Il melodramma come compendio della vita. Luchino Visconti protagonista di una mostra alla Scala di Milano
L'esposizione, aperta fino a marzo 2027, ripercorre l'esordio operistico del regista e le vicende delle otto allestimenti (più due mai realizzate). Riportando ogni esperienza a un legame viscerale e inevitabile
Osservando l’infanzia di Luchino Visconti (Milano, 1906 – Roma, 1976) non sorprende che il suo destino si sia unito a quello del Teatro alla Scala di Milano: lo studio del violoncello con Lorenzo de Paolis, l’amore per il melodramma verdiano, la frequentazione di personalità del gotha musicale meneghino (come il grande direttore d’orchestra Arturo Toscanini) e, non ultimo, i finanziamenti che il padre non faceva mancare al teatro, dove la famiglia aveva un palco. Un rapporto stretto – inevitabile data la famiglia d’origine, in vista per tradizione nobiliare e industriale -, che fece sì che proprio qui, il 7 dicembre 1954, Visconti iniziasse la propria esperienza di regista d’opera.

Visconti alla Scala di Milano: una rivoluzione per la regia d’opera
Questo sodalizio, sbocciato in otto spettacoli, viene celebrato oggi nella mostra Grazie a Luchino Visconti, inaugurata per i cinquant’anni dalla morte del regista (insieme ad altri progetti in tutta Italia) e curata da Giovanni Agosti con l’allestimento di Margherita Palli. L’esposizione – la seconda dedicata a Visconti dalla Scala, dopo quella del 1978 – si concentra sul rapporto personale e professionale tra teatro e regista, che da questo palcoscenico, proprio come nel cinema, da Rocco e i suoi fratelli a Morte a Venezia, compì una rivoluzione del modo di concepire la regia d’opera. Il suo approccio, connotato da una straordinaria forza visiva e da un rigoroso rispetto dell’espressione musicale, non si rivelò solo portatore di innovazione, ma anche il giusto viatico per avvicinare all’opera un pubblico nuovo.
Dalla Vestale all’Ifigenia: riletture sempre più radicali
Tutto inizia con la Vestale del ’54, al cui neoclassicismo monumentale segue il romanticismo della Sonnambula: protagonista è sempre Maria Callas fra canto, recitazione e immagine. Una collaborazione, questa, che tocca il suo apice nella Traviata: Visconti trasforma l’opera di Verdi in un teatro pienamente moderno. Con Mario e il mago, tratto da un racconto di Thomas Mann tra realtà popolare e fantasia, ci si sposta nella Versilia degli Anni Trenta; infine arrivano le riletture radicali di Anna Bolena e dell’Ifigenia in Tauride, che ricostruiscono da una parte il Cinquecento inglese attraverso Holbein e dall’altra il mito greco attraverso Tiepolo, i Bibiena e Juvarra.

Ciò che Visconti non riuscì a compiere
Negli spazi della Biblioteca Livia Simoni del Museo Teatrale alla Scala ecco quindi libri e documenti, bozzetti e figurini, proiezioni, pezzi di attrezzeria e costumi che ricostruiscono i momenti salienti della carriera operistica dell’intellettuale a Milano – tra tutti, lo speciale rapporto con Callas, cui Visconti suggeriva posture e gestualità ispirate a grandi interpreti del vicino passato come Eleonora Duse e Sarah Bernhardt. Un percorso che, inevitabilmente, arriva a toccare anche il “non finito” di Visconti alla Scala: il Falstaff che Arturo Toscanini avrebbe voluto per l’inaugurazione della Piccola Scala al Poliuto e soprattutto il Ring wagneriano, che sarebbe dovuto andare in scena tra il 1973 e il 1976 e al quale Visconti dovette rinunciare per le conseguenze di un ictus, avuto nel ’72, che lo avrebbero infine portato alla morte.
Giulia Giaume
Grazie a Luchino Visconti
Fino al 31 marzo 2027
Museo Teatrale alla Scala
Largo Ghiringhelli 1, Milano
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