Venezia 78: Spencer, Lady D raccontata da Pablo Larrain

Spencer e non Diana. Pablo Larrain non abbandona il biopic dopo Jackie e Neruda. Il film, in sala in autunno con 01Distribution, è drammatico e visionario, onirico e favolistico. È il racconto di una principessa che ha scelto di non diventare regina e che ha vissuto in modo travolgente il suo dolore

Kristen Stewart, 2021, courtesy Pablo Larrain
Kristen Stewart, 2021, courtesy Pablo Larrain

Una favola tratta da una tragedia vera”. Inizia con queste parole il film di Pablo Larrain, Spencer, in Concorso alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia. Un piccolo ma intenso ritratto della principessa Diana, nei giorni precedenti la richiesta di divorzio dal principe Carlo. Spencer trascina gli spettatori negli ultimi atti del loro matrimonio. Le voci che riguardano la separazione si susseguono, sono sempre più forti, eppure è Natale e nella residenza reale di Sandringham viene decretato un periodo di pace in cui si mangia e si beve, si spara e si va a caccia. È un momento di finta felicità che si ripete spesso e che Diana conosce molto bene. Questa volta però non riesce, non ce la fa a stare al gioco, e si lascia trascinare dal più grande dei malesseri. Spencer è un film a suo modo onirico e sospeso, drammaturgicamente impeccabile, che mostra la disintegrazione di una donna, di una moglie, di una madre.

Kristen Stewart credits Neon
Kristen Stewart credits Neon

LA PRINCIPESSA CHE NON VOLEVA DIVENTARE REGINA

La Diana raccontata da Larrain è una donna che soffre, è stanca, non riesce a reagire alla vita in cui si trova rinchiusa. Per una volta però c’è qualcuno che non la mostra solo come una martire ma che ne ritrae l’incapacità a guardare la situazione da un’altra angolazione, quella della famiglia che si preoccupa e dei due figli piccoli chiamati a essere sin troppo responsabili alla loro età. “Siamo tutti cresciuti sapendo cos’è una favola, ma Diana Spencer ne ha cambiato il paradigma e ha ridefinito le icone idealizzate della cultura pop, per sempre. Questa è la storia di una principessa che ha deciso di non diventare regina, ma ha scelto di costruirsi da sola la propria identità”, afferma il regista. ” È una favola al contrario. Sono sempre rimasto molto sorpreso dalla sua decisione e ho sempre pensato che deve essere stata molto dura da prendere. Questo è il cuore del film. Volevo approfondire il processo alla base delle scelte di Diana, mentre oscilla tra dubbio e determinazione, scegliendo, infine, la libertà. È stata una decisione che ha definito la sua eredità: un lascito di onestà e umanità che rimane ineguagliato”.

Spencer, Kristen Stewart e Pablo Larrain credits La Biennale di Venezia, foto ASAC ph. Giorgio Zucchiatti
Spencer, Kristen Stewart e Pablo Larrain credits La Biennale di Venezia, foto ASAC ph. Giorgio Zucchiatti

NON DIANA MA SPENCER

Il film di Larrain, regista caro ai ritratti cinematografici – del 2016 è anche Neruda -, ha un grandissimo intento già nel titolo stesso. Spencer, il cognome di Lady D, che prende il posto del nome Diana. Un titolo che racconta chiaramente di una persona devastata nella vita pubblica forse ancor prima che privata. In questo ritratto viene fuori una donna che sente la mancanza dell’essere figlia e che non riesce ad essere moglie e madre, rinchiusa in una abitudinaria ciclicità di situazioni dalle quali vuole solo fuggire. In Spencer il reale si insegue con il visionario dando al cibo un ruolo importante e quasi provocante. E a vestire i panni di Diana Spencer è Kristen Stewart, credibile, delicata, mai imitatrice ma sempre interprete di una sensibilità, di un dolore. Un po’ forzata e sospirata nel suo accento British ma perfettamente calzante in ogni movimento ed emozione. “Non avevamo intenzione di fare un docudrama: volevamo creare qualcosa prendendo degli elementi dalla realtà e ricorrendo poi all’immaginazione per raccontare la vita di una donna con gli strumenti del cinema. Questo è il motivo per cui il cinema è così fantastico: c’è sempre spazio per l’immaginazione”, aggiunge Larrain. “Nel costruire il personaggio di Diana, non volevamo solo creare una sua replica, ma usare il cinema e i suoi strumenti per dar vita a un mondo interiore che trovasse il giusto equilibrio tra il mistero e la fragilità del suo personaggio. Tutto ciò che Diana vede riflette i suoi ricordi, le sue paure, i suoi desideri e forse anche le sue illusioni. Questi elementi attingono a qualcosa che sta accadendo dentro di lei e mostrano una vulnerabilità bellissima”. Il film termina sulle note di All I need is a miracle, in una versione commovente, travolgente che coinvolge la principessa Diana e i due figli in cerca di libertà e normalità.

-Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.