La miglior musica del 2017. I 10 live e dischi dell’anno

Ecco la classifica dei dieci top sonori dell’anno secondo la nostra redazione musicale: 5 live, 8 dischi tra hip hop ed elettronica, con un discorso ex aequo per il jazz. Dai concerti alle OGR di Torino all’ultimo lavoro di Arca, una lunga stagione si è conclusa e la ripercorriamo per voi.

1. L’ELETTROPOP QUASI QUARANTENNALE DEI DEPECHE MODE

Depeche Mode, Global Spirit Tour, PalaAlpitour, Torino 2017. Photo Claudia Giraud

Ogni concerto dei Depeche Mode è un evento a cui vale sempre la pena essere. Li abbiamo visti nuovamente al PalaAlpitour di Torino, a distanza di quattro anni dal tour legato all’album Delta Machine, ma l’energia e la consueta teatralità del frontman Dave Gahan sono rimaste intatte, così come la scaletta del concerto: una disamina di tutta la carriera quasi quarantennale della band originaria di Basildon, nell’Inghilterra sud orientale. Con un concentrato di brani tratti da Ultra del 1997 ‒ l’album della rinascita del gruppo, dopo l’uscita di Gahan dal tunnel della droga ‒, con pezzi come It’s No Good, Barrel of a Gun, Useless, Insight e Home, tutti singoli di successo. La vera sorpresa, però, non sono stati i brani del nuovo disco, Spirit ‒ solo tre e trascurabili, fatta eccezione per i visual di Where’s the revolution dagli echi pinkfloydiani e le pose alla Freddie Mercury del cantante ‒, quanto piuttosto la performance di Martin Gore, l’autore delle musiche e di quasi tutti i testi della band. Incantevole la sua versione acustica del primo singolo tratto da Music for the Masses del 1987, Strangelove, privata del tutto del ritmo dei sintetizzatori.

2. I KRAFTWERK E LA RINASCITA DELLE OGR DI TORINO

Kraftwerk 3D. The Catalogue 1 2 3 4 5 6 7 8. OGR, Torino 2017. Photo Daniele Baldi

Il 2017 è stato l’anno della rinascita delle OGR di Torino che, oltre alle arti visive, hanno messo in campo una programmazione musicale senza precedenti: dai nomi monstre come Giorgio Moroder e Chemical Brothers ad altri di sicuro richiamo e solido background come i Marlene Kuntz. Sfiorato, invece, il tutto esaurito per i Kraftwerk che hanno dato il meglio di se stessi negli otto concerti in 3D degli otto album di The Catalogue – con la presentazione di due dischi a serata ‒, debutto esclusivo italiano della band electro-pop di Düsseldorf nell’ambito di Club To Club. Forse un’esibizione po’ troppo sbilanciata sulla riproposizione di tutti i classici del gruppo, da Robots a Autobahn, passando per Trans-Europe Express e The Model, in misura molto maggiore rispetto al singolo disco protagonista della serata, e sempre nello stesso ordine di scaletta, così da risultare otto concerti di fila un po’ tutti uguali: per quattro sere consecutive sicuramente indimenticabili.

3. PJ HARVEY E LA SUA MARCHING BAND

PJ Harvey. Photo Maria Mochnacz

Tutto esaurito, invece, allo Spazio 211 di Torino per il live di PJ Harvey, tornata in Italia dopo le due date autunnali dello scorso anno, e dopo il successo dell’ultimo album The Hope Six Demolition Project, pubblicato nel 2016 da Island Records (Universal Music). Anche qui, nell’ambito del ToDays Festival, il live della rockeuse britannica ha proposto un’autentica “marching” band di 9 elementi, tra i quali John Parish e Mick Harvey ex The Bad Seeds di Nick Cave, e gli italiani Alessandro “Asso” Stefana e Enrico Gabrielli dei Calibro 35. Ma la dimensione festivaliera, oltre a un’acustica perfetta nonostante gli spazi aperti, ha dato quella carica emozionale in più che non si era sentita durante il live all’Alcatraz di Milano.

4. I GREATEST HITS LIVE DEGLI EINSTÜRZENDE NEUBAUTEN

Einstürzende Neubauten. Photo Guido van Nispen

Dopo il successo di Lament, concerto/rock opera dedicata alla Prima Guerra Mondiale che si è tenuto nel 2014 all’Auditorium RAI, gli Einstürzende Neubauten ‒ gruppo industrial tedesco formatosi nel 1980 a Berlino ‒ sono tornati nei pressi di Torino, nell’ambito del Flowers Festival di Collegno. E lo hanno fatto esibendosi in un Greatest Hits, uno show basato su canzoni che questa formazione della band ha suonato centinaia di volte dal vivo negli ultimi 35 anni. Non certo dei singoli radiofonici capaci di scalare una classifica, ma, come ha spiegato il leader Blixa Bargeld in un’intervista a La Stampa, brani che hanno “colpito (“hit”) la gente in faccia ogni volta

5. IL DEBUTTO ALLA SCALA DI SALVATORE SCIARRINO

Salvatore Sciarrino. Photo Matthias Baus

Uno si chiede che (e se) ne sarà, tra cinquant’anni. Se Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino ‒ debutto alla Scala di Milano il 14 novembre ‒, entrerà nel repertorio della grande opera italiana, sfonderà, per dirlo con Lydia Goehr, le porte del museo immaginario delle opere musicali. Domande forse oziose, ma che vengono quasi alimentate dai 110 minuti di perfezione formale dell’opera. Le risposte arriveranno, intanto ci godiamo le lamentele del tradizionale pubblico della Scala che, archiviata la prima, arriva puntuale a mormorare i propri ostracismi a partire dalla seconda replica. Non la cosa più bella, ma la cosa più importante vista quest’anno.

6. I DISCHI HIP HOP/RAP

Kendrick Lamar Damn. Photo Rena3xdxd

Dodici mesi convulsi che hanno lasciato più d’un segno sul corpo sempre più segnato della musica e dei suoni. La semeiotica fallisce come sempre, ma noi ci proviamo. Chiari i sintomi di schizofrenia che provengono dall’hip-hop. Tyler, The Creator li manifesta sin dal paratesto di un disco decisamente esagerato. Flower Boy/Scum Fuck Flower Boy (Columbia) ha due titoli, due copertine e decine di personalità che spuntano in 50 minuti di musica. Più compatto Big Fish Theory (Def Jam) di Vince Staples, ma altrettanto scisso tra conscious rap ed elettronica, mentre Kendrick Lamar sembra aver trovato una temporanea pace dell’anima in DAMN (Interscope). Da tenere d’occhio, dipendenze permettendo, Bedwetter: imperdibile il suo mixtape Flick Your Tongue Against Your Teeth and Describe the Present.

7. MUSICA ELETTRONICA E JAZZ

Jlin, Black Origami (2017)

Convulsioni post-autechre per quanto riguarda l’elettronica. Black Origami (Planet Mu) di Jlin potrà anche non piacere e risultare indigesto, ma esprime come meglio non si potrebbe in che modo si sta riorganizzando la comunità di chi fa musica con i computer. Anno decisamente buono per l’elettronica sine ritmo: si può iniziare con Modern Methods For Ancient Rituals (Mego) di The Trascendent Orchestra e da lì unire i puntini. Notizie più rasserenanti arrivano dal jazz, con le splendide conferme di Vijay Iyer, Steve Coleman, Roscoe Mitchell, The Necks, Bill Frisell & Thomas Morgan: i primi tre approssimandosi, con formazioni più o meno robuste, ai confini della musica da camera, gli ultimi tre perfezionando la formula di un jazz minimale e dritto al punto.

8. VINCE STAPLES – BIG FISH THEORY

Vince Staples, Big Fish Theory (2017)

I’m on a new level, I am too cultured and too ghetto”. Vince Staples usa SAMO e Basquiat per ricordarci chi è, da dove viene e l’importanza della street culture. Il ragazzo è giovane, sveglio e intelligente e confeziona un album clamoroso: Big Fish Theory strizza l’occhio al suono di Detroit – che col rap c’entra poco ‒, vanta featuring e produzioni importanti (Kendric Lamar, Flume, Damon Albarn, Asap Rocky), è palestra di talenti (a proposito, segnatevi Zack Sekoff) e, in un certo qual modo, ripercorre la strada aperta da Kanye West con Yeezus, ma in versione smart. Un album di contraddizioni che suonano benissimo: cupo e arioso, commerciale e ricercato, cafone e artistico, ammicca a Burial e sogna Basquiat.

9. ARCA – ARCA

Arca, Arca (2017)

Un sogno a occhi aperti. Un incubo lynchiano. Catarsi e metamorfosi. Perché non si può definire album l’ultimo incredibile lavoro di Alejandro Ghersi, in arte Arca. In arte, perché Arca è un pezzo da museo, un’installazione audio-sonora da Biennale o Kassel. Il suo è un non-genere, perché è un universo a sé che esplora mondi lontani: ambient ed elettronica in uno scenario d’avanguardia, una litania viscerale e armonica. Arca è un lavoro bellissimo e violento, voyeuristico e disorientante. Non c’è pace nel suono di Arca e non c’è salvezza nelle onde del suo infinito collasso. Fatevi venire la pelle d’oca a ogni ascolto e, come in un film di David Lynch, non chiedetevi perché.

10. KING KRULE – THE OOZ

The OOZ (2017)

Solo Archy Marshall aka King Krule riesce a fare quello che fa. Le sue canzoni, che mischiano jazz, punk, soul, post rock sono al contempo un richiamo a Tom Waits e all’epica urbana, in cui Archy è nato e cresciuto. The Ooz si apre con Biscuit Town: “I’m red and wired but he shipped on KA soda / Fuck, that’s coca-cola /As TV sports the Olympic Ebola”, una metrica da rap su una base fusion jazz: questo è The Ooz, tutto e niente, esattamente come King Krule, personaggio multiforme e camaleontico. E il suo è un album ruvido, ma incredibilmente caldo e vivo, acceso, come il rosso fuoco dei suoi capelli.

Claudia Giraud, Vincenzo Santarcangelo e Paolo Marella

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Autori Kraftwerk, Salvatore Sciarrino
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