Banksy da cavalletto. A forza di mostre e multipli diventa innocuo?

Tra falsi e moltiplicazioni di stampe, l’efficacia “sovversiva” di Banksy perde mordente. Specie se le sue opere finiscono in una mostra che le neutralizza.

Non ci posso credere che voi coglioni stiate veramente comprando questa merda”: è l’espressione che Banksy mette in una stampa (100 esemplari) dal titolo Morons (‘coglioni‘), che è stata battuta all’asta per 500 dollari al pezzo nel 2007. “Ogni volta che vendo un lavoro a prezzo ridotto”, osserva ancora Banksy, “c’è qualcuno che lo mette su eBay e fa più soldi di quanti ne abbia fatti io vendendoglielo”. Questa confessione fa capire quanto egli stesso sia vittima dell’aspetto onnivoro del mercato dell’arte.

LA MOSTRA SU BANKSY A PALERMO

L’azienda di Banksy – la Pest Control Office Ltd – è un moltiplicatore di denaro. Non soltanto per lui, ma anche per gli acquirenti. Le quantità di stampe di Banksy non si contano. Così pure i falsi. E le mostre fatte col suo nome – come quella di Palermo, attualmente chiusa per il contenimento della pandemia – quasi sempre sono il frutto di collezionisti che hanno acquistato stampe su eBay o, quando va bene, direttamente dalla sua azienda. Alla mostra fa da cornice il titolo del celebre dipinto di Antonello da Messina, Ritratto di ignoto, che in realtà non è mai stato tale. Infatti, secondo studi recenti, il quadro ritrae Francesco Vitale da Noia, segretario di Ferdinando II “il Cattolico” (1452–1516) nonché orgoglioso antisemita. Ma il mistero seduce. E diventa la cornice luccicante che fa da scenario allo street artist più gettonato del mondo.
D’altra parte gli intrattenimenti culturali richiedono parole-guida, e la parola ‘ignoto’ si presta bene ad assolvere la sua funzione trainante. E dove c’è ignoto c’è attrazione, fascino, seduzione; ma anche sovraesposizione mediatica (il mito del brand: “è un Banksy!”), regressione storica (il culto del mistero), contraffazione ideologica (l’estetica come avamposto del mercato). Una mostra a insaputa dell’autore, che diventa lo spettacolo differito dell’artista più contraffatto e copiato al mondo.

Lefficacia critica degli stencil, una volta museificata, è resa piuttosto docile. Diventano immagini carine che arredano le pareti dei salotti”.

Con la proliferazione di falsi Banksy, neanche la firma – la vera leggenda della mostra – garantisce l’autenticità dei feticci esposti. Attorno a questa firma-feticcio ruotano come satellizzati alcuni street artist locali. Per l’occasione hanno realizzato dei piccoli murales in omaggio all’ignota celebrità, che accompagnano il visitatore lungo il tragitto che si snoda da un luogo all’altro della mostra, un modo per distrarre dal degrado urbano. Ciò che dovrebbe fare la politica – la “riqualificazione urbanistica” – lo si rifila all’arte. Vale ancora oggi la vecchia battuta che recita: “Un quadro di Picasso in una fabbrica non abolirà lo sfruttamento dell’operaio”. Qui lo street artist usa il muro come il pittore tradizionale il suo cavalletto. In fondo, la mostra rispetta il concetto di “quadro”, celebra lo spazio chiuso della “cornice”, che è estraneo allo spirito del graffitismo che corre sui muri delle città, da un edificio all’altro.
Recludendo gli stencil in una galleria, questi sono addomesticati, perdono la negatività e la ribellione da cui traggono tutta la loro forza. La loro efficacia critica, una volta museificata, è resa docile. Diventano immagini “carine” che arredano le pareti dei salotti.

Marcello Faletra

Versione aggiornata dell’articolo pubblicato su Artribune Magazine #57

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Marcello Faletra

Marcello Faletra

Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della…

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