Esce la serie “The Testaments” che si propone come sequel di “The Handmaid’s Tale”
Identità, potere e formazione nel cuore della distopia contemporanea. È disponibile su Disney+ la serie adattata dal romanzo di Margaret Atwood
Con The Testaments, adattamento televisivo del romanzo di Margaret Atwood, autrice che da decenni indaga le derive del potere e le fragilità delle democrazie, l’universo distopico inaugurato da The Handmaid’s Tale (tradotto in italiano con “Il racconto dell’ancella”) si espande e si trasforma, scegliendo di raccontare Gilead, lo stato totalitario immaginario al centro della storia, da una prospettiva radicalmente diversa: quella di chi non ha mai conosciuto un’alternativa.
Nel sequel di “The Handmaid’s Tale” le protagoniste sono adolescenti
Se la serie madre era costruita attorno al trauma della perdita della libertà, The Testaments lavora invece sull’assenza di memoria. Le sue protagoniste sono adolescenti cresciute interamente all’interno del regime, per le quali le strutture oppressive non rappresentano un’anomalia, ma la normalità. È proprio in questa condizione che si sviluppa uno dei nuclei più interessanti della narrazione: il momento in cui la coscienza critica inizia a emergere, incrinando ciò che fino a quel momento era stato accettato senza interrogativi.
La responsabilità narrativa di “The Testaments”
Dalle dichiarazioni del cast emerge una consapevolezza precisa: il progetto porta con sé un’eredità culturale e politica ingombrante, ma anche una responsabilità narrativa. Le attrici sottolineano l’importanza di costruire personaggi credibili in un mondo privo di riferimenti culturali contemporanei, dove persino i modelli comportamentali devono essere reinventati da zero. Recitare in Gilead significa, in questo senso, sottrarsi a ogni automatismo e immaginare un’identità formata esclusivamente all’interno del sistema.

“The Testaments”: una storia tra desiderio e rivalità
Il risultato è una narrazione che oscilla costantemente tra due poli: da un lato l’oscurità del contesto, dall’altro la vitalità dell’esperienza adolescenziale. Amicizia, desiderio, rivalità, scoperta del corpo e della propria identità attraversano la serie come elementi universali, capaci di esistere anche in un ambiente rigidamente controllato. È proprio questa coesistenza tra oppressione e quotidianità a generare una tensione narrativa efficace, che evita la monocromia distopica per aprirsi a sfumature inattese.
Il ritorno di personaggi e attori in “The Testaments”
In questo quadro, il ritorno di Zia Lydia, interpretata da Ann Dowd, assume un valore centrale. Il personaggio si conferma come una figura profondamente ambigua, guidata da un istinto di sopravvivenza che si intreccia a un sentimento autentico (seppur problematico) di protezione verso le ragazze. La sua evoluzione segna un punto di continuità con la serie originale, ma anche una rielaborazione del suo ruolo all’interno del sistema.
Non meno rilevante è il contributo di Elisabeth Moss, qui anche in veste di produttrice. La sua presenza garantisce coerenza e profondità all’intero progetto, fungendo da ponte tra le due serie e assicurando che il nuovo racconto resti ancorato alle radici tematiche dell’opera di Atwood. Ma è forse nella rappresentazione della “girlhood” che The Testaments trova la sua dimensione più contemporanea. La serie suggerisce che anche nei contesti più oppressivi esistono spazi di relazione e di costruzione identitaria, e che proprio da questi spazi può nascere una forma di resistenza. Non una ribellione immediata e spettacolare, ma un processo lento, fatto di consapevolezza, alleanze e piccoli scarti rispetto alla norma.

Con “The Testaments” immaginiamo un futuro migliore?
In questo senso, The Testaments non è soltanto un seguito, ma un cambio di paradigma: dalla testimonianza della violenza subita alla possibilità di immaginare un futuro diverso. Una narrazione che, pur restando ancorata alla distopia, continua a interrogare il presente, mostrando come il potere si interiorizzi, e come, allo stesso tempo, possa essere messo in discussione proprio da chi ne è stato formato.
Margherita Bordino
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