Chelsea Manning, la gola profonda di Wikileaks, in mostra con le sue opere a New York

Ad un mese dall’uscita dal carcere, Chelsea Manning, il caso più controverso della storia americana recente, torna alla ribalta per una mostra alla Fridman Gallery di New York in collaborazione con l’artista Heather Dewey-Hagborg che ha ricostruito il volto in 3D dell’ex analista dell’intelligence accusata di spionaggio

Chelsea Manning, Radical Love
Chelsea Manning, Radical Love

Uno dei casi più controversi della storia americana recente. Una vicenda che si intreccia con la politica, lo spionaggio internazionale ed ora anche con l’arte contemporanea. No, non è la trama di un romanzo né di un film hollywoodiano. È la storia di Chelsea Manning (Crescent, 1987), militare e attivista statunitense, che ha diviso l’opinione pubblica negli ultimi anni tra chi la considera un’eroina e chi una pericolosa criminale. A meno di un mese dalla sua scarcerazione, Chelsea Manning torna alla ribalta per una mostra alla Fridman Gallery di New York in collaborazione con l’artista Heather Dewey-Hagborg (Philadelphia, 1982).

UNA STORIA CONTROVERSA

Chelsea Manning è stata rilasciata dalla prigione, il mese scorso dopo essere stata condannata per violazione della legge sullo spionaggio perché accusata di aver passato documenti governativi riservati a WikiLeaks, il sito internet che pubblica online documenti coperti da segreto di Stato. Condannata in un primo momento a 35 anni di carcere, la pena è stata notevolmente ridotta grazie all’intervento di Barack Obama, che le ha commutato la pena negli anni già scontati. Una storia particolarmente controversa anche per le dure condizioni di carcerazione a cui Chelsea Manning, nata Bradley Edward Manning, è stata sottoposta rese ancora più complicate dalla sua scelta transgender. Una segregazione durissima che ha costretto la donna in totale isolamento per sette anni e che è stata da più parti denunciata perché violava palesemente le norme sui diritti umani. Ex analista dell’intelligence in Iraq, Chelsea Manning ha avuto, nel corso della sua carriera, la possibilità di accedere a centinaia di migliaia di documenti segreti del governo americano sulla “war on terror” dall’Afghanistan all’Iraq fino a Guantanamo.

LA DENUNCIA CONTRO LA GUERRA IN IRAQ

Il suo nome inizia a circolare nel momento in cui, nel 2010, si diffonde un video in cui appare un elicottero americano Apache che spara sulla popolazione inerme a Baghdad, sterminando anche due cameramen dell’agenzia di stampa Reuters. Il video fa il giro del mondo. A pubblicarlo in rete è un’organizzazione allora ancora poco conosciuta: WikiLeaks, fondata dall’australiano Julian Assange. Invano la Reuters aveva cercato di ottenere quelle immagini dal governo americano per far luce sulla morte dei suoi giornalisti, ma la pubblicazione da parte di WikiLeaks manda su tutte le furie il Pentagono che, due mesi dopo la diffusione del video arresta il presunto responsabile: Bradley Manning, giovane analista dell’intelligence statunitense di soli 22 anni.

LA MOSTRA

Fino ad un mese fa nessuno sapeva che aspetto avesse Chelsea Manning. La persona di cui tutti i media parlavano era praticamente senza volto. Da questo cortocircuito tra iper-presenza mediatica e totale assenza fisica nasce il progetto della mostra A Becoming Resemblance di scena, dal 2 agosto al 5 settembre, alla Fridman Gallery di New York. L’artista statunitense Heather Dewey-Hagborgha provato in questi anni a dare un volto alla Manning cercando di ricostruirne l’aspetto fisico partendo da campioni del suo DNA. Durante la reclusione c’è stato infatti un intenso scambio epistolare tra le due donne con la Manning che, venuta a conoscenza del progetto, inviava alla Dewey-Hagborg tamponi con la sua saliva o ciocche di capelli. L’artista ha utilizzato questi campioni di DNA per creare ritratti 3D del volto della Manning che è stato nascosto dalla visione pubblica fino alla sua uscita dal carcere lo scorso 17 maggio. Queste ricostruzioni in 3D sono diventate le sculture che saranno esposte nella mostra newyorchese. La Manning ha dichiarato di essere molto felice del progetto anche perché è in qualche modo una possibilità di riappropriarsi della sua identità negata a lungo dagli anni duri del carcere.
La mostra, che comprende anche una serie titolata “Suppressed Images” nata dalla collaborazione tra Manning e l’illustratore Shoili Kanungo, è curata da Roddy Schrock. La ricerca di Heather Dewey-Hagborg si colloca fin dagli esordi tra arte e della scienza, con una particolare attenzione al limite naturale e artificiale. Una ricerca complessa che si muove in diversi campi tra cui la biologia, la matematica, l’arte e il design, con un vero approccio multidisciplinare. L’arte è lo strumento utilizzato dall’artista statunitense per sondare le strutture profonde e spesso nascoste di media, tecnologia e scienza che dominano l’età contemporanea e condizionano la nostra immaginazione culturale. In particolare la Dewey-Hagborg è famosa per la sua ricerca sulla ricostruzione dell’identità a partire dal DNA. La ricostruzione del volto della Manning rappresenta un passaggio ulteriore nel lavoro della Dewey-Hagborg che ha potuto misurarsi in questo caso anche con l’identità di genere.

 

 

– Mariacristina Ferraioli

 

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Mariacristina Ferraioli
Mariacristina Ferraioli è giornalista, curatrice e critico d’arte. Dopo la laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte, si è trasferita a Parigi per seguire corsi di letteratura, filosofia e storia dell’arte presso la Sorbonne (Paris I e Paris 3). Ha conseguito il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vinto la Residenza per Curatori della Dena Foundation for Contemporary Art presso il Centre International d’Accueil et d’Echanges des Récollets di Parigi. Ha lavorato al Centre Pompidou collaborando alla realizzazione della mostra “Traces du Sacré” e ha pubblicato un testo critico sul catalogo della mostra. Ha coordinato l’ufficio Master dell’Accademia di Belle Arti di Brera e ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Redattrice di Artribune, collabora stabilmente con Cosmopolitan Italia, Marie Claire Maison, Le Quotidien de l'Art. Ha conseguito un dottorato in Comunicazione e mercati: Economia, Marketing e Creatività presso l’Università Iulm di Milano, è docente a contratto presso diverse istituzioni e fa parte del team curatoriale di ArtLine, progetto d’arte pubblica del Comune di Milano nel parco di CityLife.