Le tante Carmen guerriere di Monica Casadei

La nuova creazione di Artemis Danza si muove sul doppio binario musicale che unisce la “Carmen Suite” di Ščedrin con arie dell’opera di Bizet, reinterpretate liberamente da giovani deejay legati al Robot Festival, in scena con i danzatori. Coreografia arricchita da proiezioni fotografiche, installazioni dei ceramisti Carlo Pastore ed Elisabetta Bovina e sculture di Brunivo Buttarelli.

Artemis Danza, Carmen K - photo Franco Saccò
Artemis Danza, Carmen K - photo Franco Saccò

CARMEN, DONNA RIVOLUZIONARIA
Non poteva mancare l’eroina di Mérimée nel catalogo di figure femminili del mondo del melodramma che la coreografa Monica Casadei, per la sua compagnia Artemis Danza, va collezionando in questi ultimi anni col progetto Corpo d’opera. Dopo Traviata e Tosca, ecco Carmen K (Kimera), a cui aggiunge nel titolo una K, segno di donna rivoluzionaria, politicamente scorretta, icona contemporanea di libertà, di forza e di coraggio. Il coraggio, anche, di pagare la libertà di amare e di esistere, andando consapevolmente incontro alla morte. Dunque una Carmen guerriera, selvaggia, istintiva, in lotta contro un mondo di uomini che la vorrebbe assoggettata, vittima sacrificale dell’amore. Ma in questa Carmen K – commissionata dal Teatro Comunale di Bologna – a spiazzare, in termini di concezione e realizzazione coreografica, è l’ingegnosa contaminazione di linguaggi che Casadei ha operato nelle due parti dello spettacolo.

ROSE E FISICITÀ
Nella prima affida la scena a quattro giovanissimi dj, e al compositore Luca Vianni, che, dal vivo, remixano alcune arie della partitura di Bizet, ognuno con una propria rielaborazione sonora. Cinque differenti quadri di cinque minuti dentro i quali, visivamente, intervengono due installazioni-crisalidi, proiezioni fotografiche di fiori dai colori acidi, e di disegni di cuori pulsanti, e cuori di ceramica tenuti da una schiera di danzatori mentre avanzano e indietreggiano al ritmo cardiaco.
In questa prima parte si entra nell’intimità di Carmen e nella sua intensa fisicità, con degli assoli che ne restituiscono la dimensione di solitudine: dalla protagonista in pelliccia verde seduta in proscenio, di cui è messo in luce l’addome, mosso seguendo la partitura musicale, poi accompagnata da altre sue epigone più spagnoleggianti in fila accanto a lei, mentre dietro danzano a turno gli uomini; alla Carmen immersa in un biancore di teli sospesi, con il maschio che la ricopre di rose da tenere in equilibrio sulle braccia e sulla testa.
E sono le rose il marchio distintivo che tutti indossano: gli uomini nella parte bassa e le donne sul seno. Perché sono tutti Carmen e Don José nella seconda parte, spettacolo a sé che, sulla musiche della Carmen suite di Ščedrin, recupera la storia della sigaraia di Siviglia, con un furore e un vortice di azioni dai movimenti taglienti.

Artemis Danza, Carmen K - photo Franco Saccò
Artemis Danza, Carmen K – photo Franco Saccò

L’UOMO, UN MOSTRO
Più che mai spavalda, in apertura Carmen posa frontalmente, con un braccio sui fianchi e l’altro allungato, e con le dita della mano che, ruotando, fanno avanzare e inginocchiare silenziosamente, uno alla volta, tutti gli uomini, figure di penitenti che sembrano voler chiedere perdono per la malvagità usata nei suoi confronti. La stessa scena chiuderà lo spettacolo, a dirci che, nonostante il ravvedimento del maschio, la storia si ripeterà. La lettura che ne dà la coreografa fa dell’uomo un mostro, un essere malato che, dietro sembianze gentili e buone, nasconde una parte malvagia e pericolosa.
Casadei affida il ruolo di Don Josè a un danzatore di bell’aspetto, dal viso d’angelo, che pian piano, per la crescente gelosia, si deforma e abbrutisce, trasformandosi in una sorta di gobbo di Notre Dame. Dentro un’arena di luce rossa, la danza che si agita nelle diverse sequenze è prorompente, sempre corale, sensuale, con gesti da toreri, passerelle di virilità, seduzioni e inseguimenti, salti da terra e sulle spalle, grovigli di mani e di corpi, baci prolungati. Un ritmo travolgente che si spegne nella silenziosa corsa circolare di una Carmen nuda, un’amazzone libera di vivere.

Giuseppe Distefano

www.comunalebologna.it

 

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).