Danza. Il milite ignoto di Akram Khan

Il coreografo anglo-bengalese Akram Khan ha portato in scena a Roma e a Torino lo spettacolo “Xenos”, ispirato alla danza classica dell’India del Nord.

Akram Khan. Photo © Jean Louis Fernandez
Akram Khan. Photo © Jean Louis Fernandez

Dallo sferzare delle braccia al roteare delle mani, dai vorticosi giri di tutto il corpo ai colpi secchi a terra con le caviglie circondate da campanelli tintinnanti. Eseguita da Akram Khan, danzatore e coreografo anglo-bengalese di stupefacente virtuosismo, inizia con questa ipnotica sequenza Kathak – la danza classica dell’India del Nord –, lo spettacolo Xenos (straniero, dal greco), andato in scena in prima nazionale al festival Romaeuropa, e successivamente a Torinodanza.
Sollecitato a danzare dalle percussioni di due musicisti seduti a terra, l’uomo in scena presto trascolorerà da un’atmosfera festosa a una drammatica. Interferenze sonore di scariche elettriche, brevi blackout di luce, crepitii e lontani rombi di cannoneggiamenti avevano già annunciato qualcosa di oscuro. La grande parete obliqua piena di corde sparse, rischiarata da una fila di lampadine sospese che rimanda agli addobbi festosi o alle trincee, improvvisamente e rumorosamente s’illuminerà di una luce sinistra risucchiando quel groviglio di funi e tutti gli altri elementi che affollavano il proscenio: un’altalena, un gruppo di sedie, un tavolo e una valigia, oggetti di un mondo semplice e pacifico ora perduto, di un’esistenza strappata dalle radici. Sbandato, atterrito, l’uomo guarderà verso quella collina disseminata di terra, e sulla cui cima egli s’inerpicherà ​iniziando un doloroso viaggio della memoria. Rivivrà l’orrore delle trincee, la guerra, la paura, lo sradicamento, gli stenti, la prigionia, la solitudine di un ex soldato indiano, un Sepoy, uno del milione e mezzo di soldati delle colonie inglesi mandati a combattere in Europa nella Prima Guerra Mondiale, e due volte stranieri al ritorno in patria.

Akram Khan. Photo © Jean Louis Fernandez
Akram Khan. Photo © Jean Louis Fernandez

UN MODERNO PROMETEO

Col suo corpo magnetico, energico, poeticamente espressivo nel trasfondere la danza contemporanea dentro quella tradizionale Kathak tipica del suo stile, Akram Khan diventa un moderno Prometeo – mito tragico del titano incatenato che rubò il fuoco e lo diede all’umanità per progredire nella conoscenza –, assurgendo a simbolo del destino di ogni soldato e di ogni guerra, dei vinti di ieri e di oggi, dei senza riscatti, dei morti senza nome. E che, nelle parole di Jordan Tannahill “di chi è la guerra, di chi è il fuoco, di chi è questa mano?” provenienti da un grammofono gracchiante – dal quale si proietterà un fascio di luce rivolto anche agli spettatori in platea –, trova un’ulteriore bruciante riflessione.
Legato alle funi, aggrovigliato, infine liberatosi; scendendo e risalendo la plumbea trincea; assumendo posture plastiche e teatrali con movimenti che sferzano e disegnano l’aria addensandola di presenze, il vibrante e possente danzare di Khan diventa una struggente evocazione del dolore interiore, una prova di resistenza fisica che è anche una sfida personale dello stesso performer il quale ha annunciato, con questo spettacolo, l’addio alle scene come solista per la difficoltà a reggere, all’età di 44 anni, una così impegnativa prova fisica.

Akram Khan. Photo © Jean Louis Fernandez
Akram Khan. Photo © Jean Louis Fernandez

LUCI E MUSICA

Sperando in un ripensamento, intanto abbiamo vissuto la sua toccante e coinvolgente interpretazione resa pienamente umana, nella totalità dello spettacolo, dalle luci rugginose e livide di Michael Hulls e dal climax creato dalla colonna sonora originale composta da Vincenzo Lamagna. Eseguita dal vivo da cinque musicisti collocati sull’altura, sospesi nel buio e illuminati a tratti, la musica è densa di echi, di rumori, di esplosioni, di melodie contaminate che evocano mondi esteriori e interiori. Sono note generanti un flusso emotivo strappato dal cuore, che si scioglie nella Lacrimosa del Requiem di Mozart riletta su screziature sonore che si confondono, infine, col rumore di una marea di pigne rotolanti dalla parete a invadere la scena. Il soldato risale la rampa. Si guarda attorno. Ci guarda. Prende un pugno di terra e la lascia cadere. Polvere siamo e polvere ritorneremo. Tutti.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).