Reportage dal Festival Danza Urbana di Bologna

Il Festival Danza Urbana a Bologna ha avviato la sua nuova programmazione con due lavori vitali, antitetici e di differente durata, firmati da Sharon Fridman e Cristina Kristal Rizzo.

Cristina Kristal Rizzo, Echoes. Photo Salvatore Lumia
Cristina Kristal Rizzo, Echoes. Photo Salvatore Lumia

Il Festival Danza Urbana di Bologna è uno degli appuntamenti più importanti di fine estate, perché congegnato nella mediazione continua, sempre piena di intrecci e sorprese, con la città: spazi, scorci, vie, architetture industriali, paesaggi sonori improvvisi e non calcolati.
La performance all’aperto, inoltre, propone una ritualità percettiva che richiede allo spettatore una più complessa attenzione, se non proprio un più composito abbandono. Lo spazio urbano può aiutare la performance nella ricerca di nuove possibilità della convivenza. La danza è così un buon termometro per misurare l’irruzione della realtà urbana nel tempo dei corpi nella performance.

GLI ABBRACCI DI SHARON FRIDMAN

Nel giorno di apertura del festival, Sharon Fridman ha presentato, “open air”, un breve lavoro dal titolo 147 abrazos (20’). Anche se si tratta di un estratto, l’agenda di questo duetto sembra banale e ristretta (“la complessità delle relazioni”). La sua realizzazione, invece, molto più articolata e meno compiacente. In un iniziale abbraccio di coppia eteronormata, ripetuto in variazioni progressive che conducono l’affetto allo scontro e alla violenza di prossimità, tutto avviene “sur place”. Segue il compromesso, che di improvviso riconcilia e avvicina a nuova concordia, sempre con i microfoni sui volti per enfatizzare in termini espressivi l’efficacia più immediata di ogni cadenza (e pure di qualche sonoro ceffone). Ma poi, finito il conflitto e aperto il movimento allo spazio, il ‘teatrino’ della liberazione dai microfoni, con movimenti nascosti come per negare la realtà di finzione già tutta di fronte ai nostri occhi, rivela un affanno drammaturgico inutile, perché sovrastato dalla bellezza pienamente espressiva dei due interpreti. Nonostante i punitivi mutandoni di velluto di entrambi, tanto post-Weimar, e una soft elettronica tutta dreamy e ‘intimità’ fuori corda, Fridman dovrebbe avere più fiducia nell’autonomia espressiva e performativa dei suoi interpreti: Melania Olcina e Arthur Bernard Bazin.

Cristina Kristal Rizzo, Echoes. Photo Daniele Mantovani
Cristina Kristal Rizzo, Echoes. Photo Daniele Mantovani

GLI ECHI NEL COSMO DI CRISTINA KRISTAL RIZZO

In Atlante Occidentale (1985) Daniele Del Giudice ha scritto: “Il navigante segue il faro calcolando continuamente la distanza; è un buon modo, credo, di avvicinarsi alle cose misurando sempre quanto se ne è lontani”. Non ci potrebbe essere viatico migliore per avvicinarsi al nuovo, impeccabile, lavoro di Cristina Kristal Rizzo, Echoes (60’), ospitato nello spazio postindustriale, tutto bianco, del DumBo. L’invenzione dei dispositivi attraverso cui si dà la performance è tra i più intriganti: l’azione live è ripresa, dall’interno della scena e dai performer stessi, con un dispositivo telefonico in diretta Facebook. Lo spettatore può dunque avvicinarsi a quel che succede nel doppio calcolo della visione in remoto. Il tempo reale della performance dal vivo è disponibile in ritardo (“calcolando la distanza”) nella diretta sul proprio dispositivo, come un’eco del tempo che continuamente si sottrae all’immediato: è dunque un tempo senza azione, ossia è un tempo cosmico (come quello che hanno disegnato sui calzoni e sulle felpe: costellazioni che mappano il corpo come stelle in movimento). Così come per la voce: ognuno dei performer contribuisce liberamente con la lettura di un testo, ma quando questa avviene in prossimità dello smartphone che riprende, l’audio è raggiungibile soltanto grazie alla diretta streaming, mentre in scena sempre sovrasta il sottile R&B di Frank Ocean. Tanta complessità deve essere gestita dallo spettatore: quei dispositivi e quelle modalità della comunicazione contemporanea, che appiattiscono le percezioni in una finzione dell’immediato, si aprono in questa doppia diretta a una esperienza materiale della distanza, dell’eco. Non più come ripetizione, ma come una rottura del tempo lineare capace di aprire squarci per ospitare ciò che può ritornare (come la ripresa di un early piece di Trisha Brown).

Cristina Kristal Rizzo, Echoes. Photo Daniele Mantovani
Cristina Kristal Rizzo, Echoes. Photo Daniele Mantovani

COREOGRAFIA COME HABITAT

Per creare questo habitat della differenza, in cui la coreografia non è strumento in grado di fare accadere ciò che si aspetta debba accadere in un determinato spazio-tempo, ma è capace invece di espandere in termini percettivi le immagini che si possono creare a partire da quella attesa continuamente rinnovata, Rizzo si affida in modo definitorio ai suoi interpreti. Ogni sera si alternano gli interventi solistici, ma ce n’è sempre per tutti: Annamaria Ajmone, luminosa, seduttiva e inarrivabile; Marta Bellu, che ha il dono di una presenza immateriale; Sara Sguotti, che ha invece la forza gentile di un abbandono del corpo allo spazio pieno di pensiero; infine Jari Boldrini, che ha maturato un enorme sapere scenico e compositivo ed è di fatto uno degli interpreti di punta della nostra scena contemporanea: in un lungo, sfumato, flemmatico, estremo rallenti di una mano che conduce a terra un pomo, sembra esemplare quella discordia tra distanza e temporalità che solo può essere colmata da uno sguardo capace di misura. (Il pomo della discordia fu lanciato al banchetto del matrimonio di Peleo e Teti per causare una lite tra le presenti: fu l’antefatto della Guerra di Troia.)
Alla fine di tanta liberazione dei processi compositivi, dell’espansione delle immagini e del regno del danzabile dal quale esse si producono, si rimane con l’impressione che questo sia un nuovo pensiero coreografico, generativo e sotto controllo. Un controllo dissidente, però, per futuri scampoli di felicità.

Stefano Tomassini

www.danzaurbana.eu

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AutoreCristina Kristal Rizzo
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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini insegna Coreografia (studi, pratiche, estetiche), Drammaturgia (forme e pratiche) e Teorie della performance all’Università IUAV di Venezia. Si è occupato di Enzo Cosimi, degli scritti coreosofici di Aurel M. Milloss, di Ted Shawn e di librettistica per la danza. Nel 2018 ha pubblicato la monografia "Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell'impossibile" (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, "Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi".