Cinquant’anni fa Jodorowsky inventò la psicomagia. Adesso, a novant’anni, le dedica un documentario che segna l’ennesima svolta nella comprensione di una figura unica nel panorama culturale internazionale.

È ormai un mito vivente, ma non vive di rendita: a novant’anni Alejandro Jodorowsky (Tocopilla, 1929) firma l’ennesimo film, Psicomagia, un’arte per guarire, ora nelle sale cinematografiche. Forse non diventerà un cult movie come El Topo (1971) o La montagna sacra (1973), ma questo suo “docufilm” esprime un nuovo tipo di cinema, un cinema della guarigione che supera quello catartico dei film precedenti, tra cui La danza della realtà (2013) e Poesia senza fine (2016). Utilizzando la cinecamera come testimone oculare, Jodorowsky intende dimostrare al mondo il potere terapeutico dell’immaginazione. Non avendo fondato una scuola, come invece hanno fatto Freud o l’inventore americano di mindfulness Jon Kabat-Zinn, lo sciamano cileno, naturalizzato francese, usa la pellicola per proseguire e divulgare quanto ha fatto per decenni dal vivo in teatro, durante i suoi spettacolari rituali di psicomagia, un’arte della guarigione da lui creata mezzo secolo fa e fondata su azioni simboliche dotate di potere taumaturgico.

LA VITA È SOGNO

Con questo film Jodorowsky espande il suo corpo, parla la lingua immediata delle immagini, va oltre i suoi libri e ci porta di fronte all’immediatezza di qualcosa che sembra impossibile, assurdo o, al limite, un effetto di autosuggestione, individuale e collettiva. Il cinema è il mezzo impressivo con cui comunicare a migliaia di persone nello stesso momento il linguaggio e la realtà della psicomagia, un’arte non meglio identificata (semplice e complessa) con cui Jodorowsky può parlare direttamente all’inconscio e piegarlo al proprio volere, sciogliendo i traumi infantili dei suoi pazienti che sono alla base dei loro disturbi. È un linguaggio melting pot, un idioma-Frankenstein che incolla pezzi apparentemente incongrui tra loro come i tarocchi, gli archetipi, l’arte visiva, il teatro e la performance componendoli dentro una (il)logica surrealista.

Psicomagia – un’arte per guarire – Trailer from Giorgio Beltrame on Vimeo.

L’ASSASSINIO DI FREUD

Uccidere il padre è quanto fa Jodorowsky con Freud in questo film con l’aiuto, non troppo dichiarato, di Jung. “Freud analizza con la parola, io curo con l’azione”, sostiene nel breve confronto, introduttivo al film, tra psicoanalisi e psicomagia. La prima insegue il trauma nel profondo per afferrarlo e portarlo alla superficie della coscienza. La seconda, invece, parla all’inconscio usando la sua stessa lingua, simbolica e “performativa”, fatta di azioni fondate su schemi archetipici: sono atti rituali, come quelli di rinascita e di liberazione, che mettono in scena finti parti o finte sepolture. Mentre la ragione sa riconoscere la finzione e neutralizzarla, l’inconscio la subisce come farebbe un bambino e resta avvinto dall’inganno artistico. Compiendo le azioni prescritte da Jodorowsky i pazienti riparano il trauma. Sembra magia, soprattutto se paragonata alla lunga, estenuante e meticolosa ricerca indicata da Freud, che impone ad analisti e pazienti anni di studi e di sedute. In realtà si tratta di una scorciatoia verso la liberazione messa a punto a partire dal teatro (da quel Movimento Panico fondato negli Anni Sessanta) e da un utilizzo dell’immagine e del simbolo in chiave ontologica. La sua arte per guarire induce a svolte repentine: una ragazza privata dell’amore materno resta incinta, una coppia disfunzionale coraggiosamente si lascia, un balbuziente torna a parlare fluentemente.

OLTRE OGNI PREGIUDIZIO

Eppure quel che fa Jodorowsky è la cartina di tornasole, la “prova del nove” di quanto sostiene Freud: la nevrosi è una coazione a ripetere il trauma ma in forma distorta, attraverso un linguaggio simbolico divenuto indecifrabile. E mentre Freud persegue la via dell’interpretazione che fa affiorare alla coscienza il contenuto rimosso, Jodorowsky al contrario inventa ogni volta un atto sintetico, radicalmente artistico e capace di sovvertire ogni regola o pregiudizio razionalista, confermandosi come l’allievo anarchico e geniale e del padre della psicoanalisi. Ma qual è l’arte di Jodorowsky? Non esiste ancora una codificazione scientifica di quanto lui ha creato, di questa cura attraverso la rappresentazione utilizzata come farmaco. La sua arte s’identifica con la terapia, il cui potere di cambiare il mondo (individuale e collettivo) andrebbe valutato con mezzi scientifici, ma per ora il disinteresse della scienza medica verso Jodorowsky è pari al suo verso di essa. Intanto lui continua a prescrivere atti ai suoi pazienti, calandosi ogni volta nel ruolo di regista dell’inconscio, cosa che gli riesce bene da più mezzo secolo.

Nicola Davide Angerame

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AutoreAlejandro Jodorowsky
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