Gagalogy. La lady del pop

Fenomeno Gaga. Un frullato di musica, moda, teatro, cinema, pubblicità. E moltissima arte. La reginetta delle scene mediatiche cambia volto alla velocità della luce, fra travestitismo e ossessione performativa. Accanto a lei stilisti di grido, da McQueen a Mugler. Ma anche grandi nomi dell’art system internazionale: Vezzoli in primis, che domande! Storia di una 25enne vulcanica che conquistò il mondo a forza di canzonette e trasgressioni fashion. Attenzione, articolo ad altissimo contenuto di videoclip.

75. Mostra del Cinema di Venezia, Lady Gaga, A Star is Born, red carpet. Ph. Irene Fanizza
75. Mostra del Cinema di Venezia, Lady Gaga, A Star is Born, red carpet. Ph. Irene Fanizza

È la regina indiscussa della dance-pop degli anni ‘10. Forse la prima, papabile erede dell’immensa Madonna. Lady Gaga ha il physique du rôle della star contemporanea, a prova di anni e di mode. Non troppo bella, non troppo brava, dotata di quel certo nonsoché che fa la differenza. Proprio come Miss Ciccone. Sguardo tosto, fisico asciutto, erotismo impertinente, attitudine androide, eccentricità a gogo e un’insana passione per gli innesti tra carne, plastica e make up.
La signorina Stefani Joanne Angelina Germanotta, classe ’86, è una che conosce l’arte del saccheggio e del camouflage: succhiando come una spugna, mixa stili e linguaggi senza altro criterio se non l’amore per l’eccesso. Stra-fare, sempre e comunque.

Ma, a ben guardare, è tutto un fatto di look e di fiction. Super-Gaga non è una di quelle giovani bad girl della musica, troppe volte immortalate nella miseria dell’ultima notte di spasso e tragedia. Come l’ex enfant prodige Britney Spears, stritolata dal successo precoce e annichilita dai cocktail di alcol e coca; o come la tormentata Amy Winehouse, icona ribelle del rock al femminile, spolpata viva da anoressia, crack e amori maledetti.
Lei no, non la si coglie mai in fallo: trucco perfetto, abiti impeccabili, lucida, cattiva, tagliente, scintillante. Sempre. Come se vivesse dentro il perimetro irreale di una cover. Un simulacro in carne e ossa.

Eppure, resta lei la provocatrice per eccellenza. Avversa a ogni regola borghese, “mother monster” impazza su Mtv, blog e social network, allevando nidiate di mostriaciattoli, figli di quella stessa borghesia fintamente minacciata nei principi e nella forme. Tutta scena. Lady Gaga non fa paura a nessuno. Con quelle canzonette allegre dai testi appena birichini, con quei video impregnati di ingenui simbolismi anti-sistema, erotismo televisivo e buonismo new age, l’energica Stefani gioca un gioco fin troppo pulito.
E a sdoganarla, come se non bastasse, ci pensano pure le alte sfere della moda e dell’arte contemporanea. Se dell’una è una consumatrice bulimica, incastrata fra pratiche multidentitarie e convulse oscillazioni del look, dell’altra si nutre con discreta voracità.

Con Francesco Vezzoli, il 14 novembre 2009, la Germanotta ha dato vita a una performance suggestiva in onore del 30esimo anniversario del MoCA di Los Angeles. Un giro di valzer annunciato, quello tra la siculo-americana e il bresciano, ossessivo collezionista di dive. La coppia si è esibita in mezzo ai ballerini del Bolshoi Ballet: mentre lei intonava un’intensa Speachless, davanti a un pianoforte rosa ricoperto di farfalle blu, lui ricamava indefesso, in un castigatissimo total black. Costumi di scena firmati Miuccia Prada, mentre il futuristico cappello di Gaga usciva dall’estro di Frank Gehry. In grande stile anche il trailer, diretto da Jonas Akerlund.

Lo show con Vezzoli per il MoCA

Nel 2010 fu la volta del completino di carne indossato agli Mtv Music Video Awards. Carne nel senso di bistecche, materia prima di abito e accessori. Una roba piuttosto disgustosa, che mandò su tutte le furie gli animalisti e che lei giustificò con frasi dal tono politically correct del tipo: “Se non combattiamo per i nostri diritti ne avremo meno di un pezzo di carne. E io non sono un semplice pezzo di carne”. Una sua foto con un succinto outfit da macelleria finì anche sulla copertina di Vogue Hommes Giappone. A scattarla fu, manco a dirlo, l’eccessivo Terry Richardson. Agli attenti art lover non sfuggì però l’origine colta della provocatoria mise: trattavasi di una citazione di Jana Sterbak, body artista emersa in piena temperie post-human, che nel 1991 creò scandalo alla National Gallery del Canada per via del suo Vanitas: Flesh Dress for an Albino Anorectic, indossato e poi lasciato marcire tra le sale del museo.

Un anno dopo, ecco Gaga alle prese con l’estetica japan, minimale e aliena di Mariko Mori. Alla cerimonia per i 53esimi Grammy Awards arrivò a bordo di una lettiga, novella Cleopatra della Via Lattea racchiusa in una navicella-cocoon. Il bozzolo, incubatore simbolico per la sua anima mutoide, era quasi identico a quel Wave Ufo che la Mori, in un mix di spiritualismo dell’Est e overdose tecnologica occidentale, aveva presentato nel 2005 alla Biennale di Venezia.
Tornando al 2010, ecco un’altra collaborazione doc. Lady Gaga e Terence Koh, affermato artista canadese di origini cinesi, sensibile a estetiche e tematiche punk, omosex e porno in salsa concettuale, si sono esibiti in un club di Tokyo, accompagnati da un pianoforte progettato su misura. Koh, per intenderci, è uno che ha placcato d’oro le sue feci e le ha vendute per 500mila dollari. Uno che con l’eccesso ci va a nozze. Pare infatti che con Gaga sia stato subito amore. I due compaiono anche nel video 88 pearls, intenti a contare delle perle dentro una ciotola, mentre lei indossa un costume ispirato a una scultura di lui.

Lady-Gaga-protesi

E se Vezzoli e Koh ci sono riusciti, c’è chi brama di poter coinvolgere l’ambita Lady in un proprio progetto. Uno di questi è Spencer Tunick, che l’aveva invitata a partecipare alla sua grande adunata “nudista” davanti al Teatro dell’Opera di Sydney. Se lo immaginava già, quel corpicino esile e tonico, in mezzo alle altre centinaia di corpi qualunque. Pare però che Gaga abbia cortesemente declinato l’invito. Ed era più che ovvio: confondersi con la massa anonima? Roba che non s’addice a una primadonna come lei.
E come non citare, infine, la mitologica Orlan, sacerdotessa di modificazioni corporee a colpi di chirurgia plastica? Da lei la spericolata ragazza avrebbe recentemente tratto ispirazione, presentandosi con degli spigolosi innesti facciali sottocutanei, assai simili a quelli dell’artista francese. Ma la domanda è: “ci è o ci fa”? Il sospetto è che ci sia il trucco: una perturbazione fisionomica temporanea e posticcia, magari con protesi intercambiabili da abbinare di volta in volta al look della serata.

In ogni caso, a forza di fare incetta d’arte contemporanea e di frequentare stilisti pazzeschi – la sua prima esperienza da modella è di poche settimane fa, con Terry Mugler che l’ha voluta in passerella – Wonder Gaga, già direttore creativo di Polaroid, ha trovato lavoro pure come giornalista: è lei la nuova esperta d’arte e moda ingaggiata da V Magazine. Immancabile la manovra di marketing, che affida l’illustrazione della sua nuova rubrichetta a un concorso per i fan più creativi. Milioni di fan, pazzi di lei. Perché, alla faccia degli intellettuali che storcono il naso e dei bigotti che si scompongono, Gaga vince premi, calamita folle, ingolfa le pagine della stampa e si fa pure corteggiare dall’artworld che conta. E tutto questo essendo se stessa, ovvero niente di particolare: una sfilza di maschere senza volto, per muoversi con scioltezza fra i comandi del grande tritacarne mediatico.

Lady Gaga e Madonna, amiche-nemiche

Il video di Born This Way, apripista dell’omonimo album atteso per il 23 maggio, inizia con un lungo preludio onirico, visione utopica che preannuncia la genesi di un mondo libero e privo di pregiudizi. Conturbante cosmogonia dark-freak, imbevuta di fantascientifiche visioni postumane. Nulla di nuovo. A parte il fatto che questo dovrebbe essere un videoclip, e che però assomiglia a qualcos’altro. Ma a cosa? Divertissement cinematografico? Videoarte? Bieco diletto per ragazzini? Gaga, a colpi di talento e ruffianeria, tesse la trama del suo bad romance, strapazzando le categorie per risputarle in forma di irresistibile blob. Cibo per le masse, ma non solo. Dopo la morte di Re Jackson e la sopraggiunta fiacca di una Madonna ormai cinquantenne, il pop si incarna in questa esacerbazione patinata di una postmodernità che non smette di finire, e che finendo continua a eccedersi, tra collassi ed exploit.
Non ci resta che attendere la prossima mossa della warholiana Lady. Magari salta fuori un’altra eccellente liaison performativa. Con uno come Matthew Barney, per esempio. Eresia? No, è la storia infinita della società dello spettacolo. Allegra, irriverente e spietata deriva circense: venghino signori, venghino…

Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.