50 anni di Exile on Main Street. L’unico doppio album dei Rolling Stones

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Usciva il 12 maggio del 1972 “Exile on Main Street”, un album, l’unico doppio realizzato in studio dai Rolling Stones, che, pur essendo fra i primi esempi di hard rock, è anche saldamente radicato nella tradizione del rock ‘n‘ roll e nel blues

Tramontati gli Anni Sessanta, il mondo della contestazione e della cultura si divise fra coloro che si radicalizzarono e coloro che preferirono un approccio più pragmatico. I Rolling Stones, sulla scena da ormai dieci anni, riuscirono invece a realizzare un album al di sopra delle etichette. Anche se l’avventura nacque da una motivazione abbastanza prosaica: non esattamente entusiasti di lasciare alle casse del fisco britannico una sostanziosa percentuale dei loro guadagni annuali, Jagger e colleghi decisero di trasferirsi in Francia; il denaro “che move il sole e l’altre stelle” può anche far venire la vocazione al turismo. Un anno più tardi, sul denaro, i Pink Floyd avrebbero messo in musica una assai caustica riflessione.

La copertina di Exile on Main Street (1972) dei Rolling Stones
La copertina di Exile on Main Street (1972) dei Rolling Stones

L’ALBUM EXILE ON MAIN STREET

Ma intanto, nelle cantine di Nellcôte, la villa nella baia di Villefranche affittata da Keith Richards, gli Stones trovarono la situazione ideale per registrare un album rude e virile, che unisce stili musicali differenti come rock ‘n‘ roll, blues, country e gospel, e con un sottofondo sonoro di particolare potenza espressiva, pioniere dell’hard rock. Un album che guarda a sud, quello della Francia dove è stato registrato, e quello degli Stati Uniti a cui rende esplicito omaggio, con le sue atmosfere oscure e assolate insieme.
L’album è un viaggio geografico e un viaggio interiore, e in molti dei brani emerge quell’atmosfera pigra e zingaresca tipica delle estati della Francia meridionale, fra la Provenza e la Camargue, quest’ultima non troppo diversa dalle pianure del Mississippi dove vagabondava Robert Johnson, leggendario bluesman “maledetto” molto apprezzato dagli Stones, in particolare da Keith Richards; l’album lo omaggia con la cover di Stop Breaking Down, un blues sulle relazioni dissolute; in questa versione, l’armonica di Jagger e la slide di Mick Taylor aggiungono un tocco di eccitata solarità. A dare personalità a Exile on Main Street, anche un brano di strettissima attualità: Sweet Black Angel, dedicato all’attivista delle Black Panthers Angela Davis, all’epoca detenuta negli Stati Uniti per sospetto terrorismo, a causa del suo presunto coinvolgimento nel sequestro e nell’omicidio del giudice Harold Haley, avvenuto il 7 agosto 1970. Il 4 giugno 1972, poche settimane dopo l’uscita dell’album, Davis risulterà innocente e verrà assolta con formula piena.
La filosofia dell’album, così come degli Stones in senso lato, emerge da brani come Tumbling dice, Happy, Rip this joint, Loving cup, Shine a light, dove scorre una vita fatta di avventure fra donne e denaro, rischio e pericolo, libertà e anarchia, poesia e violenza, edonismo, eroina, sesso, e il dolceamaro scorrere del tempo con lo struggente senso di nostalgia che lo accompagna. Un album dissoluto e intellettuale insieme, che si muove su immaginarie pianure desolate, polveroso come un romanzo di Faulkner e altrettanto sperimentale nei suoi “salti temporali” e d’atmosfera.

LA COVER IN BIANCO E NERO OMAGGIA ROBERT FRANK

Anche grazie a quell’inusuale quanto enigmatica copertina, l’album doveva mostrare gli Stones alla stregua di “fuorilegge in fuga che usano il blues come arma contro il mondo”, come dichiarò all’epoca Mick Jagger. Ma a un più profondo livello di lettura, l’esilio del titolo non è soltanto quello degli Stones, che hanno lasciato l’Inghilterra in polemica con l’aggressiva politica fiscale di Edward Heath; l’esilio è anche quello, ben più drammatico, degli emarginati, dei poveri, dei “diversi”, guardati con degnazione, quando non con sospetto. Infatti, la splendida copertina in bianco e nero omaggia Robert Frank con la rielaborazione di Tattoo Parlor, un collage fotografico realizzato nel 1958 fra l’Hubert’s Museum e il Flea Circus, a New York. Vi appaiono contorsionisti, bizzarri artisti del circo, “curiosità umane” e persone deformi, considerati semplici “fenomeni da baraccone”. In fondo, all’inizio della loro carriera, anche gli Stones erano stati percepiti alla stregua di un fenomeno curioso e temporaneo. Le cose sarebbero andate diversamente. All’interno dell’album, ci sono citazioni dal reportage fotografico The Americans, realizzato da Frank fra il 1955 e il 1956. Per ideale estensione, la Main Street del titolo diventa la leggendaria Route 66 o la Highway 61, nota anche come l’Autostrada del Blues, sfondo per migliaia di storie piccole e grandi.
In quest’ottica, Exile on Main Street è un album da ascoltare così come si leggerebbe un classico romanzo americano, perché i testi dei 18 brani costituiscono una narrazione appassionata di uno stile di vita fatto di grandi spazi, sole cocente ed ebbrezza dell’ignoto.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.