Un trittico al femminile per il Ballet British Columbia

Un tris di donne. Tre coreografe contemporanee che lasciano il segno: Aszure Barton, Sharon Eyal e Crystal Pitie. A riunire la loro firma in un’unica serata è stata Emily Molnar, direttrice uscente del Ballet British Columbia, compagnia canadese approdata per la prima volta in Italia, al Teatro Sociale di Trento.

Sharon Eyal, Bedroom Folk. Ballet British Columbia. Photo © Michael Slobodian
Sharon Eyal, Bedroom Folk. Ballet British Columbia. Photo © Michael Slobodian

Grande il successo. E non poteva essere diversamente data la fama della compagnia di Vancouver, fiore all’occhiello della danza d’oltreoceano, che Emily Molnar ‒ ex ballerina del National Ballet of Canada e del Frankfurt Ballet di William Forsythe ‒ dirige dal 2009 e prossima a insediarsi alla direzione del Nederlands Dans Theater. A lei il merito di aver fatto crescere la qualità, già alta, e la fama internazionale del Ballet British Columbia, aprendolo a grandi nomi della coreografia attuale e arricchendo il repertorio del linguaggio contemporaneo. Basta guardare i nomi e i titoli del trittico composto per la serata.

ASZURE BARTON

Busk della newyorkese Aszure Barton si apre con una luce che illumina un cappello a terra, orpello tipico degli artisti di strada, e con un altro bagliore puntato su di un uomo addormentato sugli scalini di una pedana. L’uomo, svegliatosi, si animerà di un’energia travolgente inscenando un numero d’intrattenimento, dai movimenti elastici, da contorsionista break. Si unirà a lui una schiera di busker in ampi abiti e felpe nere di stampo monacale, componendo una massa frontale, poi aprendosi e chiudendosi come piante o come onda in una risacca, con espressioni buffe o cupe del viso. Il branco, sfaldatosi, si lancia in un susseguirsi di morbide e acrobatiche danze all’unisono, alternate ad assoli ipercinetici, individualità malinconiche, duetti litigiosi, complicità umoristiche, dentro fasci di luci riverberanti. Pur dentro un’atmosfera cupa, Busk brilla di una danza solare, esplosiva, ricca di dettagli gestuali e movimenti stratificati. Ed è la musica a determinare il climax, con sonorità che spaziano dalla corale – un brano per tutti Saltarelle di Saint-Saëns – al folk Klezmer del finale dal ritmo crescente con salti da fermi.

Crystal Pite, Solo Echo. Ballet British Columbia. Photo Wendy D
Crystal Pite, Solo Echo. Ballet British Columbia. Photo Wendy D

SHARON EYAL

Bedroom Folk di Sharon Eyal (e Gai Behar, co-ideatore) si dispiega sul ritmo techno e percussivo di Ori Lichtik, con movimenti lenti, continui e pulsanti dei danzatori secondo lo stile riconoscibile della coreografa israeliana, la cui danza, sempre in tensione, reca un forte, raffinato senso tribale. Il gruppo avanza dal fondo con piccoli passi, piegandosi appena, aprendo le braccia a scatti, singhiozzando il corpo con sussulti di spalle, muovendo la testa, piegando il busto con movimenti minimali. Sembrano zombie. E mentre ancora avanzano, si allargano, si espandono mantenendo sempre un ritmo sincopato sullo sfondo che intanto s’infiamma di rosso. L’ipnotico sincrono dei quindici danzatori simili a una tribù evolve nel cangiante gioco di braccia svolazzanti, sinuosi, robotici, aguzzi. Spostandosi quindi, tra un buio e l’altro in un quadrato di luce, si creano coppie che si prendono alla gola, si mordono indifferenti, ritornano insieme tenendosi per mano e dividendosi nuovamente nello spazio vuoto pullulante di furente energia.

CRYSTAL PITE

A caratterizzare il bellissimo Solo echo di Crystal Pite, è un’incessante e lieve spolverata di neve. Inizia con un assolo al quale si aggiunge una donna. Un’altra, e, ancora, altri danzatori. In posizione di partenza, come in una gara. Si entra e si esce con attraversamenti veloci lasciando in scena duetti. Si formano file per tenersi legati, abbracciati. Chi cade viene ripreso nella catena umana. Sollevato. Trasportato. Riposto a terra. File che, dopo rotture, scivolamenti, lotte, corse, rapimenti, si ricompongono strette. Di nuovo solidali nel toccarsi, proteggersi, liberarsi e protendersi nuovamente l’uno verso l’altro, per quella necessità di stare uniti e al contempo di non essere assoggettati. Un respiro lirico, avvolgente, guida i movimenti di Solo Echo, creazione del 2012 per il Nederlands Dans Theater sulla musica di due Sonate per violoncello di Brahms, e ispirata dalla malinconica poesia di Lines for winter dello scrittore nordamericano Mark Strand. La coreografia, con i suoi fluidi e articolati intrecci, gli impulsi e gli scatti, le reazioni e le onde d’urto, evoca il cammino della vita dall’adolescenza all’età matura, e il senso di tutto ciò che, crescendo, interiormente lasciamo dietro di noi, qualcosa di un invisibile passato nell’oscuro inverno della vita. Ed è plasticamente struggente l’ultimo palpito del gruppo quando, scivolando nell’abbraccio finale che tiene legati tutti in fila indiana ciascuno stringendo ai fianchi il corpo dell’altro, abbassandosi uno di loro cede la morsa lasciandosi cadere a terra. Senza più vita. Una coreografia introspettiva e rigogliosa allo stesso tempo, che bussa al cuore e lo libera.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).