Le iene tra noi nella nuova coreografia di Abbondanza/Bertoni

Al festival Opera Prima di Rovigo, ponte fra le diverse generazioni della scena teatrale, la nuova creazione della coppia storica della danza italiana, Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, dal titolo “Hyenas”.

Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, Hyenas. Photo Sarah Melchiori. Courtesy Festival Opera Prima, Rovigo 2020
Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, Hyenas. Photo Sarah Melchiori. Courtesy Festival Opera Prima, Rovigo 2020

Anche un solo giorno al Festival Opera Prima di Rovigo, organizzato dal Teatro del Lemming, basta per respirare il clima di una rassegna che, tra spazi aperti e al chiuso, è da sedici edizioni luogo di esplorazione e ricerca dei nuovi linguaggi della scena, con un’attenzione da sempre alle nuove creatività giovanili. Molti gli spettacoli del cartellone coraggiosamente allestito in tempi di restrizioni causa Covid, che hanno visto, con grande partecipazione, riavvicinare il pubblico al teatro. Dalla dimensione intima di un’installazione per uno spettatore alla volta – Terzo Tempo –, a quella più massiccia del palco tradizionale – Hyenas –, dentro e fuori, in angoli verdi, piazze, chiostri – Sarajevo, mon amour.

HYENAS DI ABBONDANZA E BERTONI

Tra gli spettacoli più attesi c’è stato il debutto della nuova creazione di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, Hyenas. Segue ritmi alternati la scrittura coreografica di Hyenas, forme di minotauri contemporanei, nata in tempi di lockdown con le regole del distanziamento: dall’ingresso scaglionato degli interpreti al fermo immagine frontale di essi, prima scrutando verso il pubblico, poi guardandosi, ripetendo più volte le stesse sequenze. Ai lievi spostamenti verso un angolo di uno di loro che si discosta dal gruppo, seguito poi da tutti, al disporsi di spalle, al sorvegliarsi osservandosi, curiosi o sospetti, c’è sempre una fissità che prelude ad azioni e reazioni: ritmando braccia e gambe, battendosi le mani sul petto, grattandosi, e altre minuziose pose solitarie e corali. Ognuno riprende il gesto dell’altro, lo imita, come nella legge del branco che vuole tutti identici nei comportamenti, omologati negli atteggiamenti, con le stesse “maschere” umane nella recita di una parte, camuffamento che cela il vero volto della persona. E sono le maschere l’elemento forte dello spettacolo. Sui corpi giovani dei cinque bravissimi danzatori ‒ Marco Bissoli, Sara Cavalieri, Cristian Cucco, Ludovica Messina, Francesco Pacelli vestiti casual, quelle che indossano hanno le fattezze ovine di pecore, capre e arieti (opere dell’artista bulgara Nadezhda Simeonova). Servono a rappresentare l’idea del Minotauro greco, uomo con la testa di toro, richiamo alla nostra psiche metà razionale e metà istintiva e taurina. Ed è ancora una volta la classicità il motivo d’indagine dei due coreografi (coppia storica della nuova danza italiana Anni Ottanta, che alla tragedia greca ha dedicato, nel tempo, un intenso ciclo di lavori), fonte in cui innestare il presente, l’acuta osservazione della realtà traslata in quel teatrodanza che li caratterizza nella necessità di esplorare le relazioni umane. Lo sguardo è qui rivolto al mondo giovanile contemporaneo “con le diverse modalità del loro essere: da una parte” – spiegano gli autori ‒ “l’uniformità ‘global’ del gregge e il suo bisogno di contatto col tribale, l’archetipo e il mito; dall’altra il violento e solitario ghigno della iena”.

Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, Hyenas. Photo Matteo Festi. Courtesy Festival Opera Prima, Rovigo 2020
Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, Hyenas. Photo Matteo Festi. Courtesy Festival Opera Prima, Rovigo 2020

I RIMANDI A DAVID LYNCH

In Hyenas ‒ seconda tappa del progetto triennale Hybrid, nel quale Michele e Antonella esplorano il rapporto tra l’umano e la bestia ‒, le iene del titolo sono quelle il cui sogghigno si nasconde sotto la maschera inespressiva. Lo sveleranno a turno i performer durante un rave, una festa spensierata dove, ballando al suono techno, tra luci colorate e fumi, e ripetendo la stessa sequenza più volte, perdono il controllo della loro rigidità interiore. Cambiando velocità e introducendo varianti nel movimento, l’atto dello svelamento del volto desta sorprese, spaesamento, posture esibizionistiche, ironie reciproche, avanzamenti carponi, esaltazioni, denudamenti. E ritorno al camuffamento. In questo ballo in maschera del gioco delle verità, il segno drammaturgico impresso dai coreografi vira sul grottesco, svela vizi e paure strizzando l’occhio alle dinamiche proprie del teatro dell’assurdo. E qui il rimando è alla disturbante serie di cortometraggi di David Lynch Rabbits, un gruppo di conigli umanoidi intrappolati in un interno domestico, che replicano entrate e uscite, irrimediabilmente costretti a una coazione a ripetere inducendo un senso di crisi e di ricerca esistenziale. Quella che si respira in Hyenas, lasciando al Minotauro, apparso in ultimo su un piedistallo e illuminato solo sul volto caprino, tra un vocio e un indistinto ansimare seguìto dal silenzio e dal buio, il dominio finale. Emblema forse dell’annientamento dell’uomo? Una creazione conturbante che fonde in modo imprevedibile il reale e l’immaginario, chiamandoci a una personale dimensione onirica che non può non suscitare una precisa risposta emotiva.

IL TERZO TEMPO DI MOMEC

Il Terzo Tempo di MOMEC (da un’idea di Mario Previato), installazione costruita all’interno del palazzo La Gran Guardia in un piccolo spazio delimitato da pareti, è un incontro con noi stessi e con le persone che vivono in noi. Entrati nella minuscola camera addobbata di piante – battezzato “giardino della memoria” –, dove troviamo sparsi piccoli oggetti, ci attende un tavolo bianco, del vino, del pane, e due sedie. In una ci tratteniamo e nell’altra, che rimane vuota, attendiamo una presenza cara da far riaffiorare dalla nostra memoria. All’esitazione iniziale subentra un lasciarsi andare che ci fa vivere un momento di silenzio, di ricordo intenso. Prendendoci del tempo, liberamente ci fermiamo e ascoltiamo. E solo allora l’assenza si trasforma in “presenza” alla quale, infine, dedichiamo su un foglietto un pensiero, un ricordo, un saluto, una cosa mai detta alla persona che avremmo desiderato vedere seduta di fronte a noi. Lasciamo lo scritto dentro un piccolo vaso di terra, come un piccolo seme emotivo che trova terreno fertile nell’anima.

Farmacia Zoo, Sarajevo, mon amour. Photo Loris Slaviero. Courtesy Festival Opera Prima, Rovigo 2020
Farmacia Zoo, Sarajevo, mon amour. Photo Loris Slaviero. Courtesy Festival Opera Prima, Rovigo 2020

SARAJEVO, MON AMOUR

Spostandoci nel Chiostro degli Olivetani ci attende un racconto toccante: Sarajevo, mon amour della compagnia veneziana Farmacia Zoo:È. Gianmarco Busetto e Carola Minincleri Colussi raccontano la storia d‘amore realmente vissuta tra Boško Brkic e Admira Ismic, conosciuti come “Giulietta e Romeo dei Balcani“. Fidanzati di etnie e origini differenti, furono uccisi da un cecchino e trovati morti abbracciati sul ponte di Vrbanja, nel tentativo di fuggire insieme da Sarajevo, col sogno di poter continuare ad amarsi e a vivere la loro vita. È una storia di resistenza nata da un viaggio compiuto dai due attori nel 2018, frutto di una ricerca sui 1425 giorni d‘assedio vissuti dalla città di Sarajevo tra il 1992 e il 1996 durante la Guerra dei Balcani. I due interpreti, proiettando su un grande schermo immagini di loro stessi ripresi in diretta e in azione, creando un respiro epico col gioco di luci nello spazio ristretto, danno voce e volto a diversi personaggi attraverso un intreccio di storie: di chi racconta, di chi è raccontato, di chi osserva e ascolta. Sarajevo, mon amour ci inchioda alla sedia. Ed è ammirevole la costruzione dei due interpreti. Il tono diverso, l’espressività dei gesti, le parole elaborate, il montaggio progressivo di una drammaturgia sapiente che usa in scena solo dei grossi pneumatici per creare clima e luoghi – un tunnel, una trincea, un bombardamento ‒, restituendoci tutto il dramma di una guerra assurda e troppo presto dimenticata, condensata nella semplice storia d’amore di due ragazzi che combattono contro le granate, i cecchini, la sete, contro la storia che, in ogni conflitto, vorrebbe vittima chi non smette di amare.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).