A Lugano “Illuminating”. Rassegna di videoarte che mette assieme arte contemporanea e natura

Il progetto promosso da Eva Fabbris e Giovanna Manzotti prende le parti nella città svizzera, esplorando con una collezione pregiata l’evoluzione del medium e dei suoi contenuti all’interno della kermesse dell’associazione Nel

Uri Aran ad Illiuminating

Metti una fresca sera d’estate a Lugano: il costante sciabordio dell’acqua, il vociare dei turisti, una piccola esplosione. Nessuna paura, è un video. O meglio, un po’ di spavento c’è, abbastanza perché Roman Signer, immobile con il pennello davanti a una tela vuota, imprima sul bianco un segno di sé, del mondo. Questo è il soggetto del video Punkt, creato dall’artista svizzero nel 2006, che apre il progetto di videoarte Illuminating, curato da Eva Fabbris e Giovanna Manzotti. La collezione, sapientemente calibrata, porta 15 opere di altrettanti artisti, pionieri ed emergenti, nella città sul lago. Articolata in tre sere (22,23 agosto; 4 settembre), è ospitata nel contesto della rassegna È per rinascere che siamo nati dell’associazione Nel – Fare arte nel nostro tempo, ispirata a un verso di Pablo Neruda. La rassegna, che propone una rigenerazione umana e naturale di cui questo 2021 manifesta un disperato bisogno, accoglie oltre al progetto di videoarte una serie di conferenze e letture che mettono in relazione conoscenze e consapevolezze diverse, artistiche e scientifiche in primis, che permettano di immaginare un mondo post-Covid e molto oltre. 

OPERE E ARTISTI DI ILLUMINATING

Il filo conduttore della serata d’apertura – realizzata come le altre con l’aiuto della project manager Camilla Romeo – è l’energia: da una parte quella intrinseca a ognuno dei 9 video, una tensione vitale e riflessiva allo stesso tempo; dall’altra quella che il medium è ancora in grado di dimostrare dopo tanti anni, con le sue grandi potenzialità tecnologiche e contenutistiche. Dallo scoppio di Signer si viaggia indietro fino al 1977 con il geniale Bill Viola, la cui Reflecting Poolporta al centro l’acqua e il concetto di riflesso, ripensando l’estetica dell’uomo che si specchia nella natura con l’immaginazione di un rapporto nuovo, anche visivo. Un altro tipo di contemplazione quella di Sun (One Day Old), dell’artista italiano Alex Cecchetti: il montaggio lineare di fotografie scientifiche del Sole riprende e collega diversi attimi di un particolare fenomeno ottico che si verifica all’alba, la Fata Morgana: quest’opera del 2008 mostra un sole spappolato e rifiorente, che esplode sempre e nuovamente in cromie inattese. Come un gioco, invece, la continua riorganizzazione degli oggetti al centro di Mirror improvisation, di Joan Jonas: un fisheye inquadra le due protagoniste in tutù e cappelli di carta verde mentre abbozzano battaglie e fortini, tutto in compagnia del fidato cane dell’artista, che – come elemento naturale – irrompe spesso nello spazio. I colori e le forme sono anche al centro del video del 2003 di Pippilotti Rist, I Want to See How You See (or a portrait of Cornelia Providoli), dove vengono esacerbati e saturati mostrando le geometrie psichedeliche dei corpi umani, con la sovrapposizione di un raduno di streghe e di una figura umana.

LUGANO IMMERSA NELLA VIDEOARTE

Tocca poi a Jala Wahid, artista di famiglia curda cresciuta a Londra, con il suo I am a Charm del 2015, che evoca in un senso nuovo la rinascita: due spicchi di pomelo vengono bagnati da sabbia lucente e acqua, sensuali e pubblicitari ma senza ingenuità, e vengono “umanizzati” – come ricorda la ricercatrice ed editor Giovanna Manzotti – con una canzone di Selena Gomez. La tattilità di Wahid lascia il posto alla complessa lettura della coreana Jieun Lim, che con il recentissimo Dear and Dearest chapter II esplora un “prurito” che è del corpo e della mente insieme, uno stato d’animo in continua oscillazione e perenne divagare – nonché parte di una serie di lavori che cercano di formare una sorta di “comunità”. Lento e riflessivo, poi, Darvaza del francese Adrien Missika, che porta il pubblico in uno dei suoi viaggi alla ricerca delle forze della natura: qui, in Turkmenistan, mostra un cratere fiammeggiante a cui attribuisce, focalizzando e sgranando in pixel, delle qualità teatrali. Ha l’onore di chiudere, infine, il sudafricano William Kentridge, con l’opera del 2020 Waiting for the Sibyl, una libera reinterpretazione della sacerdotessa e oracolo come danzatrice africana, che diventa un tutt’uno con le forme naturali, dagli alberi alle foglie. La sua tecnica è una vera e propria animazione su libro, una reinvenzione della scrittura a palinsesto come metafora dello stratificarsi della memoria: qui l’inchiostro a carboncino scrive e sovrascrive, mentre la danza si mescola a profezie cubitali sulle note della melodia vocalica e a schiocchi di Nhlanlha Mahlangu. Il ritmo della serata è sincopato, facile e naturale il passaggio da un formato all’altro, diverse le varietà di approcci e soggettività coinvolte, ora riflessive ora cromatiche, ciniche e meravigliate.

LE PAROLE DI SALVATORE SETTIS

Le riflessioni innescate dai video assumono ancora più senso alla luce dell’intervento di apertura di Salvatore Settis – celebre storico dell’arte, già direttore della Normale di Pisa e ora presidente del Consiglio Scientifico del Louvre – che ha ricordato l’imprescindibile ruolo sociale dell’arte. Nella sua visione, infatti, l’arte è altro che “stratificazione di messaggi tra esseri umani”, che vanno capiti e smontati pezzo pezzo perché arricchiscano la società. Quella che investe nei valori civili diventa, nel suo intervento, l’unica arte contemporanea che abbia senso realizzare e che, calata nella storia, dà alla società umana “la forza di andare avanti”. Questo è particolarmente necessario nei momenti di crisi: Cristina Bettelini, presidente della quasi decennale associazione Nel, ha ricordato proprio come in un momento di crisi per la città di Lugano, che ha appena perso il suo sindaco Marco Borradori, ma anche in un più ampio contesto di passaggio e cambiamento, sia tempo di “pensare un nuovo modo di stare in relazione con gli altri e con l’ambiente. Illuminating mostra come, attraverso l’arte, si possa guardare diversamente ai fenomeni che ci circondano, osservando come diverse generazioni di artisti si pongono di fronte a problemi che ci riguardano tutti”. Grazie alla collaborazione di LongLake Festival e L’Ideatorio dell’Università della Svizzera Italiana, questo è proprio l’obiettivo al centro di tutta la kermesse di associazione Nel.

LA VIDEOARTE E LO SPAZIO

Non è un caso che gli incontri di Illuminating, il cui nome è ispirato a uno dei due colori scelti da Pantone per l’anno 2021, Yellow illuminating, siano stati organizzati all’aperto, là dove la cittadinanza si costruisce e si ripensa. “Questo è un formato nuovo per associazione e pubblico”, sottolinea Eva Fabbris, storica dell’arte ed exhibition curator di Fondazione Prada, “che crea l’occasione di momenti di fruizione di arte e conoscenza. L’incontro nell’urbano è una delle istanze fondamentali della videoarte, per come è nata negli anni Sessanta: consiste proprio nella ricerca di soggetti e contesti altri dalla casa dell’artista e del suo fare”. La gremita piazzetta San Carlo, a Lugano, ha fatto così da ricettacolo agli appassionati e ai profani, attirando i passanti a fermarsi anche per un solo video, condividendo i messaggi e le riflessioni. Questa prospettiva dopotutto è il punto di partenza della videoarte, nata quando Bruce Nauman – consapevole di non sapere nulla di sé e del mondo circostante – prese una telecamera per documentare i suoi movimenti all’interno dello studio, aprendosi poi verso la strada e la natura.

IL SECONDO INTERVENTO E L’INCONTRO AL BOSCHETTO CIANI

La programmazione è proseguita nella seconda sera sempre in piazzetta con un solo video della durata di 55 minuti, le Naturales Historiae di Pauline Julier – introdotto dall’estratto di una conferenza dell’illuminato botanico Stefano Mancuso sul “Futuro Vegetale” prospettato dalle piante. Julier elabora un tema odeporico che innesta nella tradizione pliniana con l’aiuto di un sociologo, un antropologo e un paleo-biologo, che da compagni casuali diventano narratori decameroniani, per leggere l’impatto dell’eruzione del 2010 del vulcano Eyjafjöll sull’umanità. L’ultima serata, il 4 settembre, si terrà nel popolare Boschetto Ciani, nel mezzo del parco cittadino di Lugano, con un video-intervento di apertura del divulgatore scientifico e professore di bioetica Telmo Pievani. Seguiranno i video dei cinque artisti finali, tutti mid-career, Kiluanji Kia Henda, Giorgio Andreotta Calò, Uri Aran, Vanessa Safavi e Mathilde Rosier. Il progetto si chiuderà con una proficua ringkomposition, che vedrà nuovamente il Punkt di Signer mostrare, con il suo sussulto, la nascita dell’atto creativo in una dinamica di cambiamento dello sguardo su sé è l’altro.

– Giulia Giaume

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Giulia Giaume
Amante della cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli, mostre e balletti. Laureata in Lettere Moderne, con una tesi sul Furioso, e in Scienze Storiche, indirizzo di Storia Contemporanea, ha frequentato l'VIII edizione del master di giornalismo Walter Tobagi. Collabora con diverse riviste su temi culturali, diritti civili e tutto ciò che è manifestazione della cultura umana, semplicemente perché non può farne a meno.