MilanOltre 2019. Il festival della danza contemporanea per tutti i gusti

Il festival MilanOltre ha portato nella città lombarda le molte sfumature della danza, rivolgendosi a un pubblico eterogeneo.

Virgilio Sieni, Solo Goldberg Variations, photo Josep Aznar
Virgilio Sieni, Solo Goldberg Variations, photo Josep Aznar

Un programmatore teatrale costruisce la stagione proprio come un cuoco assembla il menù del proprio ristorante: cercando un equilibrio fra gusto personale e soddisfazione del cliente, entrambi offrono proposte adatte sia ai più abitudinari sia a chi è curioso di sperimentare gusti nuovi. Così come nella stessa lista coesistono cotoletta impanata e stufato di tufo, in un festival si trovano ospiti diversi in termini di linguaggi, poetica e tipo di percorso, fra grandi nomi che fanno sempre gola e artisti meno conosciuti che attirano i curiosi. Il risultato a volte può essere stupefacente: nell’epoca in cui regnano avocado e salmone, può accadere che il piatto che si era pensato come contorno diventi la portata principale, mentre il caro vecchio risotto allo zafferano rimanga nella pentola della cucina.
Qui sotto un assaggio del menù di MilanOltre, che in questa trentatreesima edizione punta molto sulla danza italiana: più di venti gli ospiti di casa, che per un mese condividono il palco dell’Elfo Puccini, offrendo uno spaccato sulle tante realtà diverse della danza e della performance.

GLI SPETTACOLI

Piatto irrinunciabile per eccellenza? La pasta al pomodoro. Presente: in apertura del festival troviamo infatti Roberto Zappalà, ospite ormai di casa, con A. semu tutti devoti tutti?, una ripresa a dieci anni dal debutto dello spettacolo che parla della città natale del coreografo, Catania, e della sua santa patrona, Agata. Attraverso la danza virtuosa ed energica dei sette danzatori uomini, Zappalà racconta il folklore di una città abituata e contemporaneamente spaventata dalla religione, mettendo in scena anche la santa, un corpo morto e bellissimo a cui viene impedito per tutto il tempo di toccare terra. Colpo di scena finale il coreografo sale sul palco con un microfono per leggere e condivide con il pubblico i suoi pensieri sulla città, parla di un problema di mafia ancora fortemente presente, racconta i fatti dietro la messa in scena: decisamente il momento più forte di tutto lo spettacolo.
Oltre a questo lavoro portato in scena con la sua compagnia stabile, Zappalà propone due lavori curati da coreografi ospiti della sua giovane compagine, CZD2, Être di Maud de la Purification e Untitled di Daniela Bendini: due spettacoli quasi agli opposti, uno estremamente alienante e dai tempi dilatatissimi, l’altro molto chiaro nel suo intento e dal ritmo incalzante. Untitled parte da un’idea geniale: estrapolare dal web pezzetti di video da riproporre in scena senza logica apparente. Risultato: i meme più famosi del web, i tutorial per imparare l’hip hop e i video delle coreografie più leggendarie prendono vita sul palco a passi di danza precisissima e tagliente.

Diego Tortelli, Shifting Perspective, photo Franz Kimmel
Diego Tortelli, Shifting Perspective, photo Franz Kimmel

VIRGILIO SIENI E DIEGO TORTELLI

La fiorentina è un altro grande classico che non delude mai, incredibilmente buono, nutriente anche per lo spirito: fra i protagonisti del festival il maestro Virgilio Sieni, che chiude i suoi quattro appuntamenti con Solo Goldberg Variations. Una variazione leggendaria sulle note di Bach, un’intesa delicata fra le uniche due presenze sulla scena spoglia, la sua e quella del pianista Andrea Rebaudengo. Per gli ultimi brani invita dei volontari dal pubblico dando sfogo alla sua incredibile capacità compositiva: improvvisando modella e compone con i loro corpi, seguendo la sola suggestione della musica, con un risultato commovente e incredibilmente preciso. Nella danza di Sieni, velocissima, accennata e sempre in caduta, c’è qualcosa che arriva dritto al cervello: nella sua apparente confusione di movimento emerge la sagoma di un’idea, un disegno che continuamente si crea nell’aria preciso come un progetto architettonico per poi dissolversi e diventare altro. Siamo di fronte a un pezzo di storia della danza, un genio austero che non sorride nemmeno di fronte a dieci minuti di applausi.
Arrivano poi le ricette più bizzarre e originali: appuntamento ormai fisso quello con Diego Tortelli, che quest’anno porta al festival Shifting Perspective, un’idea estremamente cool che purtroppo è rimasta in un certo senso inesplosa: una piattaforma geometrica completamente bianca con il pubblico tutto intorno, tre danzatori estremamente virtuosi, un paio di cuffie con tre tracce diverse create dal compositore Francesco Sacco, un tasto che permette di cambiare musica. Unico freno a questa occasione di sincera interattività è la danza: perfetta, estetica e complessa, come dimostrato nei precedenti lavori del coreografo, crea una sorta di barriera che spegne l’entusiasmo iniziale a favore di una fruizione statica e frontale, lasciando agli spettatori una visione cristallizzata che sparisce sul finire della musica.

MARIAGIULIA SERANTONI E SIMONA BERTOZZI

Grande successo quello riscosso da MariaGiulia Serantoni, coreografa di Fattoria Vittadini che negli ultimi anni ha firmato diversi lavori personali. Nel suo Eutropia, liberamente ispirato alle Città Invisibili di Italo Calvino, immagina un luogo del futuro dove gli interpreti ricreano attraverso gesti quotidiani e danza corale una forma nuova di collettività. Un sistema di microfoni a contatto permette a tutti gli oggetti in scena di produrre un suono, rendendoli animati e parte viva del gruppo che ritrae uno spaccato di vita ideale fatta di dialogo, movimento energico e complicità, in un’atmosfera fra il surreale e la normalità. Anche Simona Bertozzi si interroga sui modi possibili dell’abitare un luogo: il suo Joie de vivre è infatti un lungo viaggio dove i suoi pensieri prendono forma nella coreografia, fatta di corpi che si lasciano andare alle variazioni di ritmo e di luce utilizzando il movimento come mezzo per ricercare dall’interno quelle variazioni anatomiche tipiche di uno stato di felicità, sia essa serrata e personale o condivisa con l’ambiente intorno. L’intimità e l’introspezione sono elementi piuttosto presenti nel lavoro di Bertozzi: non sempre è facile entrare in contatto con il suo mondo, ma quando succede regala con generosità un senso di pacifica armonia con l’universo.

Giada Vailati

https://www.milanoltre.org/

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Giada Vailati
Classe 1994, studia danza dall’età di nove anni, terminati gli studi classici frequenta l’accademia Dancehaus di Susanna Beltrami, diplomandosi in danza contemporanea e teatro. Nel 2018 viene selezionata per un master in danza contemporanea e somatic approach presso La Biennale di Venezia, lavorando con la coreografa Marie Chouinard e partecipando ad un suo spettacolo di repertorio. Lavora come danzatrice e performer con diverse compagnie italiane ed internazionali fra cui l’israeliana Public Movement, è membro fondatore di Cult of Magic, collettivo di artisti che opera nell’ambito musicale e performativo e collabora come critica di danza e di teatro per 1977magazine e per Artribune.