“La città dei vivi – LIVE”. Nicola Lagioia in scena (e in podcast) al Teatro India di Roma

Si tratta un esperimento teatrale, “storia che diventa esperienza condivisa”, che attraversa generi e strumenti diversi. Un romanzo che si trasforma in podcast e ora uno spettacolo prossimamente in giro per l’Italia.

Nicola Lagioia

Premio Lattes Grinzane 2021 e oltre 80.000 copie vendute, La città dei vivi dello scrittore Nicola Lagioia è arrivata al Teatro India di Roma lo scorso 8 novembre, con l’accompagnamento musicale di Luca Micheli. Pubblicata da Einaudi nel 2020, la storia, che ha anche ispirato un podcast prodotto da Chora Media in cinque episodi (disponibili gratuitamente su tutte le piattaforme) e uno spettacolo al Base di Milano, riporta la vicenda del terribile omicidio di Luca Varani, giovane ventitreenne, ucciso a Roma nel marzo del 2016 da Marco Prato e Manuel Foffo.

Nicola Lagioia
Nicola Lagioia

UNA STORIA DOLOROSA

Lo spettacolo ripercorre con essenzialità, lasciando inalterata la profondità e la cadenza ritmica narrativa, la traccia del podcast: un’indagine sul male e sulla sregolatezza dell’essere umano. “Assistere da spettatori a calamità che avvengono […] è una caratteristica ed essenziale esperienza moderna […]. La guerra è ormai parte di ciò che vediamo e sentiamo in ogni casa”, scriveva Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri. La guerra – e dunque la violenza – a cui siamo assuefatti (anche visivamente), è tale da non farci più reagire, da non riuscire più a riflettere e a chiedersi “Perché?”. Perché così tanto informati eppure così indifferenti? “Ci si affaccia sull’abisso del male” dice Lagioia “col rischio che quell’abisso inizi a guardare noi”. L’autore, definitosi “un cantastorie” in un’intervista al Corriere della Sera, porta in scena una vicenda drammatica dove lo spettatore resta catturato, quasi ammaliato, a metà tra il timore di poter rivestire noi i panni dei protagonisti e l’incredulità dell’accaduto.

LO SPETTACOLO ASCIUTTO E POTENTE

Non c’è scenografia sul palco perché l’immaginazione umana, guidata dallo scrittore, rivede fatto dopo fatto, e ricostruisce la vicenda – o meglio – le vicende della vittima e dei carnefici, come pure di quel corollario di personaggi che vi ruota attorno: famiglie, fidanzate, amici, giornalisti, Forze dell’Ordine, Pubblici Ministeri e avvocati. Tutte le voci – ma forse, ancor di più, quelle degli assassini, spesso definiti “persone normali” – sembrano straordinariamente familiari, quasi a dare la sensazione di averle già sentite altrove. Nella narrazione, come sulla scena, è tutto un alternarsi di luci e di ombre: il narratore, il pubblico, buio. E poi luce: lo scrittore con gli appunti alla mano, gli ascoltatori e la proiezione dei dialoghi tratti dagli interrogatori, quasi a voler svelare una sceneggiatura che non esiste. Le parole proiettate che pesano come macigni, nascondono mondi alterati, forse inesplorabili perché inconsci. La magia del teatro si svela, ci si perde nel gioco subdolo di una messa in scena in cui non ci sono attori, non c’è finzione ma cruda e vera realtà, tutto è accaduto e racconta dell’epoca che viviamo. È il “potere della parola” e allo stesso tempo la sua contraddittorietà che abita nell’ego dell’uomo. Un “discorso pubblico” – quello emerso dalla raccolta delle testimonianze dirette sulla tragica vicenda – che improvvisamente si svincola dall’idea di collettività e chiama in causa il singolo, che sia esso spettatore o ascoltatore. “A cosa servirebbero altrimenti le narrazioni se non sollevassero le giuste domande?”, domanda l’autore. Ritualità e comunità sono i due cardini attorno ai quali si cadenza il tempo della storia e della pratica narrativa della messa in scena. Lo spettacolo si conclude con una ritualità – collettiva anch’essa – una preghiera atea per Roma dove ciascuno per pochi istanti è invitato a pensare alla sua “epifania romana”: “Qual è il giorno in cui ti sei accorto, a Roma, di un breve attimo di felicità?” aveva chiesto Lagioia su Facebook durante il lockdown.  Questo rito fa sì che il sipario non si chiuda mai, lasciando che i ricordi invadano lo spazio. Un tempo intimo e collettivo si ricolma di colori, di emozioni, di sguardi e di ritratti urbani che sanno regalare attimi profondi. È anche questa “la città dei vivi”.

– Claudia Fiasca

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Claudia Fiasca
Nata nel 1988, vive a Roma. Si laurea nel 2011 in Storia dell’arte con una tesi in Arte Contemporanea e consegue nello stesso anno un master in Estetica e Comunicazione museale. Attualmente sta approfondendo i suoi studi frequentando il corso di laurea magistrale presso l’Università di Roma La Sapienza. Adora i dettagli ed è una silenziosa osservatrice. Le piace stare in treno e ammirare le vicende umane nelle sale d’attesa degli aeroporti. Porta sempre con sé carta e penna, per scrivere d’arte e ricordare piccoli eventi comuni che a volte, lasciano una sensazione immemorabile. Ha iniziato a scrivere poesie dall’età di otto anni. Ora pensa e si adopera per il suo futuro da critica e curatrice.