75 Mostra del Cinema di Venezia: giorni 6 e 7

Una fiaba morale e un documentario ci parlano del presente, crolli, distruzione ed errori da non ripetere: Il bene mio e 1938, Diversi, nel diario del settimo e ottavo giorno di Festival.

Il bene mio, Sergio Rubini
Il bene mio, Sergio Rubini

Ci sarà un motivo se i titoli di coda di un film innescano applausi e lacrime, e se un documentario di appena un’ora produce file proporzionate alle attese: si tratta de Il bene mio e 1938, Diversi, due titoli presentati a distanza di poche ore che risuonano di contenuti urgenti e familiari.

IL FILM DI PIPPO MEZZAPESA

Il bene mio di Pippo Mezzapesa è stato presentato in Sala Perla come evento speciale delle Giornate degli Autori. Elia (un bravissimo Sergio Rubini) è l’unico abitante di Provvidenza, borgo divenuto fatiscente in seguito ad un terremoto. Gli amici tentano invano di convincerlo abbandonare il paese che con la barca dei Malavoglia ha in comune nome e malasorte. Il protagonista porta avanti una esistenza cristallizzata nel ricordo di Maria, la fidanzata morta insieme ai suoi alunni nel crollo della scuola elementare, mentre i cittadini superstiti si sono trasferiti a valle cercando di ricominciare. In un momento particolarmente drammatico per Elio, il trasferimento della madonna della chiesetta diroccata a Provvidenza Nuova, con tanto di sentita processione al seguito della statua su un’ape car, fa irruzione nella storia Noor, un’immigrata clandestina. Sopravvissuti entrambi a una tragedia, i due condividono in fondo lo stesso status, morale prima ancora che civile -“Sei illegale? Siamo tutti illegali” dice Elia alla donna in una battuta che condensa lo spirito dell’intero film. La pellicola di Pippo Mezzapesa è un lamento delicato di radici che divengono macerie, e un tentativo disperato di resistenza. Fiaba contemporanea dal tempismo stupefacente, tra crolli reali e metaforici, periferie del mondo e dell’anima, diviene manifesto dal sapore universale di un momento storico colmo di amarezza.

1938. Dversi di Giorgio Treves
1938. Dversi di Giorgio Treves

IL DOCUMENTARIO DI GIORGIO TREVES

La fila per la Sala Giardino scorre fra le transenne scandita da “Giovinezza”, una trovata performativa interessante che instrada il pubblico verso una disposizione d’animo ben precisa. 1938, Diversi, viene proiettato in occasione dell’anniversario delle leggi razziali, ma il breve documentario di Giorgio Treves assume oggi un significato ben più forte che la semplice commemorazione di una ricorrenza. Di per sé peraltro non presenta invenzioni di regia degne di nota, è un documentario dai canoni classici: una serie di interviste, qualche inserto in animazione, materiali di repertorio, attori che recitano frasi di Mussolini o Badoglio. Ciò che in questo film stupisce è ritrovare allarmanti analogie coi fatti degli ultimi giorni, non guardarlo cioè come semplice documento di una storia ormai trascorsa. La macchina della propaganda che costruisce un nemico su cui sfogare rabbia e frustrazioni collettive, il mito dell’italianità declinato in chiave becera e razzista, il machismo e l’uso di slogan di facile presa: “Il fascismo può tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo” ammonisce un frase di Umberto Eco in chiusura. Ieri il megafono, oggi il tweet, cambiano i mezzi ma non le strategie  di persuasione e controllo. Il digitale non ci rende immuni da manipolazione così come l’accesso alla rete non è garanzia di democrazia, la tecnica ha poco a che fare con la libertà d’azione e la consapevolezza degli individui, nonostante sia più comodo (far) credere il contrario.

Mariagrazia Pontorno

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