Chi ha ucciso mio padre. Tra poco debutta il nuovo spettacolo di Deflorian e Tagliarini

Mancano solo pochi giorni al debutto modenese dello spettacolo del duo Deflorian/Tagliarini ispirato all’opera dello scrittore Édouard Louis.

Debutta al Teatro delle Passioni di Modena il 22 febbraio Chi ha ucciso mio padre (con Francesco Alberici), del giovane scrittore francese Édouard Louis. Il duo Deflorian e Tagliarini, dopo Quasi niente, prosegue con questo “dialogo per voce sola” la ricerca nel rapporto tra realtà e rappresentazione, singolo e collettività, figura e sfondo.
Édouard Louis  sarà presente  a Modena la sera del debutto per un incontro con il pubblico dopo lo spettacolo e a Venezia il 2 aprile per un incontro all’Auditorium Santa Margherita, nel quadro del festival Incroci di civiltà, dove lo spettacolo sarà presentato. In seguito lo spettacolo sarà in scena a Milano (Fog Festival), a Roma (Teatro India), a Torino (Teatro Astra) e a Bologna (Arena di Bologna). Ne abbiamo discusso con Daria Deflorian.

La ricerca teatrale contemporanea affronta ancora una volta il tema dei padri. Sembra un parametro e un passaggio necessario per misurare la storia.
Già nel nostro precedente lavoro aprivamo alla questione dell’eredità dei nostri padri. Ed è stato naturale appassionarci al testo di Édouard Louis, immediatamente dopo il debutto di Quasi niente.
Sicuramente ci sono coincidenze con altri gruppi che stanno affrontando il tema del padre – uno per tutti, Babilonia Teatri con Padre nostro ‒ e le coincidenze hanno sempre molto da raccontare. La questione è forse che per guardare avanti ci si debba girare un attimo indietro a raccogliere qualcosa. Il nostro rapporto con questo tema non si risolve in una dimensione intimista o biografica, si amplia in una dimensione storica e politica: il futuro non può essere osservato solo con il parametro della crescita individuale.

La politica è e si dà nel confronto. Come si declina questa volta l’effetto del lavoro sulla realtà?
Il discorso è ampio: è la prima volta che noi scegliamo un testo non nostro da portare in scena e sicuramente l’incontro con la scrittura di un intellettuale “attivista” come Édouard Louis ci mette di fronte a una questione nuova.
La questione politica per noi emergeva naturalmente dall’osservazione della realtà: il nostro è un teatro legato al singolo, agli avvenimenti che riguardano l’individuo, spesso nella sua accezione più marginale e minoritaria. Abbiamo sempre cercato le lucciole di cui parla Georges Didi-Huberman, figure minori della resistenza, il luminoso a rischio di sparizione dentro un mondo fin troppo illuminato quale è il nostro. Da questa marginalità, anche solo osservare la vita diventa un atto politico.

Deflorian e Tagliarini, Chi ha ucciso mio padre. Photo © Andrea Pizzalis

Deflorian e Tagliarini, Chi ha ucciso mio padre. Photo © Andrea Pizzalis

Si amplifica il rapporto antonomastico tra figura singolare ed esperienza collettiva, o le figure rimangono a rischio di sparire nella rete delle relazioni innescate sulla scena e fuori di essa? Come in Reality, tratto dal reportage di Mariusz Szczygieł, il singolo misura e dà la misura del reale…
Noi ci stiamo confrontando con una scrittura che ha una dimensione politica quasi esplicita. Ogni storia è individuale, Édouard Louis si pone in prima persona e racconta la sua relazione attraverso un dialogo impossibile, ma più che parlare di sé la parola viene data per far vedere il padre. Noi vediamo il padre attraverso il racconto del figlio. Perché, come diceva Roland Barthes, “solo il figlio è vivo”. E si tratta di una paternità duplice e contraddittoria, perché da una parte è il padre patriarcale che rifiuta il figlio omosessuale, ma dall’altra è un padre a sua volta oppresso per la sua appartenenza alla classe operaia, nel quale si rispecchia il fallimento esistenziale di un progetto universalistico di emancipazione. La figura, in altre parole, avanza insieme allo sfondo, si stacca e rientra in continuazione.

Il teatro è una atmosfera, un luogo delle relazioni possibili o uno stato di incontro?
È queste tre cose insieme, ma è soprattutto il luogo dell’incontro con l’altro, nei sensi più vari del termine, con l’altro che è in scena insieme a te, con l’altro che è fuori dalla scena, lo spettatore, che è a sua volta il frammento di un’alterità più ampia e incombente, e infine con quell’altro “che non c’è” rappresentato dal testo.

Il personaggio del romanzo sta tra due polarità o le nega entrambe?
Per noi è importante “riscrivere” il testo senza cambiare nemmeno una parola, attraversare quelle parole e quella gamma di sfumature che vanno dalla rabbia, per una relazione difficile e complessa, fino a una riconciliazione, che non è solo familiare. Non si tratta soltanto di riconquistare altra memoria, ma anche di riconciliarsi perché, come dice lo stesso Édouard, sono i figli che trasformano i genitori e non il contrario. Il testo porta in sé la potenza e il desiderio di un’azione e di una trasformazione e, in questo senso, i testi di Louis sono spontaneamente teatrali, protesi all’azione, al cambiamento della realtà.

Deflorian e Tagliarini, Chi ha ucciso mio padre. Photo © Andrea Pizzalis

Deflorian e Tagliarini, Chi ha ucciso mio padre. Photo © Andrea Pizzalis

Dovrebbe essere forse questa la dimensione del nuovo intellettuale…
Questo è un testo che sta vedendo versioni diverse in diversi Paesi europei. Ma che non può essere rubricato a un semplice “j’accuse!”: fare i nomi dei colpevoli come fa Louis (Pasolini, se ben lo ricordiamo, diceva di conoscerli), farli entrare nella Storia “per vendetta” è un’operazione simbolica, prima che politica. In Francia è molto visibile che la cultura è un fatto. I teatri sono pieni, le persone che vanno a teatro sono le stesse che leggono libri e frequentano le mostre. La cultura è dimensione collettiva, volontà.

Da quale urgenza o necessità parte la scelta di un tema da affrontare per un nuovo spettacolo?
Sentire una urgenza vuol dire scoprire che la sonda che scandaglia l’interiorità è nello stesso tempo il radar che intercetta ciò che è fuori di noi. L’opera comincia a esistere in questa convergenza, anche quando essa si presenta in forma di conflitto. Quanto all’arte, se essa ha sicuramente bisogno di comunicazione, contrariamente a quanto spesso si crede e si lascia credere oggi, non coincide con la comunicazione e non veicola alcun contenuto informativo. Come pensava Deleuze, ha più a che vedere con la resistenza.
Ci sentiamo liberi dal mercato e fortemente ancorati alla società in cui viviamo.

Simone Azzoni

http://www.defloriantagliarini.eu/

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Simone Azzoni

Simone Azzoni

Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art…

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