti come a dei sacerdoti del bene consumati nel celibato morale della propria funzione sociale. Di questo, si, non se ne può più. É già tanto che noi artisti non finiamo additati al pubblico ludibrio per narcisismo aggravato e vanagloria colposa, quando non dolosa camuffata da sani principi civili.
    In fin dei conti con Manifesta forse si è cercato, e con buoni intenti, di trasfigurare il volto di una città per strapparla ai propri stereotipi locali anche se l’effetto è stato quello di farle assumere gli stereotipi globali dell’arte contemporanea, che sono il vero problema da affrontare in tema di colonialismo culturale: quello di un’arte spettacolarizzata diventata villaggio turistico globale ambulante, un mondo di circensi dell’estetica che corrisponde ai meccanismi del consumo culturale di massa, dove i numeri contano più dell’autenticità. Ciò è, però, vero anche a Milano, a Torino, come a Berlino o a Parigi: non è una criticità solo palermitana.
    Qui sta il punto: si può imputare alla città di Palermo di aver tentato attraverso la mediazione comunicativa delle arti tutte una sintonia internazionale? Non è quella che si è invocata per decenni, quando a tutti sembrava che Palermo non facesse altro che “parlare” a se stessa e esibirsi in forme isolate e locali, che non oltrepassavano la barriera del suono mediatico? Quali altre formule più proficue avrebbe dovuto trovare e mettere in campo per attuare un esperimento che non è certo il singolo evento episodico ma un complesso di eventi, artisti, linguaggi e contesti, luoghi, istituzioni connessi tutti in un unico e battente afflato progettuale? A questo la critica deve sforzarsi di rispondere se vuole portare un contributo autentico ai fatti. Gridare allo scandalo “neocoloniale” è diventato un esercizio (preventivo o consuntivo) troppo facile.
    In definitiva, siamo davvero così sicuri che lo “stress-test” di Manifesta non sia stato per Palermo un utile esercizio di collaudo delle sue capacità di mostrarsi aperta, accogliente e ospitale, oltre lo stereotipo che la vorrebbe ripiegata nell’eterna quaresima del disastro, dell’inettitudine, della chiusura, della sicumera intellettualistica? Io penso che dopo queste eclatanti esperienze, si apre per questa città la sfida del default: quella di riprendersi, con una maggiore carica identitaria e coscienza critica, fuori dagli stereotipi.
    Non voglio credere che le personalità, le energie e la storia stessa di questa città, cadranno in letargo allo scadere di Manifesta. In tal caso sarebbe stato davvero tutto inutile, compreso le “nostre” critiche a guardia del buon nome della nostra pretesa dignità indigena contro i colonizzatori globali.

    • marcello faletra

      La lunga risposta al mio intervento su Manifesta12 – “Neocolonialismo estetico” (Artribune settembre/ottobre 2018) – di Alfonso Leto è un esempio di atteggiamento politicamente corretto. Né troppo di la, né troppo di qua. Al centro, appunto. Come fanno gli equilibristi. Il rimprovero che si fa il mio articolo è di “risentimento”, di “critiche mai equilibrate”, di “esercizi retorici”, ecc..
      Ma la metafora dell’equilibrio, che è un esercizio fisico, è l’immagine di chi riesce a stare al centro di due o più forze senza cedere mai troppo da un lato o da un altro, altrimenti…si è “squilibrati” ed è rischioso. La critica politicamente corretta, “costruttiva”, “equilibrata” somiglia al verosimile: è ciò che in un articolo, in un comportamento, in un pensiero, ma anche in un’immagine, non contraddice mai la cornice istituzionale. Dal momento che Manifesta12 è stato l’evento più ovvio e istituzionale degli ultimi mesi a Palermo, esso è al di là di ogni possibile dubbio. La sua evidente internazionalità fa passare per assurde tutte le posizioni che ne indicano le contraddizioni. Ciò che è in disaccordo diventa “retorica”, perché il “contributo” di una autentica critica sarebbe quello di prospettare fatti concreti. Il rimprovero è di non vedere il fantomatico bicchiere “mezzo pieno”. Sempre un gioco di prestigio ottico: l’equilibrio prima di tutto!
      Morale: va bene la critica, ma fino a un certo punto. Il lavoro della critica in questa prospettiva va ottimizzato. Niente dibattiti. Oppure se si fanno è solo per dire si, anche se ci sono state “disattenzioni” e leggerezze da parte degli artisti! Occorre plaudere. Altrimenti si è nichilisti “moralisti”, si è contro qualcuno e altre cose del genere. Un’arte senza dibattito. Ecco la critica costruttiva del futuro: bisogna non generare dubbi.
      “Va bene tutto questo lo sappiamo – scrive Leto – , ma non potevamo certo immaginare che la totalità degli interventi [di Manifesta] soddisfacesse in pieno i nostri gusti”. Chi sarebbe questo “noi” collettivo a cui siamo chiamati a identificarci? E, soprattutto, ad avere le stesse attese. A nome di chi si parla quando si usa questo presunto “noi” che da per scontato “i nostri gusti”? Ma, poi, questi “gusti” sotto cui si immagina un’unità a fronte di una moltitudine eterogenea di palermitani, non sono forse quello che gli olandesi, in questo caso, si sono immaginati dei siciliani? E’ in questo gioco di specchi che il “nativo” interpreta se stesso recitando gli stereotipi che gli altri gli proiettano: la sicilianità. Un magazzino di forme storico-simboliche e antropologiche che si vorrebbe riassumere sotto un’etichetta identitaria. Da santa Rosalia all’arancina, dalla lapa alle rovine, dal carretto ai pupi, dalla carta di parati in stile floreale (omaggio al Liberty locale?) alla mafia, dalla strage di Ustica fino al “gusto” di assaporare un ghetto – lo Zen – con il filtro di uno squallido giardinetto fatto con “filosofia” che ha le panchine realizzate con le basi di prefabbricati per le fognature. “Diventare giardino” era il titolo del grande manifesto che glorificava l’intervento. Il tutto all’interno di una muraglia di discariche d’ogni specie che punteggia e isola il quartiere dal resto della città. Niente di più perverso e cinico! Nel frattempo bimbi e ragazzi provano a giocare con qualsiasi cosa, anche con i vetri rotti delle bottiglie e copertoni di camion! Il tutto amalgamato dalla parola “coesistenza”. Insomma la sicilianità – l’immagine che gli altri proiettano sulla Sicilia – è diventata una specie di brand, un’immagine-guida che dal locale diventa merce per il capitale globale (il neocolonialismo, appunto che non è né “preventivo” né “consuntivo”, ma un dato di fatto!). Tutto il contrario, a mio avviso, di quel che dice Leto che con Manifesta “forse si è cercato, e con buoni intenti, di trasfigurare il volto di una città per strapparla ai propri stereotipi locali”.
      Quando nel mio articolo cito “Danisinni”, il quartiere favelas a ridosso di via Cappuccini, con grande scandalo di alcuni come se avessi pronunciato una bestemmia, è perché abitandovi da oltre vent’anni a 100 metri in linea d’aria, conosco molti che vi abitano con tutti i problemi che li arrovellano. Quante volte nel quartiere ci siamo tassati per fare i funerali a bimbi, giovani e anziani che non hanno avuto la “grazia” di un briciolo di assistenza!
      Li il vero artista è fra Mauro che da più di una generazione fa un lavoro estremo come si direbbe nel mondo dell’arte: cioè sporcandosi le mani e i piedi, e vivendoci. Un vero “artista” attivista, senza proclamarsi tale. Non fa vanto di ciò, come altri che fanno interventi estetici di circostanza, mentre bambine-donne partoriscono figli a 14 anni (soprattutto da quando gli è stato tolto il consultorio). E ragazzi della stessa età conoscono bene a memoria le mura graffitate dei reclusori. Sono diventati adulti senza passare per l’infanzia.
      Benvenuto un murales, non lo nego. Anzi. Ed è meritevole quello che da qualche anno stanno svolgendo con continuità alcuni artisti e volontari, ponendo all’amministrazione la questione Danisinni – non accidentalmente come fanno altri facendosi pionieri del riscatto sociale con la formula “è arte”. Ma prima un consultorio e qualche fognatura. Il diritto alla città precede il “gusto” di qualsivoglia ornamento. In questa città il dramma degli emarginati non è stato mai risolto, perché è sempre stato preceduto dallo psicodramma estetico-culturale degli artisti integrati con la pancia al sicuro. Quando si ha la pancia piena è facile fare gli artisti a Danisinni o allo Zen e vedere in Manifesta lo stimolo per una “maggiore carica identitaria”. Sempre l’identità! L’unità presunta dei siciliani, così come ci vogliono vedere gli altri – o vuole vederli per forza Leto. A seguire lui, infatti, è come se tra un abitante di Danisinni e uno di un quartiere residenziale esistesse una condivisione di problemi e si praticassero gli stessi stili di vita, e godessero, soprattutto, degli stessi servizi!
      Che poi Palermo si sia scoperta o “collaudata” come una città “aperta”, non c’era bisogno di Manifesta per un’evidenza che ha una lunga storia, come la scoperta dell’acqua calda.
      Chiarisco un altro punto. In questi mesi ho visto una bella città popolata da gente d’ogni luogo, ma non ho visto opere altrettanto forti o preganti, se non in qualche caso. Questa è la questione. La presunta “sintonia internazionale” è stata una bandiera che ha riguardato un esiguo pugno di artisti selezionati da Manifesta. Il resto è stato fatto da strutture turistiche. Un mare di turisti che hanno versato soldi ad alberghi, pensioni, ristoranti, ecc.. Manifesta è stato certo un grande evento, ma economico. Artisticamente è stato di una sorprendente mediocrità.
      Inoltre dal momento che non ho avuto nulla a che spartire con Manifesta, se non come cittadino, non ho nulla da rivendicare. Quindi non ho alcun “risentimento” come insinua Leto.
      Non ho perso nulla perché non ho mai chiesto nulla, né ho fatto la fila per partecipare agli eventi collaterali. Come può, forse, valere per coloro che invece inveiscono proprio perché sono stati scartati, o per coloro che hanno maldestramente strumentalizzato politicamente il mio articolo in funzione anti-Orlando. Un’intenzione che mi era estranea.
      La diffidenza contro la critica oggi è un esercizio alla moda, ed è spesso utilizzata con un atteggiamento di pretesca superiorità: è un richiamo alla messa in riga, ricorre alla dissuasione delegittimando “facili esercizi”. Certo, in regime (democratico) di monopolio culturale come Manifesta, è più facile non avere atteggiamenti critici, ma consenzienti e politicamente corretti. E’ più conveniente non rischiare. Questo atteggiamento se fosse tradotto in un graffito sarebbe l’indice puntato di una censore con la scritta: bada come parli!

      • Alfonso Leto

        Non voglio certo alimentare un battibecco, semmai un confronto di opinioni tra persone non vincolate da rendite di posizione. Non è di Faletra o di Leto che qui si tratta, voglio sperare,  nonostante io sia stato associato inverosimilmente a quel parterre di camerieri che stanno attenti a ciò che dicono per  convenienza perché così possono ottenere un vantaggio. Provo un brivido di orrore solo a immaginarmi così.
        A margine chiarisco che quel “risentimento” che ponevo alla base di certe critiche non era riferito alla  persona di Marcello Faletra ma alla genericità di altri interventi e commenti su Manifesta che mi sono sembrati poco autentici, e in molti casi ipocriti, che non valevano il tempo di una risposta o di una riflessione. All’articolo di Faletra, semmai, riconosco il merito di essere stato di stimolo alla mia nota e meritevole anche di riflessioni se pur critiche.
        Adesso, riprendere punto per punto risposta e fraintendimenti finirebbe con il deformare ulteriormente, e sfigurare, le linee di una civile discussione che per me può rimanere così, affidata al comprendonio di chi legge, con tutti i rischi del caso. 
        Tuttavia, che io debba passare per una specie di ‘doroteo’, uno che vive di equilibrismi sol perché ho avuto qualche accento critico rispetto ad altre opinioni, è veramente paradossale.
        La vera “convenienza”  è invece quella che si nutre del ‘non detto’ , del mutismo, del mugugno, del diffuso ‘chiagni e fotti’ : è verso questa direzione che oriento la mia insofferenza, che è meno schematica di come vorrebbe riportarla la replica di Faletra.
        Dispiace che le opinioni, invece, che si esprimono pubblicamente, in forma libera e autonoma come la mia, vengano collocate in un personale girone dell’inferno dove stanno quelli “con la pancia piena”, e quelli ascrivibili alle “cornici istituzionali”.  Prendo atto che, nonostante un’antica amicizia, poco Faletra sappia di me e della mia storia personale, sempre vissuta oltre le ansie del guadagno di posizioni compiacenti questa o quella istituzione.
        Ora, che ci si voglia fare interpreti di un coraggioso “squilibrio” effrattivo e antisistema, perché si critica Manifesta, relegando chi, come me, camminerebbe prudentemente sulla corda per non cadere dai favori del potere, solo perché ha espresso una diversa opinione, è un’ebbrezza che ciascuno è libero di provare. 
        Quanto alla “diffidenza contro la critica” che sarebbe oggi “un esercizio alla moda”, è una fase evolutiva che ancora disconosco nell’ambiente palermitano. Quì può risultare ancora vero il contrario: la diffidenza è ancora il più banale esercizio alla moda. La critica, per me, è un’altra cosa.