Dai dipinti di Ismaele Nones in mostra a Venezia emerge tutto il peso del passato in pittura 

Glaciali e bizantini, i soggetti dei dipinti di Ismaele Nones propongono una strada attraverso i secoli, evocando atmosfere sospese e ideali sulle pareti della Galleria Tommaso Calabro a Venezia. Ma rischiano di cadere nella trappola del tempo

L’appiattimento della storia dell’arte, della tridimensionalità, del genere. L’appiattimento, in definitiva, della pittura. Le tele di Ismaele Nones (Trento, 1992) in mostra nella sede veneziana di Tommaso Calabro sono tecnicissime trasparenze fra le pieghe del tempo. Corpi bizantini, prospettive trecentesche e algidità pop convivono in dipinti che colgono la fertilità compositiva dei nostri passati.  

Da Ismaele Nones, a ritroso 

Quella di Nones può essere definita una deformazione parentale: l’affezione per la figurazione bizantina è da ricondurre all’attività iconografica del padre. Si comprende altrettanto bene l’interesse di Tommaso Calabro nella sua pratica pittorica, così memore di una certa figurazione novecentesca dedita alla pulizia dei tratti e alla sospensione del pathos così come del movimento. È il caso di artisti come Fabrizio Clerici, Stanislao Lepri, René Magritte, Giorgio De Chirico o Alekos Fassianos, ovvero l’asse surreal-classicista della scuderia di Calabro che in più occasioni abbiamo avuto modo di apprezzare. Difficile non sentire – nelle opere di Ismaele e quindi nella scelta del gallerista di esporlo – l’eco di questi maestri e maestre. 

I dipinti di Ismaele Nones da Tommaso Calabro 

Eppure, proprio il riverbero di queste eco, e di quelle più lontane della storia dell’arte sopra menzionate, è tale che risulta difficile sentire oltre. Sia chiaro, nel fare quello che dichiara di fare, la pittura di Ismaele Nones riesce egregiamente: la glacialità dei suoi protagonisti, la perfetta citazione di una prospettiva imperfetta, l’idealizzazione delle atmosfere e delle architetture invitano lo spettatore a quel salto spaziotemporale evidentemente ricercata dall’artista. Il rischio di quell’appiattimento della pittura con cui aprivamo e delle sue potenzialità, tuttavia, risiede proprio qui: nella citazione senza conflitto, nel manierismo senza frizione. 

TOMMASO CALABRO_Ismaele Nones. What we hold, what we lose
Ismaele Nones. What we hold, what we lose, Tommaso Calabro, Venezia, Installation view

La pittura di Ismaele Nones a Venezia 

Se da un lato le maglie del tempo risultano davvero troppo strette – in particolare nel grande mosaico realizzato in occasione della IX Biennale del Mosaico di Ravenna, che per quanto ben eseguito non consente di superare il mero dato tecnico – emergono brani di particolare interesse, piccole scintille di contemporaneità: le fattezze dei soggetti, tutti molto simili tra loro come da tradizione iconica, ricordano (coscientemente o meno) quelle del pittore, quasi suggerendo una poetica dell’autoritratto; i contorni dei corpi alternano sapientemente le tonalità del rosso e del verde, a sottolineare una dualità condensata anche dalla loro tendenza all’androginia.  

Vie per attraversare il passato 

Forse non bastano questi barlumi a illuminare la strada della pittura di Nones al di fuori di un campo citazionistico che se da un lato lo rende riconoscibile, dall’altro ne limita la fertilità nei confronti del discorso artistico contemporaneo e della pittura stessa. E per quanto ricercata, la freddezza delle sue composizioni risulta fin troppo affettata, laddove il ribaltamento di un repertorio iconografico già notoriamente statico avrebbe giovato. Esistono tuttavia momenti in cui questo accade, se non sotto il profilo figurativo, almeno sotto quello concettuale. Sono infatti le tele che adoperano i vasi come cornice compositiva e concettuale a rappresentare la declinazione più seminale – secondo chi scrive – dell’universo pittorico di Nones. Nel vaso come portale e portatore di mondi, nella bidimensionalità che nega se stessa e diventa profondità, il pittore riflette in modo fertile non solo sul suo stile e sui suoi soggetti, ma sul medium stesso. E apre un varco su una direzione in cui il passato non è più asintoto irraggiungibile, ma retta tangente e secante della contemporaneità.  
 
Alberto Villa 

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Alberto Villa

Alberto Villa

Nato in provincia di Milano sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Economia e Management per l'Arte all'Università Bocconi con una tesi sulle produzioni in vetro di Josef Albers (relatore Marco De Michelis) e attualmente…

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