Undine di Christian Petzold in concorso alla 70esima Berlinale 2020. La recensione del film

Il regista tedesco in gara al festival cinematografico in questi giorni in corso a Berlino presenta un film ispirato alla figura mitologica di Ondina, la figlia del Re del Mare, che sulla terra va in cerca di un amore umano

Undine di Christian Petzold in concorso alla 70esima Berlinale 2020
Undine di Christian Petzold in concorso alla 70esima Berlinale 2020

La visione patriarcale dell’uomo, della donna e del sistema di relazioni che li vede coinvolti si fonda su un fraintendimento. Anzi, potremmo dire su un’omissione. Si parla sempre della donna come di una soggettività castrata, relegandola alla posizione di vittima, ancor meglio se lacrimevole, dimenticando la presenza nei miti e nel folclore di un’immagine potentissima: quella della “vagina dentata”, che identifica al contrario il potere castrante della donna. Da un punto di vista psicologico, prima che di ruolo, vengono rifiutati comportamenti e caratteristiche della personalità che fanno parte della sfera dell’aggressività, come se fosse di esclusiva pertinenza maschile. L’abitudine a far coincidere la donna con la figura della madre amorevole restituisce una lettura di genere profondamente deviata, impedendo anche di esplorare i lati oscuri del femminile. Al punto che la mostruosità viene riconosciuta e legittimata quando è esplicita. Mentre se è dissimulata, cioè ha tutte le caratteristiche del travestimento femminile, fatica ad essere colta. L’autore tedesco Christian Petzold con Undine, il suo ultimo film presentato in concorso alla 70esima Berlinale, riprende la figura mitologica di Ondina, creatura fantastica, figlia del Re del Mare, che sulla Terra va in cerca di un amore umano.

UNDINE. AMORE E VENDETTA

Come nel racconto romantico di Friedrich de la Motte Fouqué, Undine è soggetta a una “maledizione”: se l’uomo che ama le provoca un dolore, sia esso un tradimento, un abbandono, un torto, lei deve tornare al proprio mondo acquatico e lui morire. Petzold comincia la propria storia esattamente con questo conflitto. Undine Wibeau (Paula Beer), storica e guida del Märkisches Museum di Berlino, turbata e senza speranza si rivolge a Johannes (Jacob Matschenz), l’uomo con cui ha una relazione, in maniera criptica e determinata. “Se mi lascerai, lo sai che dovrò ucciderti”. Un inizio spiazzante. Che cosa pensare? È seria, è una recita, è una frase di cui solo i due giovani amanti conoscono il significato? È parte del loro linguaggio privato e segreto? L’effetto straniante di questa scena traumatica, per lei che viene lasciata e per lui che viene aggredito, introduce l’atmosfera del film: una realtà contaminata dalla percezione del fantastico. Altrettanto brillante è la scelta di interrompere questo momento di tensione con il ritorno al lavoro di Undine e l’attesa che lei si aspetta da Johannes. Naturalmente lui viene meno anche a questo impegno, c’è un’altra donna nella sua vita.

COLPO DI FULMINE TRA PESCI AGONIZZANTI

L’ingresso nel museo è un’opportunità per parlare di Berlino. Quante città ci sono in una città, direbbe Italo Calvino a partire dal suo famoso libro Le città invisibili? Undine racconta la trasformazione del luogo in cui vive, che non è quello da cui proviene, ma che probabilmente ha imparato ad amare in maniera così convincente che un altro uomo viene calamitato da lei, Christoph (Franz Rogowski). Christian Petzold dà quindi alla sua protagonista un’altra opportunità per amare e per rimanere sulla Terra. La scena del loro incontro è indimenticabile. Mentre Undine va alla ricerca di Johannes, che se n’è andato, entrando nel bar adiacente al Museo viene timidamente avvicinata da Christoph, un ingegnere subacqueo, folgorato dalla sua personale versione della storia di Berlino. Inizialmente respinto, lui urta un acquario che inizia a traballare, lei gli si lancia addosso per salvarlo, entrambi cadono al suolo e vengono sommersi dall’acqua, dai vetri e dai pesci rossi. Nei loro sguardi divertiti, imbarazzati ed emozionati è già nato l’amore.

SERIAL KILLER PER AMORE?

Questa premessa dice molto della coppia, del loro modo un po’ sopra le righe e “atipico” di vivere i sentimenti. Come quando durante un incidente in seguito a un’immersione al lago Christoph pratica un massaggio cardiaco a Undine sulle note di Stayin’ Alive dei Bee Gees, e dopo essersi ripresa lei gli chiede di farlo nuovamente, come se la rianimazione le avesse risvegliato l’erotismo. Allo stesso modo lui desidera così tanto continuare a provare la stessa fascinazione del giorno in cui l’ha incontrata che prima di fare l’amore le chiede di raccontargli la storia di Berlino. Ci troviamo di fronte a un amore unico e romantico, fino ai più piccoli dettagli. Eppure destinato a finire. Christoph la abbandonerà? In che modo succederà? Ci sarà un’altra donna nella sua vita? Undine tornerà a casa? Nel profondo del mare? Prima di farlo compirà la sua missione, ovvero uccidere l’uomo che l’ha abbandonata? Se Undine può rimanere sulla Terra solo amando e se ogni volta il suo amore viene tradito, per volontà o per una manifesta sorte tragica, forse non è legittimo aspettarsi che questa antesignana di una sirena si trasformi in una spietata serial killer?

– Carlotta Petracci

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.