Tax Credit per il teatro. Benefici e rischi

Pare che l’introduzione di agevolazioni indirette rivolte all’ambito teatrale sia alle porte. Un’ottima iniziativa, purché non si riveli una replica di quelle destinate al cinema.

Macbeth di Giuseppe Verdi con la regia di Emma Dante. Teatro Massimo, Palermo 2017
Macbeth di Giuseppe Verdi con la regia di Emma Dante. Teatro Massimo, Palermo 2017

Voci di corridoio, come si diceva un tempo, affermano che è sempre più vicino il varo di una legge recante disposizioni in merito alle agevolazioni fiscali indirette per il settore del teatro: in pratica un Tax Credit.
Salutiamo con gioia questa possibilità che estende dei privilegi allo stato attuale forniti all’industria cinematografica (e audiovisiva in generale) a tutto il comparto dello spettacolo dal vivo, ma c’è un ma.
Già, perché in Italia, che ci piaccia o meno, i “ma” sono sempre dietro gli “urrà”.
Il timore in questione è un timore fondato, e riguarda la possibilità che questo tipo di misura venga pedissequamente trasportata dal cinema al teatro. Ciò porterebbe a una cattiva allocazione della spesa pubblica, perché evidentemente il settore audiovisivo e quello dello spettacolo hanno delle caratteristiche differenti, e non da poco.

Una troupe cinematografica che deve girare parte di un film in esterna per un lungo periodo ha sicuramente un impatto maggiore rispetto a quello che può avere una compagnia teatrale in tournée“.

Prima tra tutte il volume di affari: il comparto cinematografico richiede un volume di capitali notevolmente più elevato rispetto a quello della maggior parte degli spettacoli “teatrali”. Certo, le produzioni del Teatro Musicale hanno una struttura dei costi molto più elevata e, infatti, una delle prime considerazioni da portare avanti, nell’avanzare una manovra fiscale di questo tipo, è proprio la necessità di veicoli differenziati in base al genere.
Ma c’è una cosa che più di tutte differenzia lo spettacolo dal vivo dall’audiovisivo: gli artisti.
Sì, perché come si dice nei corsi di economia (anche se ciò è solo in parte vero), la struttura dei costi di un prodotto cinematografico è estremamente elevata per la realizzazione dell’opera, ma pari a zero per la sua riproduzione. Di certo, anche se ci sono dei costi aggiuntivi, fare una copia di un film prodotto è un costo infinitesimale rispetto alla realizzazione di un film. Questo però non è altrettanto vero per il teatro (e men che meno per l’opera): una volta sostenuti i costi di produzione di uno spettacolo, il costo da sostenere per gli artisti non diminuisce, cresce (se si tiene conto dei trasporti, del vitto, dell’alloggio e del pagamento degli attori).
Proprio collegate a queste spese c’è, infine, la questione dell’impatto territoriale: una troupe cinematografica che deve girare parte di un film in esterna per un lungo periodo ha sicuramente un impatto maggiore rispetto a quello che può avere una compagnia teatrale in tournée. Se vogliamo pensare soltanto al comparto ricettivo, una troupe cinematografica conta in genere molti più professionisti coinvolti, e ciò si traduce in incassi per le strutture ricettive (spesso, durante stagioni a minor affluenza turistica), che a loro volta si traducono in minori debiti nei confronti dell’erario.

STATO, CULTURA E CITTADINI

Se vogliamo che una manovra di incentivi fiscali funzioni per il settore dello spettacolo, è necessario anche comprendere come da questa manovra derivi un gettito fiscale che riduca il più possibile il “costo” che i cittadini dovranno poi affrontare.
Non basta dichiarare che la cultura va finanziata: la frase esatta è che la cultura va finanziata senza gravare ingiustamente sui cittadini.
Sarebbe ancora più corretto sostenere che la produzione e la distribuzione di cultura vanno stimolate, in quanto dalla loro crescita dipende un aumento della ricchezza aggregata, che a sua volta ha effetti positivi anche sull’erario.
Altrimenti è ancora lo Stato che aiuta la Cultura a discapito di qualcos’altro. E una visione del genere non solo sarebbe iniqua, ma andrebbe contro ogni valore di cui la Cultura si fa portavoce.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.