Lo sciopero delle opere. L’editoriale di Marcello Faletra

Succede che talvolta le opere d’arte – che si tratti di una mostra temporanea o della collezione permanente di un museo – si sentano come animali in gabbia. E il visitatore rischia di non percepire la differenza tra museo e zoo.

Jean Dubuffet, Le commerce prospère, 1961 - The Museum of Modern Art, New York - © 2015, ProLitteris, Zürich - photo © 2015. Digital image, The Museum of Modern Art, New York-Scala, Florence
Jean Dubuffet, Le commerce prospère, 1961 - The Museum of Modern Art, New York - © 2015, ProLitteris, Zürich - photo © 2015. Digital image, The Museum of Modern Art, New York-Scala, Florence

I MUSEI COME ZOO
In una recente pubblicazione di Serena Giordano (Disimparare l’arte, il Mulino), l’autrice mette sullo stesso piano le raccolte museali con gli zoo: “A volte entrare in un museo può essere un’esperienza malinconica. Si tratta di una malinconia particolare, molto simile a quella che accompagna la visita a uno zoo”.
Il paragone può sembrare azzardato o offensivo per il mondo dell’arte e della cultura in genere. Tuttavia, l’autrice si chiede se vi sono opere nate appositamente per un museo. La risposta è negativa. Nessun artista pensa di fare le proprie opere immaginando già la loro eventuale futura collocazione.

Pompei e l’Europa - Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 2015
Pompei e l’Europa – Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 2015

LO SPAZIO DELL’OPERA
Ma allora qual è lo spazio dell’opera? E il suo tempo? Perché tanta attenzione e sollecitudine che spesso si concentrano nell’allestimento, il cui scopo sarebbe la “valorizzazione” delle opere? Se queste, almeno per convenzione culturale, sono già un “valore”, a che pro gli allestimenti che spesso per la loro ridondanza rendono “invisibili” le opere?
È il destino che è toccato lo scorso anno ai reperti pompeiani e alle rappresentazioni che ne hanno dato artisti, scrittori, poeti, a cavallo tra Settecento e Ottocento (Pompei e l’Europa era il titolo della mostra fatta al Museo Archeologico di Napoli). Il progetto di allestimento, che trionfava nel silenzio epocale delle opere, era talmente eccedente, invasivo, capriccioso da sacrificare il senso della mostra in sé. Le opere erano costrette a esistere all’interno di finte nicchie, colonne, riquadri, percorsi obbligati, simulazioni: insomma, un percorso da soap-opera che prendeva in ostaggio l’aura delle opere esposte. Per non parlare dei costi. Qui l’allestimento e la cura assolvevano la stessa funzione del “servizio” che nei grandi alberghi si deve al turista.

Jean Dubuffet, Le commerce prospère, 1961 - The Museum of Modern Art, New York - © 2015, ProLitteris, Zürich - photo © 2015. Digital image, The Museum of Modern Art, New York-Scala, Florence
Jean Dubuffet, Le commerce prospère, 1961 – The Museum of Modern Art, New York – © 2015, ProLitteris, Zürich – photo © 2015. Digital image, The Museum of Modern Art, New York-Scala, Florence

ALLESTIMENTI E TURISTI
In molte mostre d’arte del passato o contemporanee, spesso l’allestimento supera per eccesso di visibilità le opere che presume di valorizzare. È un tributo al turista, che viene accolto in un percorso che a volte ha il tono di trasformare la lettura delle opere in un gioco al meraviglioso. Come accade nei grandi parchi-giochi, il ruolo del turista è quello che gli viene rifilato: un essere inadeguato che necessita di essere “introdotto” al mondo dell’arte, divertimento incluso, e dunque non lo si deve deludere.
Di fronte a tanta “cura”, “sollecitudine”, “attenzione”, le opere, come suggerisce Serena Giordano, hanno lo sguardo malinconico degli animali chiusi in gabbie. Costretti a sacrificare la loro apparenza alla coltre di attenzioni che li ingabbiano come segni-spettacolo. Come in uno zoo, appunto.
A quando uno sciopero delle opere come auspicava Dubuffet?

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #30

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.