La mostra in corso al Palazzo Reale di Napoli fino al 2 ottobre racconta, per immagini, documenti, proiezioni, suoni e tracce, la storia di una delle compagnie più importanti della scena italiana, e non solo. A partire dall’anno di fondazione sancito da un documento a firma di Mario Martone, che la configura come “un laboratorio permanente per la produzione e lo studio dell’arte scenica contemporanea”. Percorsi e ricordi del produttore Angelo Curti.

Lavorando all’archivio di una storia trentennale, qual è stata la prima impressione in te che l’hai vissuta fin dagli inizi?
La percezione ancora più nitida di Teatri Uniti come “una casa dalle porte aperte”, un luogo dove si può arrivare, transitare e magari anche ritornare. E la cui sintesi migliore credo sia espressa da un’opera realizzata per la mostra da Lino Fiorito che riesce, dipingendo le sue stesse parole, a cogliere e restituire il senso profondo e inafferrabile dell’appartenenza a un luogo.

Teatri Uniti nasce dalla fusione di tre gruppi, Falso Movimento, Teatro dei Mutamenti, Teatro Studio di Caserta. Com’è avvenuta?
Avevamo cominciato a lavorare con Antonio Neiwiller nel 1985 per Il desiderio preso per la coda e poi l’anno successivo anche con Toni Servillo in Ritorno ad Alphaville, l’ultimo spettacolo di Falso Movimento che si potrebbe considerare anche il primo lavoro di Teatri Uniti. Tecnicamente fu una fusione per incorporazione. Il nucleo era quello del nostro Falso Movimento (Mario Martone, Andrea Renzi, Licia Maglietta, Pasquale Mari, Daghi Rondanini, Lino Fiorito), che inglobava le individualità di Antonio Neiwiller e Toni Servillo con il loro prezioso carico di esperienze, di cultura e di densità artistica.

Qual è stata la vostra palestra, quali i luoghi e le affinità che vi hanno legato e formato?
Con Mario e Pasquale eravamo in classe insieme al liceo Umberto, frequentato anche da Andrea, un po’ più giovane di noi. I luoghi della nostra formazione adolescenziale sono stati diversi e non solo teatrali. In primis la galleria di Lucio Amelio, a cui rendiamo omaggio nella mostra con una foto di Cesare Accetta che lo ritrae sul set del nostro primo film, Morte di un matematico napoletano. Poi la Cineteca Altro di Mario Franco, dove ci siamo nutriti della storia del cinema e le Settimane di Musica d’Insieme a Villa Pignatelli, ideate da Salvatore Accardo con l’Associazione Scarlatti. Frequentavamo Spazio Libero, la storica sala off di Vittorio Lucariello, dove cominciammo come attori in uno spettacolo diretto da Luca De Fusco e Bruno Roberti, tratto da Freud. La sera della prima al San Ferdinando intervenne la polizia per salvarci dalla furia di una parte del pubblico che ci assediava nei camerini. E fu proprio a Spazio Libero che Mario debuttò come regista e che incontrammo Toni Servillo. Nel 1979 creammo il gruppo Falso Movimento.

Mario Martone, Antonio Neiwiller e Toni Servillo. Photo (c) Cesare Accetta
Mario Martone, Antonio Neiwiller e Toni Servillo. Photo (c) Cesare Accetta

Con Toni e il suo gruppo Teatro Studio di Caserta avete legato subito?
Al contrario, eravamo proprio rivali. Fino al 1980 il Teatro Studio godeva di maggior apprezzamento critico, soprattutto da parte di Franco Quadri e Beppe Bartolucci. Il loro spettacolo Propaganda era di enorme carica energetica, ma forse un po’ in anticipo sui tempi, si respiravano ancora gli anni di piombo. L’ascesa di Falso Movimento cominciò nel 1981 insieme all’affermarsi della new wave musicale. Diventammo un gruppo di successo internazionale, anche grazie al talento scenico e relazionale di Tomas Arana. Con lavori come Controllo Totale, Tango Glaciale e Otello giravamo l’Europa e il Nord America, a New York ci applaudivano anche Andy Warhol e Martin Scorsese.

Lungo la vostra storia ci sono state delle separazioni. La più eclatante fu la scelta di Martone alla direzione del Teatro di Roma.
Prima ancora ci fu quella ben più tragicamente definitiva della scomparsa di Antonio Neiwiller nel 1993. Quando Gianni Borgna nel 1998 gli avanzò la proposta, la prima idea di Mario, che all’epoca considerava esaurito il nostro percorso comune, fu di ricreare a Roma una specie di nuovi Teatri Uniti, coinvolgendo Giorgio Barberio Corsetti, Carlo Cecchi e Toni Servillo. Ma poi per diversi motivi Mario fece una scelta più individuale, anche se la sua troppo breve stagione al Teatro di Roma fu improntata alla dimensione napoletana, tanto è vero che vennero montate pretestuose polemiche all’insegna di “IndiaNapolis”.

Oltre ad aver continuato con film e spettacoli, avete dato la possibilità anche a dei giovani talenti di emergere.
Fra i registi che hanno iniziato con noi il caso più significativo è senz’altro quello di Paolo Sorrentino al cinema e poi di Andrea De Rosa a teatro. Fra gli attori basti pensare a Marco D’Amore, che giovanissimo è stato diretto da Andrea Renzi in Pinocchio e in Santa Maria d’America, e poi da Toni Servillo in Trilogia della villeggiatura. Durante la lunga tournée internazionale rivelò il suo enorme talento anche quando si presentò la necessità di sostituire, con successo, nei rispettivi ruoli sia Andrea che Toni. E possiamo citare ancora, fra tanti, Tommaso Ragno, Tony Laudadio, Enrico Ianniello. E ancora il tutoraggio per il riconoscimento ministeriale alla Compagnia Rosso Tiziano formata da Francesco Saponaro, Peppino Mazzotta, Alfonso Postiglione, Fortunato Cerlino e vari altri artisti. Da un lato quindi abbiamo sempre avuto un’attenzione verso i giovani, ma anche verso il proporre in modalità inedite attori della tradizione napoletana e di un’altra generazione rispetto a noi, come Gigio Morra, Mario Scarpetta, Nello Mascia, Renato Carpentieri. Formare compagnie in cui coesistano proficuamente settantenni e ventenni è anche, dal punto di vista umano, un’esperienza forte.

Rasoi (Toni Servillo). Photo (c) Cesare Accetta
Rasoi (Toni Servillo). Photo (c) Cesare Accetta

Tornando agli inizi, nella scelta di spettacoli, di titoli, c’era il convergere sull’idea di uno o di un altro e tutto il resto nasceva da una condivisione?
Nel documento di fondazione erano indicate le linee legate ai tre registi; per Mario l’eredità contemporanea della tragedia greca; per Antonio lo spazio e il tempo del suo laboratorio con un nucleo definito di interpreti; per Toni, il lavoro sul tessuto poetico della lingua teatrale napoletana. Da queste indicazioni primarie sorsero incroci umani e artistici che la mostra testimonia attraverso l’individuazione, a posteriori, di alcuni percorsi sviluppatisi durante tre decenni. Percorsi dedicati non casualmente a figure come Thierry Salmon e Theo Anghelopoulos, Leo De Berardinis, Steve Lacy e Tadeusz Kantor, Alda Merini e Fabrizia Ramondino, Cesare Garboli. Agli inizi degli Anni Novanta l’attività cinematografica, sviluppata in completa autonomia artistica e produttiva, si innestò fecondamente sul tronco del nostro lavoro e inoltre sia Andrea Renzi che Licia Maglietta cominciarono a elaborare propri percorsi autonomi, dapprima insieme, come con Insulti al pubblico di Peter Handke, e poi da soli, con i successi di Delirio amoroso di Alda Merini, un’autrice che cominciava a essere conosciuta, o di Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard.

La grande notorietà arrivò con Rasoi. Com’è nato?
In maniera inattesa, nel maggio 1991 eravamo nel pieno della preparazione delle riprese di Morte di un matematico napoletano mentre il nostro principale allestimento teatrale era Dritto all’inferno di Antonio Neiwiller, dedicato a Pier Paolo Pasolini, per il festival di Volterra. Per tener fede a un impegno con l’Ente Teatrale Italiano dovevamo sostenere una tenitura di dieci giorni a Roma al Teatro Valle, ma senza risorse materiali per una nuova produzione. A Toni Servillo venne allora l’idea di presentare una rapsodia di testi di Enzo Moscato, per la maggior parte tratti dal precedente Partitura. Raccogliemmo l’adesione di alcuni straordinari attori napoletani, con una paga pressoché politica, soltanto per quelle repliche romane. Il clamoroso successo dello spettacolo diretto da Mario e Toni, con la presenza in scena dell’autore, ci rilanciò sulla scena internazionale, che avevamo smarrito dai tempi di Falso Movimento. E due anni dopo ne traemmo anche un film che uscì nelle sale cinematografiche.

Alcuni manifesti disegnati, come per esempio quello di Ha da passà ‘a nuttata di Leo De Berardinis, sono da artista, segno che avevate un’attenzione anche per la comunicazione visiva.
Non a caso abbiamo mosso i primi passi in una galleria d’arte e sono presenti in mostra, oltre a quelle già citate, opere di Mimmo Paladino, Antonio Biasiucci, Giancarlo Savino, Mimmo Jodice, Nunzio, Patrizio Esposito.

Riccardo II. Photo (c) Cesare Accetta
Riccardo II. Photo (c) Cesare Accetta

Ci sono pochissime foto di scena, elemento che invece ci si aspetterebbe prevalente.
La filosofia di fondo della mostra è quella di presentare il più possibile i materiali reali, abbiamo quindi usato soprattutto pezzi di archivio esistenti, fotografie vissute, quelle che un tempo si disponevano nei foyer dei teatri, un’abitudine che si sta perdendo, con visibili i segni delle puntine. Nelle teche esponiamo anche appunti e lettere manoscritte, autentici ritagli di giornali d’epoca piuttosto che fotocopie ingrandite e plastificate. La dimensione precipua della mostra, di cui peraltro il percorso espositivo nella Sala Dorica di Palazzo Reale costituisce solo il primo movimento, è quella di un organismo vivente che può modificarsi, con didascalie scritte a mano (d’artista) su post-it colorati e indicazioni disegnate con gessetti bianchi su sfondo nero, oltre al variare delle temperature luminose e sonore a cura di Pasquale Mari e Daghi Rondanini. Come durante le diverse repliche di un’opera teatrale, qualcosa può cambiare anche nella relazione con i soggetti. La recente tragica scomparsa di Salvatore Cantalupo modifica inevitabilmente la percezione delle sue presenze sulle pareti della sala.

Volendo fare un bilancio personale, quali sono state le tue maggiori soddisfazioni in questa lunga avventura artistica?
Soprattutto l’avere realizzato a Napoli dei film in assoluta autonomia artistica e produttiva.
I risultati più interessanti e peculiari sono quelli di opere filmiche germogliate da un seme teatrale, come Teatro di guerra di Mario Martone, un film nato dallo spettacolo I sette contro Tebe e in grado di descrivere l’inimmaginabile traiettoria dai Quartieri spagnoli di Napoli al Festival di Cannes. O l’aver riportato il teatro su Raiuno di domenica pomeriggio, con Paolo Sorrentino a riprendere in diretta Toni e Peppe Servillo ne Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, senza perdere punti di share. Fino al più recente Il teatro al lavoro di Massimiliano Pacifico con cui siamo alla Mostra del Cinema di Venezia e poi auspicabilmente in sala.

Giuseppe Distefano

www.teatriuniti.it

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).