La non-scuola: il progetto teatrale rivolto agli adolescenti

Parola a Marco Martinelli, cofondatore del Teatro delle Albe e ideatore della non-scuola, un’iniziativa pensata per avvicinare i più giovani alle arti performative. Mescolando didattica e divertimento

Marco Martinelli, Uccelli. Photo Mario Spada
Marco Martinelli, Uccelli. Photo Mario Spada

Incontriamo Marco Martinelli (Reggio Emilia, 1956), fondatore con Ermanna Montanari del Teatro delle Albe, in occasione di un nuovo progetto della sua “non-scuola”, che ha debuttato presso il Parco Archeologico di Pompei a fine maggio per poi viaggiare al Ravenna festival (2 giugno) e all’Arena del Sole di Bologna in autunno (22 e 23 ottobre). Da anni Marco lavora con ragazzi di tutto il mondo (Ravenna, Napoli, Chicago, Kibera, in Kenya), creando delle piccole zone di utopia, dei luoghi in cui imparare divertendosi, urlare i propri sogni, mischiare centri e periferie, dialetti e latino, vivere amori ardenti, annullare le gerarchie. Sono stati duecento per Eresia della felicità a Milano e ora settanta per Sogno di volare, ognuno si aspetta qualcosa di diverso da questa esperienza ma ciò che si cerca va ben al di là del teatro, a ha che fare con la vita.

Marco Martinelli. Photo Lidia Bagnara
Marco Martinelli. Photo Lidia Bagnara

INTERVISTA A MARCO MARTINELLI

Cosa è la non-scuola, come nasce e quando?
Il teatro per me ed Ermanna è sempre stato imparare facendo. Munari diceva: “Se faccio, capisco”. Mio padre Vincenzo è stato il mio primo vero grande maestro. Un maestro buffone, che al mattino, quando doveva svegliarmi per andare a scuola, entrava in silenzio nella stanza, si metteva sul bordo del letto e in quella penombra mi raccontava delle favole: gli Orazi e i Curiazi, una scenetta di Totò, la storia di un uomo smarrito in una selva oscura… Con lui imparavo divertendomi. Questo è la non-scuola. Al di là dei tanti riferimenti culturali che ho trovato col tempo (da don Milani a Walter Benjamin a Ranciere), quando ho iniziato vi era solo la volontà di giocare e di vedere i ragazzi divertirsi.

Chi sono gli adolescenti di oggi? Gli adolescenti post pandemia, che vivono durante una guerra altamente mediatizzata. In che modo questi eventi entrano a far parte delle loro vite? Li hanno cambiati?
È una domanda fondamentale, che mi viene fatta spesso. E io rispondo sempre che non cambiano mai. Non c’è social network, Covid, guerra che possa mutare il senso profondo dell’adolescenza, quello con cui ci mettiamo in comunicazione attraverso il lavoro teatrale. È vero che è la prima volta che una guerra entra nelle vite in modo così preponderante, ma a Scampia i ragazzi con cui lavoravo nei primi anni della non-scuola (2005-06), la guerra la vedevano quotidianamente per le strade, contrariamente a quelli di Ravenna. A Chicago gli alunni entravano in classe passando attraverso il metal detector. A Kibera vivere nella banlieue in cui abbiamo vissuto e lavorato è come essere in una guerra continua.
Al di là delle differenze culturali e storiche, nel momento in cui si crea un patto di reciproca fiducia con l’adolescente, fondato sul desiderio (noi lavoriamo solo con ragazzi che decidono autonomamente di partecipare ai laboratori), si va oltre le violenze e le solitudini. L’adolescenza è quell’età che io e te abbiamo vissuto in momenti diversi, ma che per tutti e due è stato un momento di disequilibrio e passione, non più bambini e non ancora adulti ingessati. Per loro e per noi il teatro è allora quel luogo in cui partire dalle proprie paure, dai desideri anche inconfessati, dai sogni, quelli reali, non quelli con cui la pubblicità ci vuole imprigionare. Per quella giungla bollente che è l’adolescenza, ciò che avviene fuori (Covid, guerre, Scampia, ecc.) è benzina per la creazione, a cui dare forma.

Ragazzi al teatro grande
Ragazzi al teatro grande

LA NON-SCUOLA DI MARTINELLI

Come si costruisce il lavoro teatrale con il gruppo?
Nella non-scuola il fondamento è il coro, ovvero la comunità, il gruppo, privo di gerarchia, da cui emergono coloro che interpreteranno i protagonisti. E se sono più di una o uno a tirare fuori una tale grinta, una tale ribellione, costruiamo lo spettacolo in modo che vi siano due Antigoni o due Amleti.

Dopo Majakovskij per Eresia della felicità, Dante, ora Aristofane con gli Uccelli? Perché questa scelta?
Abbiamo bisogno di testi che mettano insieme i sogni e la realtà e dopo Jarry, Majakovskij, Brecht, il teatro è diventato sempre più solipsistico. Per gli Uccelli i primi mesi abbiamo lavorato rispondendo alla domanda: da che cosa vorreste fuggire? Che cos’è che non vi piace della realtà o delle città in cui vivete? Si è così costruito un prologo in cui non si parlerà di Atene ma di Pompei, Torre del Greco, Scafati ecc. Era l’ottobre 2021. Nel momento in cui è iniziata la guerra in Ucraina questa è entrata a far parte del testo. È uno dei principi della “messa in vita”, si continua a riscrivere la drammaturgia fino all’ultimo.

Marco Martinelli, Documentario non scuola Kibera
Marco Martinelli, Documentario non scuola Kibera

ADOLESCENTI E TEATRO

Torni a lavorare in Campania e con settanta adolescenti. Nel 2005 hai portato qui una delle tue prime non-scuole (“Arrevuoto”), mettendo insieme ragazzi di Scampia con la Napoli bene. Oggi in che luoghi avete lavorato?
Il liceo coreutico di Pompei, con un gruppo di ragazze, e l’istituto tecnico di Torre del Greco, con un gruppo misto e più “selvaggio”, a cui si aggiunge un gruppo di bambini provenienti dai Quartieri Spagnoli di Napoli.

Hai messo insieme fino a duecento ragazzi con un lavoro di logistica e di cura del dettaglio incredibile. Eppure, nonostante questa macchina potente, non parli mai di “mettere in scena”, quanto piuttosto di “mettere in vita”. Quindi in un certo senso lo spazio maggiore è sempre lasciato a qualcosa di spontaneo, di reale. Qual è il segreto di questo incastro magico tra vita e “disciplina”?
Il concetto di “messa in vita” che si oppone alla “messa in scena” è fondante di tutto il nostro lavoro. Il vero teatro non si limita a fare uno spettacolo ‘bien fait’, ma fa sentire vibrare la vita nell’incontro con Dioniso, come ci ricorda Nietzsche.
Perché sono fondamentali la disciplina e i confini? Per creare le condizioni drammaturgiche e sceniche affinché la vita erompa. Nel nostro piccolo è quello che cerchiamo di fare ogni volta: ritrovare la scaturigine dionisiaca della scena. E in questo gli adolescenti e i bambini sono degli alleati splendidi.

Chiara Pirri

https://www.teatrodellealbe.com/

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Chiara Pirri
Chiara Pirri (Roma, 1989), residente a Parigi, è studiosa, giornalista e curatrice, attiva nel campo dei linguaggi coreografici contemporanei e delle pratiche performative, in dialogo con le arti visive e multimediali. È capo redattrice Arti Performative per Artribune e dal 2016 collabora con Romaeuropa Festival. Ha curato progetti di comunicazione multimediale per festival e istituzioni come Drodesera - Centrale Fies, Museo MACRO di Roma, Istantanee festival. In Francia cura progetti artistici per aziende e istituzioni (Unesco, Dior, Renault, Loewe, Kering…) attraverso collaborazioni internazionali.