Fabrizio Ferracane in L’arminuta è un padre silenzioso da grandi sguardi

Alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato in anteprima L’arminuta di Giuseppe Bonito, tratto dall’omonimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio. Una storia femminile e familiare, in cui essere famiglia non è scontato e si deve imparare. Qui Fabrizio Ferracane è un padre misurato e che regala sorrisi in momenti inaspettati.

Un contadino che si alza prestissimo al mattino, dedito al lavoro e alle regole della buona convivenza familiare. È per il rispetto e la correttezza. È istintivo quando i figli si mettono nei guai o creano preoccupazioni, non parla molto ma i suoi silenzi e i suoi occhi fanno rumore e comunicano più di ogni altra cosa, proprio come avviene per il personaggio che interpreta la moglie. Lui è Fabrizio Ferracane e anche se nell’Arminuta ha un ruolo piccolino, sa bene come arrivare al pubblico, come donare emozione. In queste settimane è al cinema sia con Ariaferma di Leonardo Di Costanzo, presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Roma, sia con L’Arminuta di Giuseppe Bonito in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e tratto dal libro Premio Campiello di Donatella Di Pietrantonio. L’arminuta, in sala con Lucky Red dal 21 ottobre, è un film che tocca con delicatezza i temi dell’affido, dell’inclusione, dell’emancipazione attraverso lo studio, della forza che hanno le persone tra loro opposte, ma che cercano di incontrarsi. Come faranno la protagonista e la sorellina Adriana, traendo forza reciproca, e intorno a loro tutti i componenti della famiglia. Fabrizio Ferracane è un attore sincero, spontaneo, genuino, che ama il suo lavoro e lo mette al pieno e completo servizio del pubblico. Divenuto volto riconoscibile con Anime Nere di Francesco Munzi in cui era protagonista, lo abbiamo visto negli ultimi anni anche in Il traditore di Marco Bellocchio, La terra dei figli di Claudio Cupellini, School of Mafia di Alessandro Pondi. Qui una breve conversazione con l’attore.

Fabrizio Ferracane, foto sasha smolina

In questi giorni sei al cinema con Ariaferma e con L’arminuta. Nel primo sei un uomo che vuole stare dalla parte giusta e che cerca di mantenere un controllo, in questo secondo film interpreti un personaggio più istintivo e dalle poche parole…

Il mio personaggio in Ariaferma va contro questa bontà del personaggio interpretato da Toni Servillo. È un personaggio che ha un colore molto netto, non vuole scendere a compromessi. Ha avuto un comando e allora si fa quello che questo comando dice. E anche in L’arminuta il mio personaggio ha una sfumatura ben chiara, netta. In entrambi i film interpreto ruoli dall’impronta decisa. Da un lato un uomo che vuole vengano rispettate le regole imposte appunto, dall’altro ci sono sempre regole ma familiari che si rifanno quasi alla tradizione. Sono due personaggi diversissimi ma accomunati da disciplina ed educazione, ed entrambi agiscono con poco dialogo. Non sono però personaggi spigolosi, sono morbidi.

L’arminuta è un film che è adattamento di uno dei libri più importanti degli ultimi anni. Una storia rurale, quasi primitiva e che riguarda molto la donna, la maternità, che parla di Sud pur non essendo tale…

Le campagne, i terreni. C’è molto Sud in questa storia. Sono stato molto bene come persona Fabrizio. Nelle scene in cui sono presente, per il mio personaggio è un continuo essere dilaniato dai figli. I giovani attori sono bravissimi, la loro preparazione mi ha colpito. Ci sono stati momenti in cui con Vanessa Scalera abbiamo faticato a non piangere, a trattenere le lacrime. Avevamo molta voglia di lavorare insieme e lo abbiamo fatto su un progetto straordinario. Anche se so che alcune scene che mi riguardano sono state tagliate, è giusto così perché il centro del racconto è questa bambina. Come dici tu è un racconto molto femminile, sullo stare al mondo, sul riconciliarsi con gli altri, sul rapporto figlia-madre ma in generale famiglia.

L’arminuta, frame

Qui sei un padre molto silenzioso. In questo film gli sguardi parlano forte e chiaro, sono schiaffo e carezza. Come hai lavorato in questo senso?

Un ruolo piccolino ma giusto nel suo essere così misurato. Nella scena in cui L’arminuta torna a casa ed è la prima volta che il padre la vede non ci sono tante parole ma sensazioni. Questi sono personaggi che sentono l’affetto, che si regalano un sorriso quando uno non se lo aspetta. Hanno una piccola grande apertura di affetto nel cuore, devono solo ritrovarsi. Il padre che interpreto ha un imbarazzo molto duro, da contadino, che è diverso da una persona colta o da un ingegnere. Io mi auguro di interpretare in futuro tanti personaggi siano così. Che possano mostrare qualcosa, mettersi in ascolto. Il mio mestiere d’altronde è donare, comunicare con gli occhi. Gli occhi, come il corpo, sono espressioni di pensieri, un po’ come avviene nei fumetti, in cui le parole stanno dentro la testa del personaggio.

Fabrizio Ferracane, foto sasha smolina

Tu sei attore di cinema ma anche di teatro… Cosa vuol dire essere attore? È un gioco, una sfida, un’analisi personale?

Essere attore vuol dire sapersi corrompere. Quando sono in scena o davanti la macchina da presa sono, divento un’altra cosa, mi trasformo in un personaggio. Soprattutto quando sono sul palcoscenico provo una sensazione di vera trasformazione, provo sentimenti diversi. Sono poi gli applausi del pubblico a risvegliarmi, a riportarmi alla realtà, alla vita.

A proposito di teatro, Edaurdo Scarpetta diceva che ci vuole un grande consenso di pubblico per avere successo ma che bastano dieci persone contrarie per decretare un fallimento o una non riuscita di uno spettacolo. Sei d’accordo?

Un pubblico ha il potere di innalzare un film, uno spettacolo. Se c’è il gradimento del pubblico è una vittoria. Noi artisti lavoriamo, dobbiamo lavorare per il pubblico… Ci sono dinamiche sicuramente più complesse come un critico che scriva bene del proprio lavoro, un certo numero di biglietti venduti, però se il pubblico riceve, sente l’emozione che voglio trasmettere io sono felicissimo, appagato, sento di avere fatto il mio lavoro e bene.

-Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.