In fatto di patrimonio culturale, non esiste un vero e proprio decalogo per la corretta valorizzazione. Forse si dovrebbe cominciare dai fondamentali, offrendo a cittadini e turisti servizi efficienti.

Se si dovesse scrivere un decalogo della corretta valorizzazione, la prima regola potrebbe essere: non si fa nulla destinato esclusivamente a intrattenere il turista, ma cose che migliorano la vita degli abitanti, e di conseguenza rendono più piacevole il soggiorno dei forestieri. Al turista interessano poco le messinscene e le proposte pseudoculturali: penso ai tappeti rossi che, nell’estate scorsa, la Regione Liguria del televisionario Toti ha disseminato nei più bei borghi della costa ligure; o alla moda specialmente fiorentina di occupare le piazze storiche con gigantesche opere di arte contemporanea, mettendo in campo iniziative a carattere più promozionale (queste ipertrofiche “provocazioni” innescano polemiche infinite…), che realmente culturale. Il turista vuole quello che vuole il cittadino: servizi efficienti, trasporti affidabili, strade in condizioni decenti. Pensiamo ad esempio ai tanti centri storici (un caso a caso: Pisa) in cui l’aria si fa irrespirabile d’estate a causa delle carenze del sistema fognario: crediamo che al turista tedesco o americano faccia piacere ammirare una splendida facciata romanica col basso continuo di un tanfo insostenibile? Risolvere i problemi che riguardano innanzitutto i cittadini (che i miasmi li sentono tutto l’anno, che con gli autobus in ritardo devono lottare una battaglia quotidiana ecc.) migliora il tenore di vita di tutti e aumenta l’attrattività del nostro Paese, senza retorica né svilimenti da Disneyland per villeggianti.

Il turista vuole quello che vuole il cittadino: servizi efficienti, trasporti affidabili, strade in condizioni decenti”.

Sulla base del principio sopra enunciato, ci si potrebbe spingere ad affermare che la valorizzazione non esiste, coincidendo con tutto ciò che innalza la qualità della vita di abitanti e viaggiatori. Non si può tuttavia dimenticare un aspetto importante, anzi centrale nel campo della promozione del territorio: la pubblicità o, per dirla con un termine più nobile e a più ampio raggio, la comunicazione (che anche in questo caso ricompone la frattura tra visitatori esterni e abitanti del luogo, spesso non meno digiuni dei primi di informazioni sulle ricchezze delle città e dei paesi in cui vivono). Su questo punto qualcosa si sta muovendo: anche alcuni musei italiani, ad esempio, iniziano ad avere buoni siti web (valga per tutti l’esempio di Brera). Ma è vero che abbiamo ancora negli occhi le immagini avvilenti di campagne pubblicitarie improntate a una falsità ben poco seducente (come dimenticare “Divina Toscana”?). L’impresa, considerate la bellezza e l’unicità dei tanti paesaggi italiani, non è ardua: basta mettere in risalto gli aspetti più autentici delle nostre realtà, attenendosi a principi di chiarezza e semplicità.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #7

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale e, tra il 2016 e il 2018, borsista post-doc presso la Bibliotheca Hertziana di Roma. È l'amministratore della pagina social Mo(n)stre.