Joker vince il Leone d’Oro. Premi e attivismo politico nell’ultima giornata al lido

Si è chiusa la 76esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Da Mick Jagger a Luca Marinelli, arte e questioni umanitarie si sono ritrovate sul red carpet.

mick jagger attends the burnt orange heresy photocall
mick jagger attends the burnt orange heresy photocall

La Mostra del Cinema si porta via l’estate e ne è una metafora: tutti gli accreditati giungono al Lido pieni di aspettative e crocette sul programma, e si rattristano man mano che la premiazione si avvicina. Tempus fugit pure quest’anno e il giorno, inesorabile, arriva.   L’embargo imposto alla stampa difficilmente riesce a contenere fughe di notizie e anticipazioni: per tutta la durata della Mostra i giornalisti sono stati ammoniti più volte di rispettare il silenzio fino alla proiezione pubblica in Sala Grande, stesso discorso per le premiazioni e relativi rumors. A differenza di altre edizioni, stavolta le aspettative e le previsioni sono state ampiamente confermate, e i film più amati da critica e pubblico hanno conquistato i premi più ambitiJoker si aggiudica il Leone d’Oro, un film americano, per di più tratto da un fumetto, ottienendo così il riconoscimento maggiore; No.7 Cherry Lane di Yonfan la miglior sceneggiatura; J’Accuse di Polanski il Gran Premio della Giuria; La Mafia non è più quella di una volta di Maresco il Premio Speciale della Giuria; You Will Die At 20 di Amjad Abu Alala il Premio Opera Prima “Luigi De Laurentiis”. Tutte pellicole su cui Artribune si è ampiamente soffermata in questa lunga maratona di dieci giorni, e che hanno in comune un respiro europeo, inteso come sguardo introspettivo; una fascinazione per la stratificazione culturale e per il progresso civile del vecchio continente; l’attenzione speciale per la ricostruzione storica, l’ironia, la profondità di pensiero e parola.

THE BURNT ORANGE HERESY, RED CARPET E ATTIVISMO

L’ultimo giorno di Venezia 76 inizia con una pacifica invasione del red carpet da parte di attivisti giunti a Venezia per manifestare contro il riscaldamento globale. Mick Jagger, in laguna per presentare The Burnt Orange Heresy, film (fuori concorso) di chiusura della Mostra, si schiera con loro, dichiarando che erediteranno il mondo ed è giusto affiancarli. Gli si perdona così di aver preso parte a una pellicola di dubbio gusto, che si presenta come un thriller ma si rivela un pasticcio. Milano e il Lago di Como fanno da sfondo a un film il cui focus sarebbe l’arte contemporanea, con Jagger nei panni di un collezionista pronto a tutto pur di entrare in possesso dell’opera di un artista di cui tutto il mondo parla, che è leggenda, ma di cui nessuno vede un pezzo da mezzo secolo. Già questa premessa ingenua basta a smontare una sceneggiatura debole e del tutto scollata dalle dinamiche reali del mondo dell’arte. Messaggio per il regista e per chi intende girare un film sull’arte contemporanea: la morte di un pittore, per quanto importante, non ha la copertura media dell’attacco alle Twin Towers; l’idea dell’artista svagato che parla solo per metafore, si nutre di bacche e non ha contatti col mondo è uno stereotipo romantico; la cornice vuota con dentro un muro bruciato non può diventare un’opera iconica da stampare su poster e magliette, tutto ciò inficia il patto con lo spettatore e la relativa sospensione dell’incredulità; oltre che perpetrare una idea di arte basata su cliché banali. Il cammeo di Jagger è la parte più interessante, che prescinde il film e fa riflettere sul carisma e il magnetismo di un uomo capace di bucare il video solo con un accenno di sorriso.

LA POLITICA A VENEZIA 76

Venezia 76 non ha lesinato rockstar, lo stesso giorno del frontman dei Rolling Stones un’altra leggenda della musica era al Lido. Roger Waters ha presentato il suo Us+Them, film-concerto dedicato al tour mondiale, dirottando volutamente l’attenzione dalla musica alla politica con le sue dichiarazioni in conferenza stampa. “Non sono un esperto di politica italiana ma grazie a Dio Salvini se n’è andato. In Europa dilaga il neofascismo, noi abbiamo Boris Johnson che non è certo meglio; questa gente soffoca i popoli alla gola solo per preservare il proprio potere, e se non agiremo subito e collettivamente per resistere al sovranismo non ci sarà più nulla da lasciare ai nostri figli”. Prese di posizione nette anche da parte dei vincitori della Coppa Volpi: Luca Marinelli (per Martin Eden di Pietro Marcello) e Ariane Ascaride (per Gloria Mundi di Robert Guédiguian) dedicano entrambi il loro premio ai migranti e all’accoglienza umanitaria. Ancora una volta Venezia raccoglie e rilancia in forma di immagine le istanze più urgenti della contemporaneità, a conferma del ruolo di catalizzatore svolto dal vero cinema e dalla vera arte.

-Mariagrazia Pontorno

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