Al netto delle polemiche, oggi il cinema, ma anche la letteratura, stanno rivolgendo un nuovo sguardo alla realtà. Allontanandosi da una tendenza tutta contemporanea all’omogeneizzazione e proponendo, invece, un avvicinamento alla vita quotidiana e alle sue emozioni.

Le polemiche sulla candidatura agli Oscar di Fuocoammare di Gianfranco Rosi come Miglior film straniero, al di là della coloritura di costume tutta nostrana, hanno il pregio di illuminare un processo in corso nel cinema e nelle altre arti italiane in questo momento, un processo spesso sotterraneo e scarsamente visibile, anche perché solitamente non molto raccontato dai media mainstream.
È innegabile infatti che, da qualche anno, ci sia da più parti un movimento verso la realtà, le sue relazioni e le sue trasformazioni. Ovviamente le tappe di avvicinamento che hanno caratterizzato questo percorso sono consistite – anche e forse soprattutto, come sempre del resto avviene – in arresti, cadute, deviazioni, digressioni, ripensamenti, svolte conservatrici, vicoli ciechi e fallimenti. Ma quello che importa, in fin dei conti, è lo scenario piuttosto coerente proprio perché variegato che si è venuto man mano costruendo, e in cui svolgono un ruolo importante soprattutto il cinema e la letteratura, ma anche le arti visive (nonostante la peculiare tendenza del sistema artistico a chiudersi pervicacemente all’interno del proprio recinto, illusoriamente rassicurante) e persino, in qualche misura, la musica pop.
L’aspetto più interessante e promettente dello scenario è proprio l’incrocio positivo, questa impollinazione reciproca (cultural cross-fertilization) dei territori, degli sguardi e delle visioni: fra l’altro, è esattamente ciò di cui da tempo si sentiva un gran bisogno, l’aspetto cioè in grado di scardinare un certo “linguaggio medio” che tende a cancellare le differenze e a proporre un’interpretazione unica, abbastanza noiosa, del presente.

Daniele Vicari, Sole, cuore, amore (2016)
Daniele Vicari, Sole, cuore, amore (2016)

REALTÀ AL CENTRO

L’attenzione rinnovata alla realtà, per esempio, da parte degli scrittori italiani più innovativi (da Vanni Santoni a Giorgio Vasta, da Alessandro Bertante a Giuseppe Genna, da Luciano Funetta a Viola Di Grado), sviluppata spesso attraverso il dispositivo dell’autofiction, oppure attraverso una narrazione che sembra scartare all’opposto verso il fantasy e la commistione dei generi, è stata e continua a essere un’indicazione significativa in merito alle direzioni da intraprendere.
Al cinema va però il merito di stare guidando con coraggio e chiarezza la ricostruzione di un tessuto connettivo e di un approccio stilistico articolato e sperimentale. Questo trend cinematografico – che a sua volta è l’effetto più di una disposizione d’animo che di regole precise e inderogabili – è diventato così sempre più energico, ricco di sfumature, soluzioni e risultati (tra gli ultimi esempi, Piombo fuso di Stefano Savona e il nuovo Sole cuore amore di Daniele Vicari). Come ha scritto in proposito Emiliano Morreale: “Il fatto è, probabilmente, che quello documentario non è un genere, ma un metodo, una maniera di comporre delle storie, ‘scrivendo’ il film non solo prima, in fase di sceneggiatura, ma a partire da un incontro con situazioni reali. […] Potremmo dire che nel cinema documentario alcuni dei problemi che ogni regista dovrebbe porsi appaiono in forma più precisa, più pura, e soprattutto più piena di implicazioni morali. A che distanza pormi (in senso ideale) da ciò che sto filmando? Quanto rimanere esterno se sto raccontando persone a cui sono vicino, e quanto avvicinarmi se sto filmando il nemico, il male? Cosa tenere fuori campo? A che punto smettere di girare?”.

Stefano Savona, Piombo fuso (2009)
Stefano Savona, Piombo fuso (2009)

UN SUGGERIMENTO IMPORTANTE

Inoltrarsi nello spazio ancora poco frequentato dell’esistenza quotidiana, scandagliare e raccontare le emozioni, le preoccupazioni e le idee che agitano l’anima degli individui e l’immaginario collettivo a confronto con la storia che accade, è un suggerimento importante per tutti quegli artisti che percepiscono come sia arrivato il momento di uscire, di scoprire o inventare il fuori, di rinunciare alla “rete protettiva” (che in ogni caso non esiste) e di studiare la vita che accade, costruendo il proprio racconto – e la propria voce – a partire da essa, con i materiali che essa offre a chiunque voglia osservarli e usarli.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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AutoreGianfranco Rosi
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

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