L’età del consenso (IV). Curare le ferite

In una lettera a un/a giovane artista, Christian Caliandro sottolinea la necessità di reagire a un anestetico presente. Usando la rabbia e la frustrazione come basi di partenza.

Luigi Ghirri, Cervia, 1989, dalla serie Paesaggio italiano © Eredi di Luigi Ghirri. Courtesy Galleria Massimo Minini
Luigi Ghirri, Cervia, 1989, dalla serie Paesaggio italiano © Eredi di Luigi Ghirri. Courtesy Galleria Massimo Minini

18 aprile 2018. (Anni Ottanta, prima metà) La casa allagata, il soggiorno di Petrosa Jonica con l’acqua che scorre, e dentro foglie terreno pietruzze, e io che guardo seduto sul divano mentre i nostri genitori spazzano via l’acqua che continua a entrare e a uscire (: ma come è possibile, visto che è un primo piano?) dalla finestra che dà sul grande balcone.
(Anni Ottanta, seconda metà) Io e Ivan che giochiamo a ping pong sul tavolo bianco – estensibile, raddoppiato: è lo stesso che si trova oggi in sala da pranzo – nei pomeriggi domenicali, interminabili sfide.
Le domeniche dedicate ai Sanremo dolci, deprivati per così dire dell’elemento competitivo e quindi più rilassati, più godibili rispetto alla settimana di gara (dominata dalla voluttà, peraltro, di registrare inutilmente le canzoni live sulle cassette direttamente dal televisore: in particolare nella finale del sabato sera).

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Jacopo Carucci detto Pontormo, Autoritratto a mezza figura
Jacopo Carucci detto Pontormo, Autoritratto a mezza figura

19 aprile. Lettera a un/una giovane artista (a). Prima di tutto devi liberarti, per quanto possibile, dall’idea che esista un “mondo dell’arte”, o – peggio ancora – un “sistema dell’arte”, in grado di decidere del tuo destino. Qui ci sono semplicemente gruppi di micro-potere in lotta tra di loro per un pezzo della torta (sempre più piccola, peraltro). Ti sei già accorto/a, e meno male, di come molti artisti più o meno affermati, più o meno ‘arrivati’, realizzino le loro opere quasi esclusivamente adattandole a presunte esigenze di gusto, di mercato, di moda – fammi vedere cos’è che va a New York, a Londra, a Berlino o vattelapesca in questo periodo – e dunque guardandosi un po’ in giro, annusando, cercando di mettersi comodi – ma comodi, come vedi, non si sta mai. Tutto legittimo, per carità, ma questa cosa non manca di causarti già un po’ di disagio, di fastidio. Sì, non è e non sarà facile: le pressioni, i condizionamenti, le insicurezze possono essere tanti e potenti. Dopo di che, io sono convinto – non da oggi – del fatto che la prossima grande rivoluzione linguistica sarete proprio voi ventenni a farla, se tutto va bene.
Per una serie di ragioni: gli artisti (e i critici/curatori, se è per questo) della mia generazione nella migliore delle ipotesi sono intelligenze di transizione, adatte appunto a “traghettare”.
Ma non credo che possiamo essere (tranne le solite eccezioni) gli “inventori” di una nuova lingua, di un nuovo approccio, di un nuovo modo di intendere e costruire l’arte. Possiamo al massimo indicare una strada, tracciare una via – ma dovrete essere voi a percorrerla. Questo dipende dal fatto che tutti, più o meno, siamo tutto sommato individui ancorati nel secolo scorso, e quindi possiamo intuire il flusso, articolare una visione – difficilmente darle corpo pienamente e autonomamente. Voi, al contrario, appartenete di fatto e di diritto al XXI secolo. Ora, ciò che devi fare (se vuoi: nessuna costrizione, ovvio, e chi si permette…) sono principalmente due cose: a) studiare studiare studiare: ma questo vuol dire immergersi totalmente nella scoperta e nell’esplorazione delle idee, divorare libri su libri, fare in modo che la cultura diventi un’esperienza autentica, resistere a questa passività merdosa racchiusa nei dispositivi che vi risucchiano il cervello (e lo sai), e che stanno compromettendo le tue capacità di concentrazione (anche questo sai), per lasciarti vuoto/a, sfatto/a, incompleto/a; è dunque uno studio come resistenza umana, anche; b) evitare di farti fagocitare dai suddetti condizionamenti, da tutti coloro che vogliono e vorranno farti abituare alle convenzioni e alle condizioni date (non sono date una volta per tutte, sono storiche: e come tali si modificano, si spazzano via), dal conformismo e dalla noia sconcia, orrenda che è la cifra del presente. Nessuna comodità, nessuna scorciatoia, nessuna apparenza è realmente in grado di sostituire una sana e appassionante ricerca che nasce (solo e soltanto) dall’insoddisfazione, dalla frustrazione, dalla rabbia e dal bisogno disperato di CURARE LE FERITE.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).