Il cinema di Jonas Mekas continua a essere un riferimento per le attuali generazioni di registi e video artisti. E il segreto è tutto nella sua capacità di tradurre in immagini il disordine incessante della vita, trasformando i ricordi in qualcosa di prezioso.

Quello di Jonas Mekas (Semeniskiai, 1922) è un cinema completamente diverso da tutti gli altri: composto da frammenti slegati, e ricuciti malamente – ma con delicatezza e poesia. Costantemente, organicamente fuori tempo e fuori sesto rispetto al mainstream, del passato e del presente, di ogni decennio. Alieno a ogni narrazione lineare e tradizionale.
Il titolo di una delle sue opere dà il senso pieno di questo movimento ondivago e dilatorio, di questo capriccio (e “capricci”, nel significato settecentesco del termine, potrebbero essere definiti i suoi lavori): As I was moving ahead, occasionally I saw brief glimpses of beauty. Questi “lampi”, queste visioni rapidissime sono i frammenti da salvare e da montare insieme, in un ordine che non è cronologico né narrativo in modo consolatorio: “All’inizio pensavo di ordinare i rulli in senso cronologico, poi mi sono arreso e ho cominciato a metterli insieme a caso, così come erano sugli scaffali. In questo modo hanno un ordine che non capisco, e che non voglio capire”.
Il disordine, il caso, il caos sono una strana specie di ordine, più interessante: quello della vita.
Così: boschi, volti, adulti, bambini – alberi – film familiari, spezzoni, scene – le strade, i marciapiedi, le insegne di New York, la vecchia Soho degli Anni Sessanta – fiori, neonati addormentati, finestre, cieli grigi, automobili e incroci. Walden (1969) testimonia di un rapporto fortissimo e mai interrotto con la natura: erba, piante, cane, pioggia, alberi, fronde, cespugli, un bambino, una mano – due uomini, uno in kilt – un cane, due cani, un gatto, una donna.

PRESENZA E ASSENZA

Mekas riesce a tradurre l’unicità di ogni oggetto e di ogni figura, di ogni spazio e di ogni momento: riesce a farcelo vedere ogni volta come se fosse la prima, avvolto di mistero e di nostalgia. Una presenza che è un’assenza. E i frammenti brillano, luccicano, splendono di luce propria.
Keep looking for things in places where there is nothing: continuate a cercare le cose nei posti dove non c’è niente. Nel molto piccolo vedere cose molto grandi.
Uccelli che beccano il mangime, una stanza, vento, le onde dell’oceano (Pleasures of Montauk, May 26th, 1973) – pioggia, fiori gialli, un cartello stradale (East Hampton 20 / New York 160) – una moglie, un impermeabile blu scuro (Should I retreat into some silent place and work it out by myself).
E poi, le Reminiscences of a Journey in Lituania (1972): l’anziana mamma che cucina antiche frittelle all’aperto, sul fuoco vivo, in una scena che potrebbe appartenere a qualunque epoca – e il regista che entra nell’inquadratura portando le fascine (la pellicola è centrale nella retrospettiva organizzata al Bali-Kinos di Kassel nell’ambito di dOCUMENTA 14 e in visione fino al 17 settembre).

UN RACCONTO UNICO

Ogni film, pur essendo indipendente dagli altri, è completamente aperto e si inserisce in un racconto unico, non lineare, che coincide con l’esistenza, le esperienze, i pensieri e le percezioni dell’autore. In modo non dissimile da quello in cui tutti i romanzi di Jack Kerouac fanno parte spontaneamente di un unico grande libro, che è La leggenda di Duluoz, in un percorso che – partendo da Visioni di Gerard e arrivando a Satori a Parigi – segue quello delle vicende biografiche, allontanandosene al tempo stesso in continuazione con digressioni, sprofondamenti poetici ed eventi immaginari.
Questi frammenti hanno del resto per Mekas uno statuto che non c’entra quasi nulla con il ricordo o la memoria, ma sono “pezzi di realtà” presenti qui-e-ora: “Senza saperlo, senza sapere, da qualche parte in profondità, conserviamo immagini del Paradiso, un qualche vago vago sentimento… Ci sono posti in cui ci troviamo come in Paradiso, qualcosa come un piccolo frammento di Paradiso… E non solo i luoghi, ma gli amici: ci siamo sentiti bene, insieme, abbiamo provato qualcosa di speciale, di illuminante. Brevi momenti, questo è tutto ciò di cui è fatta la vita. Serate. Molte serate, amici miei, che non dimenticherò mai. Ricordi; memorie; immagini. Tutto ciò è reale: ogni immagine, ogni dettaglio, ogni cosa. Non ha più nulla a che vedere con i miei ricordi. I ricordi sono andati, perduti, ma le immagini sono qui – sono reali. Proprio qui, di fronte ai vostri occhi”.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #38

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).