Se Checco Zalone somiglia troppo a Luca Medici. Una riflessione sul film Tolo Tolo

Il nuovo film del comico (diretto da Checco stesso) fallisce nel suo intento principale, quello di far ridere. Ma si attesta ancora una volta come oggetto di studio sociologico e fenomeno sui cui riflettere per leggere il nostro tempo.

Tolo tolo
Tolo tolo

Capodanno 2020 è un déjà-vu. File ai botteghini, sale traboccanti di umanità, è in sala il nuovo film con Checco Zalone, scritto, diretto, musicato da Luca Medici, che è il nome di battesimo di Checco medesimo, sempre più incline ad usarlo per sancire il distacco tra personaggio-maschera ed autore-persona. Un trionfo scommesso dalla Tao2 di Pietro Valsecchi; ipotizzato dalle 1200 copie distribuite; annunciato dal polverone del singolo “Immigrato”; confermato dal record di incassi dei primi due giorni.

CHECCO SENZA NUNZIANTE

Checco Zalone travalica gli schermi, crea dibattito, entra nei bar, nelle case, insinuandosi nella zona grigia delle frasi rompighiaccio, a fianco della sempre valida meteorologia. Quei discorsi tanto al chilo che ci tengono compagnia durante le feste, versatili e adatti a ogni contesto. Le pellicole di Zalone sono strane creature da cui il mondo del cinema, in primis, prende le distanze. Corrono sole e incontrastate la sfida al botteghino ma vengono escluse, in modo discutibile, dalle competizioni che premiano l’autorialità. Biglietto d’Oro, sì. David di Donatello, no. Autorialità, a dire il vero, che in questo caso sembra davvero latitare. La quinta pellicola della saga Zalone per la prima volta non è a firma di Gennaro Nunziante, regista delle precedenti. Scartata anche l’ipotesi Virzì, lo stesso Luca Medici ha deciso di esordire alla regia dirigendo se stesso. Una scelta che ha pesato non poco sull’esito finale del film, la cui enorme macchina produttiva ha fatto da cassa di risonanza ai difetti dell’opera prima, amplificandoli. Problemi di ritmo, di scarsa connessione fra i vari episodi, uso a volte ostentato dei mezzi a disposizione, come le tante riprese dall’alto in molti casi superflue. Ma soprattutto, e forse questo è l’unico punto che mette d’accordo detrattori e sostenitori, il film non fa ridere. Denti stretti, sorrisi, ironia, melanconia velata, persino maturità, tutti modi eleganti e solidali per dire la stessa cosa. La regia asciutta e sapientemente invisibile di Nunziante, insomma, toglieva al comico ogni responsabilità e zavorra emotiva, liberando il Checco, dissacrante, scorrettissimo, lieve.

UNA FAVOLA BUONISTA

Tolo Tolo è una favola buonista, che negli intenti evoca La vita è bella, ma con esiti ben più modesti, e lacerti di Dottor Stranamore e Fascisti su Marte. Un inciampo cinematografico che resta comunque fenomeno sociologico e di costume, ravvivato dal focus sul tema del momento, almeno fino poco fa, quando Trump non ha imposto come trend topic #WWIII.  Le migrazioni in area mediterranea sono il terreno di scontro dell’ultimo biennio politico, che ha magnetizzato l’opinione pubblica e ha ispirato la nuova sinossi di Luca Medici, con astuzia e forse un po’ di cuore, ma a scapito della sincerità artistica del bravo comico. Come scelta di marketing è stata vincente, infatti non si parla d’altro. Dai social, ai salotti buoni della televisione, agli editoriali delle testate più autorevoli, tutti hanno sentito il dovere di pronunciarsi, dire la loro, difendere, indignarsi. C’è una tale povertà di idee, di scambio intellettuale, di produzione culturale, che servono guide in grado di incarnare ovvietà e bilanciare i vuoti creati dalla politica. Dal Papa che non salva più le anime ma i corpi, a Greta che ci ricorda di fare la differenziata, a Zalone, appunto, che prende posizione sulla questione migranti. Non che un film non possa veicolare messaggi civili, etici, anzi, ogni opera ben fatta è di per sé politica. Il fatto è che un film non può ridursi solo a manifesto, e che non basta il messaggio, per quanto nobile, affinché un’opera venga ricordata, perché si rischia di scivolare nel qualunquismo di cui lo stesso Zalone sino a Quo Vado? è stato strenuo detrattore. L’Italia è ridotta così male da vedersi conteso un comico e un film dai politici di ogni area? Per motivi peraltro lontani dalla cinematografia? Qui sta il punto. Ci si stupisce che qualcuno dica qualcosa, rompa il silenzio.

LE REAZIONI DI SOVRANISTI E SINISTRA

E allora prima Salvini, alla vista del videoclip di Immigrato, propone la candidatura di Zalone a Senatore. Poi, uscito il film, una volta chiaro che è pro-migranti, iniziano a fioccare, sempre via Twitter, insulti da area sovranista, la sinistra tenta di saltare sul barcone di Checco, l’Osservatore Romano lo osanna. Mentre Berlusconi, con Medusa, incassa cifre da guinnes. Sono i paradossi di quest’epoca, irrigidita nelle matrici di politicamente corretto, e che ha dimenticato il buon gusto. Il vero motivo per cui indignarsi è che Checco non fa ridere più. E che quell’incantesimo in grado di far lacrimare, piegare, scomporre in modo sano e liberatorio milioni di italiani è svanito.

Mariagrazia Pontorno

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