Overground (II). Accumulazione e semplicità

In un’epoca come quella contemporanea, se il nulla fa spazio al vuoto, forse il terreno delle illusioni può sgretolarsi, lasciando scorgere un barlume di realtà. E un luogo silenzioso, nascosto, ma potenzialmente visibile a chiunque, costruito su logiche semplici, autentiche e senza filtri.

Francesco Borromini, Sant'Ivo alla Sapienza, Roma - lanterna
Francesco Borromini, Sant'Ivo alla Sapienza, Roma - lanterna

“And I have no compass
And I have no map
And I have no reasons
No reasons to get back

And I have no religion
And I don’t know what’s what
And I don’t know the limit
The limit of what we’ve got”

U2, Zooropa (1993)

Gesti inconsulti.
Partire da una parola. Gli strani monumenti mobili, fatti di stecchi e di stracci, di drappi e di spuntoni, che ornavano le capanne nordiche di milleduecento anni fa.
Sacro-precario: magia mobile, mossa dal vento e dall’esistenza delle persone – opere fatte di nulla, che non sono opere.

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La scrittura che proviene da un vuoto – e quel vuoto è l’unica cosa vera che esiste, tra moltissime illusorie – la scrittura come un’interferenza, qualcosa di non previsto e di inatteso, il contrario dell’attenzione, qualcosa che non solo distrae e distoglie la concentrazione ma che nasce e cresce proprio nell’attimo della distrazione, che prospera sui margini, sugli spigoli, sui lati.
Un suono di campanelli totalmente distorto e immerso in una coltura ambientale, come soffermarsi sull’atmosfera, sull’aria tra i corpi, sugli spazi che separano gli oggetti, piuttosto che sui corpi e sugli oggetti stessi – sugli intervalli.

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Nuclear shadow, Hiroshima
Nuclear shadow, Hiroshima

Il capitalismo non ha né storia né futuro. È solo accumulazione che cancella ogni altra dimensione.

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Fiumicino, in viaggio per Rotterdam, 9 settembre 2016. Il rumore che ti circonda ovunque (in aeroporto; al bar; al ristorante; in treno; in stazione; per strada), il frastuono di gente molesta che non è proprio capace di stare zitta o di parlare a bassa voce o di guardare gli stupidissimi video sul cellulare con le cuffie, oggetti dimenticati, nelle orecchie – dappertutto è così – e questa zona che hai scoperto, è dove sei sempre stato; silenziosa, nascosta, sotterranea eppure al tempo stesso in piena luce, potenzialmente visibile a tutti, è il lato delle cose che la maggioranza non vuole vedere, e perciò non sa neanche della sua esistenza – questa zona, dicevo, così invisibile e luminosa, è: flusso continuo, vitale; né inizio – né fine; scorrere, esistere (riverrun); pezzi, frammenti, scorie, detriti; esperienza diretta e conoscenza intuitiva, certamente; ritaglio di un modello appena elaborato, e paziente spontanea sua elaborazione; finire sempre sui margini, scentrati; scavare rischiando anche di arenarsi in un punto, piuttosto che noiosamente rimanere in superficie; concentrarsi sugli elementi che normalmente non sono il centro dell’attenzione – l’atmosfera, gli spazi, gli intervalli, le pause; questa zona ti sembra nuova, ma è sempre la stessa in cui, prima o poi, incappi e incappano tutti: autenticità; spontaneità; onestà; assenza di filtri, ottenuta magari con la creazione e l’impianto di altri filtri. Semplicità.

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Mercato di piazza Foroni, Barriera di Milano, Torino
Mercato di piazza Foroni, Barriera di Milano, Torino

“(Chinatevi) se siete abcedistratti, su questo libro d’argilla che antichità di segni (vi prego chinatevi), in questo alephbetho! Potete rédere (poiché Noi e Tu l’abbiamo già chiarito) il suo parolmondo? È lo stesso detto di tutti. Mene. Incroci su incroci. Tieckel. Hanno vissuto und riso ant amato end se ne sono andati. Pharsin. Il tuo pegno viene dato ai Meadi ed ai Porsoni. La meandertalistoria, perdata e perdata ancora, del nostro vecchio Heidenburgh nei giorni in cui Head-in-Clouds passeggiava sulla terra. Nell’ignoranza che implica l’impressione che congiunge la conoscenza che fascia la nomiforma che incita l’ingegno che convoglia i contatti che secondano le sensazioni che determinano il desiderio che aderisce all’attaccamento che martella la morte che nutre la nascita che enuclea l’epilogo dell’esistenzialità. Ma con una canna fuori dal suo ombelico fino a raggiungere il reconditorio di Ramasbatham. Una vivelyonvista terricola questa; strana e continua a scuotremare. Un’hascia, un celtello, un evomere il cui pourquoisito era di cassaggiare l’eterreacrosta ad ogni hora, solcavanti, semindietro, come buoghi alla vuolta. Qui vedite figurine billicoose armate e montate. Montate e armate bellicose figurine vedete qui” (James Joyce, Finnegans Wake, I.i, 1939, Mondadori 2005, p. 18b).
Uncertainty can be a guiding light” (U2, Zooropa, 1993).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).